Il Partito democratico si appresta a portare alle urne una coalizione vasta e frastagliata come quella del secondo governo Prodi, che pur aveva fatto il possibile per omologare le differenti culture politiche. Questa volta non c’è un programma di 581 pagine costruito nell’arco di un anno per amalgamare i pensieri e le idee delle varie forze politiche

Insediato da poco più di una settimana come sottosegretario alla Presidenza del Consiglio del secondo Governo Prodi, Enrico Letta venne intervistato dalla Rai e proclamò con sicurezza: “Questo governo durerà sino alla fine della legislatura”. Come è noto, l’esecutivo rimase in carica dal 17 maggio 2006 all’8 maggio 2008 per un totale di 722 giorni, ovvero 1 anno, 11 mesi e 21 giorni. Pochi mesi fa, quando la situazione della vasta maggioranza era già traballante, Letta (Segretario del Partito Democratico) ha sentito la necessità di ribadire con pari sicurezza: “Il Governo Draghi resterà in carica sino al termine della legislatura nel 2023”. Non ci ha azzeccato né la prima né la seconda volta.

So che la storia non si ripete, ma può essere utile ricordarla. Specialmente quando ci si appresta a portare alle urne una coalizione vasta e frastagliata come quella del secondo governo Prodi che pur aveva fatto il possibile per omologare le differenti culture politiche. Vi ricordate “la fabbrica del programma”, un ridente villino nei pressi di Bologna, dove, sotto la guida di Giulio Santagata, esponenti dei numerosi partiti della coalizione (una decina) e tecnici delle varie aree, compilarono un programma di 581 pagine a stampa fitta?

Un programma così dettagliato avrebbe dovuto appianare le divergenze tra i partiti e i movimenti della coalizione, anche le sfumature, e contenere bozze concordate di decreti legge e disegni di legge che avrebbero dovuto dare corpo all’azione di governo. Vi ricordate come andò a finire? Alcuni pubblici ministeri misero sotto inchiesta il ministro della Giustizia ed arrestarono suoi famigliari ed i leader del suo partito. Il presidente del Consiglio non ebbe il coraggio di correre dal Capo dello Stato (e presidente del Consiglio Superiore della Magistratura) perché l’organo di autogoverno della magistratura intervenisse, e si andò alle urne ed al ritorno di Silvio Berlusconi a Palazzo Chigi.

La coalizione che Letta ha tentato di portare ora alle urne non è vasta come quella del secondo governo Prodi (anche se si sono alzate alcune voci che vorrebbero ampliarla al Movimento 5 Stelle), non ha un programma di 581 pagine costruito nell’arco di un anno per amalgamare i pensieri e le idee di varie forze politiche, o meglio un programma è stato annunciato per il 10 agosto, ma non è chiaro se si tratti di quello del Partito Democratico o quello dei “Democratici e Progressisti” (nuovo involucro che metterebbe assieme i vari “soci” della coalizione).

Sarà difficile convincere un elettore liberale di + Europa a votare per un candidato di Sinistra Italiana, orgoglioso dell’eredità del Partito Comunista e di Rifondazione e fiero di aver negato oltre 500 volte la fiducia al Governo Draghi, Azione si è già sfilata dalla variopinta macchina da guerra. Oggi si riunisce la direzione di + Europa per decidere cosa fare.

Anche ove avessero vinto le elezioni, come avrebbero fatto a governare una fase in cui inflazione sta per coniugarsi con recessione? Per non parlare di un quadro internazionale in cui alcuni guardano a Bruxelles ed a Washington ed altri a Mosca.

Nei Palazzi romani si mormora che Letta avrebbe aspirato ad una vittoria di breve periodo, il tempo di cambiare la legge elettorale e andare di nuovo a votare.

Che ne pensano gli italiani?

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