“All’arco di Tito. Un ambasciatore d’Israele nel Belpaese” (Salomone Belforte) è il libro in cui Dror Eydar racconta la sua esperienza di tre anni come ambasciatore di Israele in Italia. Ne pubblichiamo un estratto

Conosciamo tutti la fama di Israele come start-up nation. Ma Israele è anche la “nazione dell’innovazione”. E le due cose sono interdipendenti. La nostra innovazione, ingegnosità e capacità di pensare fuori dagli schemi non sono casuali, ma collegate al modo di apprendere e acquisire la conoscenza che caratterizza il popolo ebraico da migliaia di anni.

Le scuole rabbiniche di pensiero ebraico sono state da sempre un luogo vivace di studio e confronto. Non hanno lasciato affermazione, idea o decisione giuridica o morale che non fosse accompagnata da complessità e obiezioni da parte dei vari interlocutori.

Anche rispetto al dibattito infinito del popolo ebraico in generale e dello Stato di Israele in particolare sulla nostra identità – chi siamo? Quale nazione è rinata dopo migliaia di anni di torpore e ha fatto ritorno alla propria terra? –, ci vedo un vantaggio. Occuparsi costantemente della questione dell’identità l’ha resa flessibile e fluida. Così ci siamo potuti adattare, in ogni generazione, alle mutevoli condizioni della nostra esistenza.

Questa cultura – incisa nei nostri libri e nel nucleo familiare, cioè nell’educazione dei figli e nella loro formazione intellettuale – è un prerequisito per lo straordinario sviluppo scientifico e tecnologico della società israeliana. Questa è la piattaforma mentale e psicologica su cui crescono le start-up e in virtù della quale, noi, come nazione che si rinnova, possiamo far fronte alle sfide del domani.

Queste sfide stanno abbattendo tutto ciò che pensavamo fino a poco tempo fa. Dal mito della caverna di Platone fino al film Matrix dei nostri giorni, l’umanità ha sempre affrontato la questione della conoscenza, di come percepiamo la realtà e di quale sia la “verità” in essa.

Dalla Rivoluzione Industriale in poi abbiamo a che fare con macchine che sostituiscono gli uomini. Ora, nell’era dei computer, si può dire che i frutti siano maturi. Frutti buoni o frutti cattivi? Dipende da chi ne fa uso e dalla situazione.

Secondo il mito biblico, il frutto dell’Albero della Conoscenza ha aperto gli occhi all’uomo ma lo ha anche avvicinato alla morte. Noi dipendiamo quasi interamente dal computer e questa dipendenza sarà sempre più profonda, man mano che il suo potere aumenterà rispetto a quello della mente umana.

Da quando il popolo ebraico è tornato nella storia e nella propria patria storica ci siamo continuamente dovuti misurare con l’opposizione altrui al nostro ritorno a Sion. I nostri vicini e altri Paesi, alcuni lontani da noi, compiono grandi sforzi e investimenti per farci del male.

Nell’era informatica i confini si sono dissolti. Non è necessario un grande esercito per prendere il controllo di una compagnia elettrica, dei semafori o degli ospedali. Bastano un computer in un angolo remoto del mondo e cattive intenzioni. Pertanto Israele ha dovuto perfezionare il proprio vantaggio tecnologico.

Oltre alla sfida intellettuale e alla motivazione economica, questa è anche e soprattutto una necessità per la sopravvivenza. Quando osserviamo la mappa globale delle minacce, Israele è solo il primo avamposto mentre l’intera civiltà occidentale ne affronta di non semplici.

Israele può essere di aiuto anche rispetto alla arteria vitale della società: il commercio. Che non può esistere senza la certezza che i cittadini possano trasferire in sicurezza i propri soldi online.

Negli ultimi dieci anni è avvenuto un cambiamento straordinario: le prime società al mondo operano nel campo dell’informatica e dell’hi-tech. Nessuna compagnia energetica è rimasta ai vertici. Il dato interessante è che tutti questi giganti – e molte altre società – hanno ora un centro di ricerca e sviluppo principale in Israele.

Come è successo che abbiano investito in Israele? È successo grazie alla combinazione vincente tra una economia libera e tecnologie emergenti ai massimi livelli. È successo perché Israele è il primo Paese al mondo per investimenti in ricerca e sviluppo, in proporzione al suo PIL. È successo perché è avvenuto un incontro cruciale tra big data, intelligenza artificiale e connettività. Questa tripla connessione dà origine a nuove industrie e fa rigenerare quelle vecchie.

Fino a poco tempo fa, per esempio, Israele non poteva competere con le vecchie industrie automobilistiche. Ma nella nuova industria automobilistica, l’auto si sta trasformando sempre più in un computer su ruote. Il cervello dell’auto può certamente essere sviluppato e prodotto in Israele.

Così nel settore informatico. Internet è il motore principale della economia globale. Se le persone non sono sicure del proprio denaro, l’economia si ferma. Anche le minacce quotidiane di attacchi informatici possono causare un caos globale. Per questo, la rete mondiale deve essere messa al sicuro. Su questo tema, Israele ha un ruolo centrale nel mondo.

Già dieci anni fa il 10% degli investimenti mondiali in cyber security è stato effettuato in Israele. Oggi abbiamo superato il 20% del totale degli investimenti mondiali. Siamo secondi solo agli Stati Uniti. Rappresentiamo solo un decimo della popolazione mondiale, ma il 20% degli investimenti mondiali nel settore informatico è concentrato in Israele. L’attuale rivoluzione tecnologica consente a piccoli Stati di diventare grandi Paesi.

 

Israele è senz’altro la nazione della innovazione

L’umanità oggi ha la capacità di combinare diverse tecnologie per fornire servizi di mobilità efficienti a chiunque sia in viaggio.

In molte culture la strada e il viaggio sono sempre stati un concetto correlato a molti rischi e pericoli. Quando Ulisse viene spazzato via alla foce di un fiume, Omero ci dice che prega la divinità affinché sia salvato dai pericoli del viaggio. Anche nel nostro popolo, quando una persona si mette in viaggio, essa pronuncia una particolare preghiera per chiedere di raggiungere sana e salva la destinazione.

Milioni di persone nel mondo sono attualmente vittime di incidenti stradali e di esposizione all’inquinamento atmosferico nelle città. La visione comune a tutti noi è quella di migliorare la sicurezza stradale, ridurre la congestione stradale, preservare l’ambiente e garantire l’accessibilità alle fasce di popolazione disabile.

Per fare questo stiamo passando a veicoli elettrici o motori a energia alternativa, all’uso di telecamere e sensori nei veicoli, a una migliore comunicazione tra i veicoli e anche a infrastrutture di trasporto più intelligenti. In una prospettiva più ampia, questa è una rivoluzione nel modo di concepire l’intera questione della mobilità.

Il governo israeliano sta lavorando da tempo per sviluppare il settore del trasporto intelligente e, come per i vaccini, ci stiamo impegnando per rendere il mondo un posto migliore e più sicuro. Il nostro governo ha recentemente annunciato l’istituzione di un centro di ricerca per il trasporto intelligente a Be’er Sheva, conosciuta anche come la capitale del cyber. Qualche decennio fa non sapevamo produrre buone auto di qualità a livello mondiale. Oggi l’elemento principale dell’auto è il suo cervello: il software ha preso il posto dell’hardware.

In un mondo così Israele ha qualcosa da dare. Sono infatti più di 600 le start-up associate al settore del trasporto intelligente nel nostro Paese. Conoscete certamente Waze, Mobileye e U-Tron, ma credetemi: entrate in questo mondo affascinante e viaggiate fra le compagnie israeliane! Non smetterete di ammirare le meraviglie che incontrerete!

Tra Israele e l’Italia esiste una amicizia salda e di lunga data. La cooperazione tra di noi si estende in molti settori: sono certo che anche nel campo del trasporto intelligente troveremo molte opportunità di cooperazione e di networking a reciproco beneficio.

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