Intervista con il diplomatico italiano, ultimo funzionario dell’Alleanza atlantica a lasciare Kabul un anno fa. “Rafforzare la difesa europea è un dovere etico e politico per contare di più nelle scelte dell’Occidente”. Per il post Stoltenberg l’Italia ha un paio di nomi incontestabili, afferma

Ad agosto dell’anno scorso i talebani riconquistavano l’Afghanistan e le truppe occidentali lasciavano il Paese dopo vent’anni. L’ambasciatore Stefano Pontecorvo gestiva, da Senior Civilian Representative della Nato in Afghanistan, il traffico all’aeroporto internazionale Hamid Karzai, scalo che serve la capitale Kabul. Da allora sono successe molte cose. A livello internazionale, l’invasione russa dell’Ucraina sta ridisegnando gli equilibri e i rapporti globali. A livello personale, il diplomatico ha lasciato la carriera per raggiunti limiti di età e ha pubblicato un libro, L’ultimo aereo da Kabul per Piemme, in cui ha raccontato le cause profonde che hanno portato alla resa militare e al crollo delle istituzioni, ma anche gli errori dell’Occidente.

In questi mesi avrà pensato molto all’Afghanistan, magari non ci avrà dormito su. Riflettendo oggi ha un ricordo emblematico di quei giorni?

Il ricordo più vivo è il momento in cui, attorno alle 14.30 del giorno di ferragosto, un contatto afghano mi telefona e mi conferma che Ashraf Ghani, il presidente della Repubblica islamica dell’Afghanistan, è scappato. In quel momento io e le persone che erano con me abbiamo capito che era finita, che non c’era più un salvabile da salvare per la repubblica.

Era finita anche per l’Occidente?

Noi come Occidente siamo finiti prima con gli accordi di Doha del febbraio 2020 e poi, il 14 aprile dell’anno scorso, con la conferma da parte del presidente statunitense Joe Biden di ritirare le truppe dal Paese. Con le nostre mosse abbiamo rinforzato nelle menti dei Paesi della regione la convinzione che siamo dei partner inaffidabili.

È stato l’ultimo funzionario della Nato a lasciare l’Afghanistan. Ci è più tornato?

No. A novembre sono andato in Pakistan per chiedere alle autorità locali che tenessero aperto un punto di passaggio alla frontiera con l’Afghanistan visto che non avevamo ancora finito – e non l’abbiamo fatto neppure oggi – l’evacuazione delle persone di nostro interesse. Il Pakistan ha acconsentito molto cortesemente, permettendo per due mesi e mezzo il passaggio a cittadini afgani provvisti di documenti e presenti sulle liste di ambasciate o organizzazioni internazionali. Sono uscite circa 11.000 persone, che si sono aggiunte alle 124.700 dello scorso agosto.

Afghanistan e Ucraina sono sembrati una sveglia per l’Unione europea nel difficile percorso verso una maggiore autonomia strategica. Crede sia realizzabile o si tratta, come già accaduto, di un fuoco di paglia?

Innanzitutto ci sono due fatti da considerare. Primo: in Afghanistan siamo andati a traino completo degli Stati Uniti, vista anche la loro superiorità nella maggior parte delle attività enabler come l’intelligence. Secondo: le forze armate europee non sono in grado di proteggere l’Europa senza assistenza statunitense. Solo noi e i francesi ne abbiamo la capacità sul continente, a parte cioè i britannici. Sarà un processo lungo. Ma è importante considerare la difesa europea come un modo per dare all’Europa una voce più forte all’interno della Nato e nei rapporti transatlantici. Rafforzare la difesa europea è un dovere etico e politico per contare di più nelle scelte dell’Occidente.

A proposito di Nato: gli Stati Uniti guardano sempre più all’Indo-Pacifico; l’alleanza appare prossima ad accogliere, Turchia permettendo, due membri a Nord, Finlandia e Svezia. Che cosa significa questo per il fianco Sud e per l’Italia?

Per l’Italia significa una maggiore responsabilizzazione per evitare che il fianco Sud venga trascurato. È positivo che nel recente vertice Nato di Madrid siano state dedicate al fianco Sud una sessione su tre e una cena di lavoro. C’è crescente consapevolezza che il fianco Est sia un pericolo ma anche che altrettanta instabilità possa provenire dal fianco Sud. Qui Spagna, Italia e Grecia devono farsi carico di tenere alta l’agenda. Ed è per questo che peroro la causa per un prossimo segretario generale della Nato italiano. Non è questione soltanto nazionalistica, è un’esigenza politica reale.

Ma è politicamente realizzabile?

C’è spazio, con nomi incontestabili. L’Italia ne ha un paio. Un nome di alto profilo politico è una necessità anche per la Nato, che dovrebbe rafforzare il carattere di foro di consultazione politica dell’Occidente. Ciò può essere favorito da due elementi: un riequilibrio militare tra europei e anglosassoni e appunto la presenza di una personalità di altissimo profilo politico, sulla scia dell’attuale segretario generale Jens Stoltenberg.

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