Taiwan annuncia un aumento senza precedenti del proprio budget da destinare al settore della Difesa, in risposta alla postura della Cina che nelle ultime settimane ha intensificato le esercitazioni militari intorno all’isola. La tensione cresce ma secondo il generale Carlo Jean una guerra è ancora da escludersi

Un’ennesima corsa agli armamenti nel delicato scenario dell’Indo-Pacifico. Le autorità taiwanesi hanno proposto un aumento di quasi il 14% della propria spesa militare nella legge di bilancio per il prossimo anno. Una chiara risposta all’escalation di tensioni crescenti con la Cina per via delle esercitazioni militari condotte in prossimità dell’isola. L’aumento del budget comprende i fondi per nuovi caccia ed altri equipaggiamenti, portando così il bilancio della difesa del Paese alla cifra record di circa 19,4 miliardi di dollari, pari al 15% dell’intera spesa pubblica nazionale. In attesa dell’approvazione da parte del Parlamento, la presidentessa taiwanese, Tsai Ing, ha specificato che “pressioni o minacce non interferiranno con la determinazione dell’isola a difendere la propria sovranità”, aggiungendo però che “allo stesso tempo, come membro responsabile della comunità internazionale, Taiwan non provocherà incidenti né escalation del conflitto”. Abbiamo parlato delle crescenti tensioni intorno all’isola con il generale Carlo Jean, presidente del Centro studi di geopolitica economica, docente presso diverse università ed esperto di politica internazionale.

Nelle ultime settimane arrivano sempre più notizie di schieramenti di navi e aerei militari cinesi intorno a Taiwan che si tiene pronta a difendersi. Cosa significa? Quale strategia militare sta adottando Pechino in questa fase?

Più che prove per un’ipotetica invasione dell’isola, reputo si tratti di dimostrazioni militari per cercare di mostrare al mondo, e in particolare agli Stati Uniti, a Taiwan e al Giappone, quanto la Cina tenga alla questione. A parer mio la situazione non degenererà perché Pechino avrebbe al momento ancora difficoltà a occupare l’isola rapidamente. Inoltre, è persuasa che gli Usa e in generale tutto il blocco occidentale siano in declino, perseguendo così la tradizionale strategia cinese dell’attesa, aspettando “che il cadavere del nemico passi nel fiume” davanti ai propri occhi, senza doverlo sfidare in battaglia.

L’intensificazione delle esercitazioni militari nell’area e la corsa agli armamenti di alcuni Paesi sono quindi solo a fini di deterrenza, o è possibile prevedere un’escalation?

Se i Paesi, così come si stanno comportando ora, agiscono con molta cautela, cercando di evitare incidenti, è difficile che possa esserci un’escalation. Nonostante gli annunci ufficiali, penso che si siano ristabiliti i canali di comunicazione in modo tale che se ci fosse un incidente non provocherebbe una guerra per errore.

Pechino rivendicando la propria sovranità sull’isola non vuole che questa intrattenga relazioni con l’estero. E lo ha dimostrato opponendosi ad esempio alla recente dichiarazione congiunta di Washington e Taipei che vogliono aprire nuove prospettive commerciali bilaterali. Come crede che si comporteranno gli Usa?

Gli Usa hanno confermato la politica della Cina unica, che è stata stabilita nel 1972 dall’accordo tra Chou En-lai e Henry Kissinger, poi riconfermata nell’accordo stretto tra Stati Uniti e Taiwan del 1979, e ancora dal Senato Usa nel 1986 quando sono state precisate le clausole dettagliate di come gli Usa avrebbero aiutato Taiwan a mantenere il proprio status quo. Washington non sostiene l’indipendenza di Taipei, però gli Usa forniranno all’isola i mezzi per poter evitare che sia violato lo status quo con un’azione militare.

E Taiwan?

Già da anni si riarma e a poco a poco si sta trasformando in una fortezza. Spesso si ignora che quello di Taiwan è un terreno montuoso, con vette che arrivano fino a 3mila metri piene di bunker, dove sono addirittura presenti aeroporti sotterranei in cui sono tenuti e protetti i mezzi più importanti della difesa taiwanese. Inoltre, l’isola fa molto affidamento sulla cosiddetta “difesa prolungata” o “difesa territoriale”, che loro chiamano “strategia del porcospino”. Ricorrendo a una sorta di guerriglia con armamenti molto moderni. La Cina, nel frattempo, grazie anche alle esperienze tratte dalla guerra in Ucraina, è ben conscia del fatto che l’attuale tecnologia militare favorisca la difesa rispetto all’offesa. Ad esempio, i missili controcarro sono molto più efficaci di quelle che erano le armi controcarro, utilizzate nel passato contro i carri armati, e lo si è visto anche nella guerra russo-ucraina dove hanno provocato diversi danni ai tank russi. Bisogna tener conto anche che a Taiwan stanno arrivando i lanciarazzi multipli Himars, con una gittata fino a 300 chilometri come le artiglierie Usa, superiore rispetto a quella limitata a 80 chilometri impiegata in Ucraina. Il proteggersi nelle montagne rende difficile una distruzione con attacco aereo. Non solo, Taiwan ha anche poche spiagge idonee per un attacco anfibio, ci sono infatti soltanto circa 12-14 spiagge che consentono un attacco fino a un livello di compagnia. Pertanto, una sola ondata non sarebbe sufficiente a soverchiarne le difese e ci vorrebbero ondate successive. Le quali dovrebbero comunque superare lo Stretto di Taiwan, sottoponendosi così sia al fuoco dei lanciarazzi multipli sia dei sommergibili ad alta tecnologia americani e giapponesi che farebbero strage delle forze anfibie cinesi che contano sette brigate.

Ma tra Taiwan e la Cina c’è anche un rapporto economico…

L’azione sempre più assertiva e aggressiva da parte della Cina sta indebolendo sempre più il partito filocinese Kuomintang, un tempo di Chiang Kai-shek, e che fino al 1984 aveva nella sua costituzione l’obbligo di riconquistare la Cina, e di mantenerci buoni rapporti. Taipei intrattiene stretti rapporti economici con Pechino, ad esempio i microchip utilizzati dalle industrie cinesi sono prodotti a Taiwan. A Shanghai, infatti, ci sono circa un milione di persone che provengono dall’isola e commerciano. Nonostante il blocco navale e aereo, in questo periodo i voli aerei civili da Taipei a Shanghai si sono svolti sempre regolarmente perché vi è un interesse comune a non voler interrompere i rapporti economici.

La politica cinese su Taiwan rischia di allontanarla da alcuni partner, come il caso del Giappone. Il quale ha reso noto recentemente di valutare il dispiegamento di 1.000 missili da crociera a lungo raggio per aumentare la sua capacità di contrattacco contro la Cina. I missili sarebbero armi esistenti modificate per estenderne la loro portata da 100 chilometri a 1.000 chilometri. Che ripercussioni può avere sulle sue relazioni diplomatiche e la sua politica estera?

A mio avviso la Cina continua ad aver bisogno del mercato americano ed europeo, perché altrimenti la sua economia rischierebbe di crollare. L’aumento della potenza dei Paesi che sono per lo status quo ha costituito da sempre un fatto di “pace”, così come a sua volta la parità di armamenti. Non sono infatti le armi a fare la guerra, ma gli esseri umani che le impiegano. La guerra spesso non si intraprende se non si è sicuri di vincerla, perché altrimenti l’avversario potrebbe riarmarsi. Prima di iniziare una guerra ci si pensa a lungo, e nella maggior parte dei casi non si fa. Basti pensare al fatto che la Guerra fredda è stato il momento storico in cui il mondo era più armato, con una potenza di fuoco senza precedenti, ma è comunque rimasta tale, cioè “fredda”, proprio perché c’era una sorta di equilibrio negli armamenti. L’Unione sovietica poi è crollata per fattori interni, e non perché sconfitta dalla Nato, e Putin lo sa benissimo.

E l’Europa?

La maggiore aggressività cinese ha anche delle ripercussioni in Europa. Lo dimostra ad esempio l’uscita dei Paesi baltici dall’accordo “17+1”, nato nel 2012 per favorire la cooperazione economica tra Cina ed Europa centro-orientale, di cui facevano parte appunto 17 Paesi dell’Europa orientale, baltica e scandinava più la Cina, che è ormai diventato “14+1”. Tale accordo doveva servire da trampolino di lancio per poter penetrare poi in Europa occidentale, ma è ora in piena crisi. Con la sua aggressività la Cina finisce quindi per avere delle ripercussioni anche nella sua politica europea.

Ci sono similitudini con la Russia in questo frangente?

C’è una differenza sostanziale tra la Cina e la Russia nei rapporti con l’Occidente. La Cina dipende economicamente dall’occidente, ad esempio in termini di esportazioni, molto più di quanto non dipenda la Russia che è più indipendente dal punto di vista energetico e alimentare. Inoltre, la Cina ha un’idea di crescita, mentre la Russia ha un’idea di declino. Il Paese del sol levante da un punto di vista demografico ha raggiunto un plafond, ma si tratta in ogni caso di circa un miliardo e mezzo di persone, mentre la Russia al contrario perde circa due milioni di abitanti ogni anno. Inoltre, la percentuale di non slavi (soprattutto popolazioni musulmane) che vivono nella Federazione russa aumenta. Questa può rappresentare un’ulteriore motivazione che ha spinto Putin ad aggredire l’Ucraina, con lo scopo di aumentare la proporzione della popolazione slava così da non perdere lo status di Stato slavo in favore di uno multinazionale, potenzialmente più disgregante e disgregato agli occhi di Mosca.

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