Sono già decine le vittime dell’ondata di proteste che scuote il Sierra Leone, dove l’aumento globale dei prezzi – moltiplicato dall’invasione russa dell’Ucraina – minaccia la sicurezza alimentare di oltre metà dei cittadini. Una email trapelata dall’Onu indica tutte le altre nazioni sull’orlo del baratro

Nei Paesi più esposti il caro-vita sta iniziando a mordere sul serio. È il caso del Sierra Leone, dove da mercoledì (10 agosto, ndr) è in corso una violenta sommossa popolare. I cittadini, frustrati dalle crescenti difficoltà economiche, accusano il governo di non essere riuscito ad attenuare l’impatto dell’aumento dei prezzi. Le proteste hanno portato a scontri con le forze dell’ordine; il bilancio, stando a Reuters, è di sei poliziotti e almeno ventuno civili morti.

L’esplosione di violenza è inusuale per il Paese africano, che negli ultimi anni ha vissuto proteste isolate e pochissime vittime. Specie nella capitale, Freetown, dove gli abitanti si sono barricati in casa dopo che l’insurrezione ha causato i primi morti. I video (verificati) che circolano online mostrano nuvole di fumo e fumogeni, manifestanti che lanciano gomme bruciate e sassi, persino un poliziotto che spara in mezzo a una folla.

“Come governo, abbiamo la responsabilità di proteggere ogni cittadino della Sierra Leone. Quello che è successo oggi è stato spiacevole e sarà oggetto di un’indagine approfondita”, ha scritto mercoledì il presidente Julius Maada Bio. Altri esponenti del governo hanno condannato “individui senza scrupoli” per essere scesi in piazza; le autorità hanno imposto un coprifuoco notturno e spento internet per qualche ora.

Come abbiamo scritto più volte su queste colonne, l’aumento dei prezzi si deve a una serie di congiunture sfavorevoli (tra cui le crisi delle supply chain, la transizione energetica e gli effetti dei lockdown) il cui impatto sui mercati è stato moltiplicato dall’invasione dell’Ucraina. Il blocco russo delle esportazioni di grano ucraino, che inizia ad ammorbidirsi solo ora, ha aggravato la crisi alimentare e contribuito a far schizzare l’inflazione.

A pagarne gli effetti sono i Paesi più poveri, dove un aumento del prezzo del pane e della benzina può far la differenza tra la sopravvivenza e l’inedia. Secondo la Banca mondiale più della metà degli otto milioni di abitanti del Sierra Leone vivono sotto la soglia della povertà. E potrebbe essere solo l’inizio: secondo un documento trapelato dall’Organizzazione delle Nazioni Unite e ottenuto da Politico, più di sessanta Paesi africani faticano a pagare le importazioni di cibo.

Il deterioramento delle condizioni in Sierra Leone era già noto. “In una email del 4 agosto, David Nabarro (un alto funzionario onusiano, ndr) riassume una riunione condotta da funzionari delle Nazioni Unite alla fine di luglio e avverte: ‘In Sierra Leone, il consumo di alimenti nutrienti da parte dei più poveri sta diminuendo a causa dell’aumento dei prezzi. Rischi simili vengono segnalati da Colombia, Congo, Ciad, Ecuador, Iraq, Kenya, Malawi e Mauritania’”.

Anche Burundi, Myanmar, Nigeria, Pakistan e Perù stanno convivendo con una dolorosa impennata dei prezzi. E questi sono solo i Paesi in cui gli effetti sono più evidenti; sullo sfondo, decine di nazioni emergenti devono affrontare la questione della svalutazione dei tassi di cambio e dei bilanci nazionali che faticano a permettersi “importazioni essenziali […] Circa 12 governi sono prossimi all’insolvenza sui rimborsi del debito e molti cercano opportunità di riduzione del debito”, secondo il documento onusiano.

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