L’ex sottosegretario e presidente del Copasir esce dal partito dopo 30 anni di militanza “con la sensazione di chi sente di non far più parte di un progetto e non per propria scelta”. Pesano “ambiguità” sull’Ucraina e “certi distinguo” del leader. Un’uscita che è una novità e un problema per il Carroccio

Alla fine Raffaele Volpi l’ha fatto. Ed è questo ad aver stupito molti. Perché che tra lui e la Lega, lasciata dopo 30 anni di militanza come annunciato al quotidiano Il Foglio, si fosse creata una certa distanza era già chiaro a tutti. E non da oggi né da ieri.

Due settimane fa, da buon democristiano (le sue origini politiche sono, infatti, nella Dc), Volpi aveva citato Giulio Andreotti per commentare su Facebook l’esclusione dalle liste elettorali: “So di essere di media statura ma non vedo giganti intorno a me”. “I vertici del mio partito, la Lega, hanno deciso di non ricandidarmi”, scriveva puntando il dito evidentemente verso il leader Matteo Salvini. Poi quello che, specie letto oggi, sembrava l’anticipo dell’addio. “Prima come sottosegretario di Stato alla Difesa e poi come componente e presidente del Comitato Parlamentare per la Sicurezza della Repubblica ho avuto modo di conoscere gli uomini, le donne delle Forze Armate e degli apparati di sicurezza a cui va il mio saluto e la profonda gratitudine per il loro amore per l’Italia e il sempre costante impegno. Grazie a questi due incarichi oltre ad aver avuto l’opportunità di accrescere le competenze in settori specifici, delicati e non banali ho anche potuto ampliare la mia conoscenza geopolitica rafforzando la già mia ferma visione atlantista, individuando chiaramente le sfide mondiali come per la Cina e l’incondizionata solidarietà all’Ucraina aggredita dalla Russia”.

Ecco, la Russia. Al Foglio, Volpi ha fatto capire come una delle ragioni del sofferto addio vada ricercata nella linea di “ambiguità” della Lega “sulla feroce aggressione della Russia all’Ucraina” e su “certi distinguo” in relazione agli aiuti militari a Kiev, definendoli “tentennamenti incomprensibili”.

L’ormai ex leghista cita l’esperienza del governo di Mario Draghi e punta il dito contro l’“atteggiamento dicotomico tra segreteria e delegazione al governo”, che è arrivato “sino al punto di non pubblicizzare quasi le attività e i corposi provvedimenti varati dai nostri ministri, fino a partecipare, poi, alle manovre che hanno determinato la caduta del governo stesso”.

“Lascio la Lega”, conclude Volpi nell’intervista (che ha scatenato la reazione dura di Salvini, come raccontato poi sempre dal quotidiano Il Foglio), “con la sofferenza di chi ha percepito un progressivo distacco, quasi un abbandono politico e personale, una impossibilità di poter dare un contributo. Lascio con la sensazione di chi sente di non far più parte di un progetto e non per propria scelta”.

È una novità per un partito monolitico come la Lega. E che a uscire sia una figura come Volpi, apprezzato a livello bipartisan e riferimento di molte nuove leghe del Carroccio, la rende ancor più pesante. Perché da una parte mettere in imbarazzo chi la pensa come Volpi, e non sono pochi, ma ha scelto di rimanere. Dall’altra è una scelta che potrebbe scuotere le coscienze dopo il voto soprattutto se i risultati non saranno buoni per Salvini. Ma non è tutto. È un colpo per la Lega in Lombardia, che si somma all’esclusione di Paolo Grimoldi dalle liste. Ma anche per la Lega “nazionale”, visto che Volpi è stato tra gli artefici di quella svolta di Noi con Salvini.

Un’ultima annotazione sulla vicenda. Si conferma la maledizione leghista della presidenza del Copasir. Come Volpi, anche Giacomo Stucchi, alla guida del Comitato nella precedente legislatura seguendo i dossier internazionali più caldi, non è stato più candidato.

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