È stato assegnato a Renato Brunetta, ministro per la Pubblica amministrazione, il Premio Cavour che la Fondazione Camillo Cavour e l’Associazione Amici della Fondazione Cavour riconoscono ogni anno agli italiani eccellenti in memoria dello statista piemontese che realizzò l’Unità d’Italia. Ecco il suo discorso integrale

Considero il Premio che oggi mi fate l’onore di conferirmi come un’occasione preziosa: per un bilancio politico naturalmente, giusto al termine della mia esperienza nel Governo Draghi; ma mi consentirete di dire anche per una riflessione personale su quella che è stata più in generale la mia azione di parlamentare e soprattutto di due volte Ministro alla riforma amministrativa. Ritengo importante che questa riflessione possa partire da un ritorno al passato, risalendo all’opera del fondatore dello Stato italiano, Camillo Benso conte di Cavour, cui si intitola il Premio, in questo luogo straordinario che è il Polo Cavouriano di Santena. Di ciò vi ringrazio molto. Perché, come vedremo, sono convinto che Santena, oggi come ieri, sia un luogo della convergenza: nella seconda metà dell’Ottocento, catalizzatore del processo unitario; adesso, del processo di integrazione europea.

LA RIFORMA CAVOUR DEL 1853

Cavour era ministro delle Finanze del Regno di Sardegna quando, nel 1852, presentò al Parlamento subalpino quella che sarebbe poi diventata la legge sul “riordinamento dell’amministrazione centrale e della contabilità generale dello Stato” (23 marzo 1853, n. 1489). Una legge che dei due temi enunciati nella titolazione, privilegiava il secondo: la riforma della contabilità di Stato, cui erano dedicati 52 articoli distribuiti in 8 capi, a fronte dei due soli articoli del titolo primo relativo alla riforma amministrativa.

Il Titolo primo, peraltro, stabiliva pochissimi princìpi chiave: all’articolo 1 statuiva che i ministri avrebbero provveduto all’amministrazione dello Stato “per mezzo di Uffizi posti sotto la loro immediata direzione”; e che “gli Uffizi dello stesso ramo d’Amministrazione, e dipendenti da un solo Ministero, potevano venire riuniti in Direzioni generali”. L’articolo 2 sanciva che l’ordinamento dei ministeri sarebbe stato “uniforme quanto a titoli, gradi e stipendi del personale”, a loro volta stabiliti da un regio decreto; e che gli stipendi sarebbero stati periodicamente fissati per legge. Il decreto reale vide la luce, pochi mesi dopo, nell’ottobre dello stesso anno disciplinando tutti gli aspetti della regolazione della attività amministrativa.

Ora, mi chiedo e vi chiedo: perché Cavour si impegnò tanto su questa riforma diciamo così in due tempi, e perché a essa attribuì tanta importanza proprio all’inizio del fatidico decennio che avrebbe preceduto l’Unità d’Italia?

Per comprenderlo – sulla scorta di quanto ci hanno insegnato gli storici dell’amministrazione, tra cui menziono il professore e amico Guido Melis – dobbiamo fare un passo indietro e riferirci al 1848, quando Carlo Alberto firmò lo Statuto del Regno di Sardegna, destinato poi a diventare, sino alla Costituzione repubblicana del 1948, la Carta costituzionale del Regno d’Italia. In quel testo fondamentale era stato introdotto un principio di grandissima rilevanza per l’ordinamento: quello della responsabilità ministeriale. Ciò aveva una immediata ricaduta sul modello dell’amministrazione. Sino ad allora l’apparato amministrativo piemontese (come quelli di tutti gli Stati europei di Ancien Régime) aveva avuto una organizzazione a “galassia” in cui erano presenti le segreterie di Stato, organi di collaborazione diretta del sovrano, eredità dei vecchi consilia regis; organismi di formato e contenuti molto variabili, denominati ministeri; e le cosiddette “aziende”, cioè complessi di mezzi finanziari, strutture operative e personale, affidati a singoli “capi”, dotati di relativa autonomia nell’espletamento di particolari funzioni. Cito a titolo esemplificativo l’azienda per la riscossione delle tasse; quella per gli approvvigionamenti destinati alla guerra; l’azienda per l’artiglieria e quella per la marina militare. Le competenze erano spesso poco nettamente distinte, i poteri confusi, i collegamenti interni problematici.

Questa struttura aveva funzionato abbastanza bene, secondo quanto dichiarò alla Camera Cavour, quasi a renderle un omaggio postumo. Ma mal si conciliava con il concetto chiave della responsabilità ministeriale stabilito all’articolo 67 nello Statuto. E Cavour lo disse a chiare lettere nel suo memorabile discorso sulla nuova legge: “Siffatto sistema – disse, parlando del modello misto aziende-ministeri – non è più compatibile sotto il reggimento costituzionale colla responsabilità del ministero”.

Se il ministro, a norma di Statuto, era nominato dal Re e da lui strettamente dipendeva dovendogli rendere conto, egli allora doveva essere in grado di conoscere e padroneggiare l’intero apparato amministrativo. Questo ebbe un riflesso immediato sul piano della organizzazione: sotto il potere supremo del ministro (cioè della politica) dovevano esserci gli apparati, coesi e compatti, cioè gerarchicamente ordinati. Come nell’Esercito (il modello militare ebbe infatti la sua decisiva influenza) il personale doveva essere distinto in gradi, ognuno dei quali subalterno al superiore e sovrastante l’inferiore.

Questo modello oggi ci appare forse farraginoso. Ma per capire Cavour e i suoi successori bisogna pensare a cosa era, allora, un’amministrazione, a come si dovessero fissare regole uniformi, stabilire comportamenti sempre eguali, forgiare il personale in modo omogeneo, dare certezza esterna (anche perché i cittadini chiedevano, ieri come ora, che l’amministrazione desse risposte certe alle loro domande).

Modello gerarchico, dunque. O anche gerarchico-piramidale, come dicono gli storici. Come era stato nella Francia di Napoleone; ma soprattutto (quello fu il modello di Cavour) come era stato realizzato nel Belgio a regime costituzionale e da cui furono tradotti i nomi della gerarchia.

Il modello entrò rapidamente in funzione. Forse non senza suscitare critiche e mugugni, se dobbiamo credere al commediografo piemontese Vittorio Bersezio, che pochi anni dopo mise in scena a Torino una fortunata commedia in dialetto piemontese, Le miserie di Monsù Travet, nella quale un impiegato statale subiva in silenzio le angherie dei superiori, viveva a stento del magro stipendio e per di più doveva sopportare le continue vessazioni di una moglie ambiziosa e frustrata perché desiderosa di ascesa sociale. Monsù Travet sarebbe diventato un simbolo del popolo dei piccoli impiegati, il martire di uno Stato nel quale alla stabilità dello stipendio e al prestigio di servire le istituzioni si accompagnava la pochezza dei mezzi e la povertà della esistenza quotidiana.

Eppure, quel modello organizzativo era per l’epoca il più moderno, certo il più aggiornato che offrisse allora la realtà italiana ed europea.

L’UNIFICAZIONE SOTTO IL MODELLO PIEMONTESE

Degli Stati (o staterelli) italiani del 1853 e della burocrazia preunitaria sappiamo poco, le fonti sono meno chiare. I modelli erano sostanzialmente cinque: oltre al Piemonte, c’erano quelli del Regno delle Due Sicilie, retto dai Borbone, del Lombardo-Veneto austriaco, caratterizzato da buona amministrazione e gravoso sistema tributario, dello Stato pontificio e della Toscana degli Asburgo Lorena.

Come erano organizzati? Certamente in modi disparati. Le legislazioni di questi staterelli erano un accumulo disordinato di disposizioni di vario rango e valore. In alcuni casi reggeva ancora il vecchio ordinamento napoleonico (a Parma, per esempio, Maria Luisa lo aveva mantenuto), in altri vigeva la razionale organizzazione della burocrazia austriaca (in Lombardia e Veneto); gli Stati del Papa risentivano della profonda confusione tra impiego civile, affidato ai laici, e presenza delle strutture clericali; nel Mezzogiorno tutto appariva disordinato e poco razionale, “borbonico” appunto, caratterizzato dalla sopravvivenza di antiche consuetudini. Quando nel 1870 Quintino Sella incaricò il giovane impiegato Giolitti di studiare l’unificazione delle leggi contabili e fiscali, questi scoprì (lo narra nelle sue memorie) che in Campania si consentiva l’esenzione fiscale a chi offrisse vitto e alloggio a un soldato del Re e al suo cavallo.

Tutte queste realtà furono unificate dopo il 1861 nel prototipo piemontese: ma non senza resistenze passive, compromessi, profondi contrasti. Un impiegato del Sud che era stato anche un patriota, tale Giannelli, giunse a sfidare a duello il suo capoufficio piemontese che pretendeva di correggergli la lingua italiana trasformandola nel burocratese dell’amministrazione.

DALL’UNITÀ ALLA REPUBBLICA

Faccio ora un salto temporale. Quanto resistette il modello Cavour e come eventualmente si modificò nel tempo?

La risposta è complessa: resistette a lungo, direi quasi sino ai nostri giorni; ma al tempo stesso non fu esente da modifiche, frutto degli errori e delle mancanze del processo di unificazione. Queste modifiche, che furono radicali, non consistettero in vere riforme capaci di modificare il modello originario. Piuttosto si affiancarono, si sovrapposero, a quel modello.

Fu, in particolare, in epoca giolittiana (1900-1915) che si verificarono tre importanti trasformazioni del modello Cavour, che videro:

  • triplicare il numero dei dipendenti statali (dai 100 mila di fine Ottocento ai 300 mila e oltre del 1915);
  • meridionalizzarsi la burocrazia;
  • prevalere, tra i nuovi assunti, i laureati in giurisprudenza e concretizzarsi la conseguente “fuga dall’amministrazione” di esponenti delle professionalità tecniche.

In 15 anni, la Pubblica amministrazione cambiò faccia: originariamente era di numero contenuto, piemontese o settentrionale, espressione di saperi tecnico-pratici. Poi divenne tutto il contrario. Per un paradosso l’Italia si spaccava in due: al Nord l’economia, e le culture pragmatiche del positivismo; al Sud lo Stato, e le culture formalistiche dell’idealismo. Le due Italie erano estranee l’una all’altra. Lo Stato non capiva lo sviluppo economico.

Nacquero da ciò potenti contraddizioni. La dico in una battuta: l’economia correva avanti, ma lo Stato non la seguiva. Era lento, attardato da controlli e cavilli, incapace di ragionare sui problemi concreti. Si pose rimedio a questa contraddizione promuovendo o favorendo la nascita del primo circuito delle cosiddette “amministrazioni parallele”, cioè istituzioni nate dentro i ministeri, ma dotate di relative autonomie di gestione e talvolta anche di bilancio (es. Commissariato per l’emigrazione, Consiglio superiore e Ufficio del lavoro, Commissariati e uffici speciali per le aree depresse; Azienda statale delle ferrovie; infine l’Ina, che fu il primo ente di diritto pubblico nazionale, totalmente slegato dal cordone ombelicale coi ministeri).

Le amministrazioni crebbero in modo spesso disordinato nel primo dopoguerra e il fascismo si presentò sotto l’aspetto (o forse la maschera) di un governo liberista. Mussolini in effetti diminuì il numero dei ministeri, bloccò per qualche anno le assunzioni, rafforzò la Ragioneria generale dello Stato facendone definitivamente (lo era in parte già) la cabina di controllo della spesa pubblica. Non epurò – come aveva minacciato – la burocrazia, non potendo fare a meno, per guidare la macchina amministrativa che non conosceva, dei vecchi direttori generali di estrazione giolittiana o nittiana. Il modello Cavour, si potrebbe dire, fu difeso e dove possibile fu anche ripristinato.

Sottotraccia, però, stava nascendo una miriade di istituti preposti a funzioni decisive per uno Stato moderno. E nascevano fuori dai confini dello Stato di Cavour: erano creature indipendenti, dotate di una missione, di finanziamenti e bilanci autonomi, di un’enorme influenza pratica. Tra questi, c’erano gli enti operatori dei settori economici, i quali, aggregatisi in associazioni di interesse, chiedevano allo Stato di essere per così dire “entificati” e poi assumevano la guida delle politiche economiche del loro settore di competenza (es. Ente Nazionale Risi).

Dopo il passaggio del fascismo dalla fase liberista quella statalista-corporativa il vecchio modello Cavour, dunque, stava ancora in piedi (ministeri, direttori generali, firma del ministro). Ma era incalzato da fratelli minori spesso al di fuori del suo controllo.

IL DOPOGUERRA E I TENTATIVI DI RIFORMA DELLO STATO

Caduto il regime, il dopoguerra democratico non segnò alcun mutamento rispetto a questo che possiamo chiamare il dualismo della sfera pubblica: Stato-ministeri e Stato-enti pubblici (o società per azioni a partecipazione statale: Ina, Iri, Imi, Inps). Convivevano due burocrazie, esisteva insomma un “secondo Stato”, il cui punto di forza era evidente: agiva spesso con la velocità e l’efficacia che il primo Stato, soggetto ai mille controlli della Ragioneria e della Corte dei conti, non poteva mettere in campo.

 

Ma c’era un punto di debolezza: così la riforma dello Stato non si faceva mai, si rimandava in eterno.

Se ne parlò molto a partire dalla prima legislatura, sebbene già qualcuno allora osservasse che la Costituzione non aveva in realtà affrontato adeguatamente il nodo dell’amministrazione (in particolare Massimo Severo Giannini, che aveva tutto visto e studiato dall’osservatorio privilegiato del Ministero per la Costituente). I Governi De Gasperi proclamarono di voler fare la riforma, ma non la fecero. Remavano contro principalmente le burocrazie. Alte e piccole. Soldi ce ne erano pochi, le riforme costavano: e soprattutto spaventavano.

Si tornò a parlare di riforma dello Stato ai tempi del primo centro-sinistra, quando la programmazione economica voluta soprattutto dai socialisti si dovette scontrare con il potere della Ragioneria generale dello Stato. Ma ci fu anche – in termini più generali – l’ostilità persino culturale della burocrazia italiana. Nulla si fece. Quando nei primi anni Settanta nacquero le Regioni a statuto ordinario, anche le Regioni si adattarono a ripetere organizzazione e regole dello Stato. Nacquero le burocrazie regionali, spesso brutta copia di quella statale.

Gli ultimi decenni del XX secolo videro almeno tre tentativi di rimettere al centro dell’azione di governo la riforma amministrativa: quello del professor Massimo Severo Giannini, ministro nel 1979-80; quello del professor Sabino Cassese, ministro nel 1993-94; e quello del professor Franco Bassanini, ministro e sottosegretario alla Presidenza del consiglio in diversi governi dal 1996 al 2001. I tre tentativi hanno avuto in alcuni casi esiti positivi, ma nessuno dei tre, neppure il più ambizioso e quello che ebbe più tempo e un quadro politico più favorevole (Bassanini) raggiunsero gli obiettivi di una riforma della amministrazione complessiva e duratura.

Ciò si deve a vari fattori, che qui non ho il tempo di esaminare puntualmente, mi limito a evidenziare quello più determinante della mancata continuità dei vari disegni di riforma.

Il punto chiaro a tutti era già allora il seguente: una riforma amministrativa ha bisogno di tempo: ideazione, sperimentazione, verifica dei primi risultati, correzione di rotta, implementazione. Esige un suo habitat politico favorevole e duraturo che non può che essere bipartisan, un contratto tra forze politiche antagoniste per tenere la riforma possibilmente fuori dalla contesa politica. La disponibilità a proseguire l’uno il lavoro dell’altro.

GLI ANNI DUEMILA E LA PRIMA RIFORMA BRUNETTA

Giunto agli anni Duemila devo necessariamente parlare di me stesso, e del ruolo che ho avuto nei due periodi nei quali ho ricoperto la responsabilità di ministro della Funzione pubblica.

Nel 2008, con il Governo Berlusconi IV, presentai le mie linee programmatiche nell’ambito di un vero e proprio “piano industriale” per la modernizzazione della Pubblica amministrazione. Un piano che si concretizzò con la legge delega 15/2009, finalizzata all’ottimizzazione della produttività del lavoro pubblico e all’efficienza e trasparenza delle pubbliche amministrazioni. Partiva così un lungo processo, durato poco più di due anni e mezzo, con cui si pose la base di un cambiamento radicale della macchina pubblica.

Le parole chiave di quella riforma si rintracciano nello schema metodologico proposto da Albert Hirschman: Exit, Voice and Loyalty. In altri termini, rimediare all’assenza, nel sistema pubblico, della “segnaletica” dei prezzi presente nel settore privato e agire su tre leve: favorire la scelta tra una pluralità di fornitori di servizi d’interesse collettivo, anche uscendo dai confini del perimetro pubblico; riconoscere la critica costruttiva e dare a tutti l’opportunità e il diritto di veder ascoltata la propria voce, perché essenziale alla revisione dei processi e dell’organizzazione pubblica; accrescere progressivamente la credibilità dei servizi pubblici e della burocrazia dimostrando, nei fatti, affidabilità e lealtà verso cittadini e imprese.

Per la prima volta, con il decreto Legislativo 150/2009 introducemmo l’obbligo di misurazione e valutazione della performance, l’accessibilità totale delle informazioni sul funzionamento della macchina amministrativa (curricula, incarichi, retribuzione, consulenze, costi) attraverso i siti istituzionali, la programmazione degli obiettivi, oltre a meccanismi di valutazione del merito. Con il decreto legislativo 198/2009 fu la volta della class action verso la PA e con il decreto legislativo 253/2010 riformulammo integralmente il Codice dell’amministrazione digitale per renderlo vincolante per le amministrazioni e favorire la diffusione delle nuove soluzioni tecnologiche. In quegli anni nacquero la posta elettronica certificata (PEC), la certificazione di malattia online e la prescrizione medica elettronica, la piattaforma per i pagamenti elettronici. Nello stesso periodo ci fu l’avvio operativo della fatturazione elettronica verso la PA, della didattica digitale nelle scuole, dell’uso della firma elettronica, dell’identità digitale di cittadini e imprese. Open data e open government sono espressioni nate nel primo documento sull’Agenda digitale italiana nel settembre 2009.

La crisi economico-finanziaria e la caduta del Governo Berlusconi, con l’imposizione delle politiche di austerity da parte dell’Europa, resero impossibili i rinnovi contrattuali, linfa vitale per il cambiamento, e inaugurarono una lunga serie di tagli alla spesa e di blocco del turnover che impedì la completa attuazione della riforma. I suoi principi cardine non furono demoliti, ma la sua carica rivoluzionaria fu depotenziata.

Nei sei Governi successivi (Monti, Letta, Renzi, Gentiloni, Conte 1 e Conte 2) a nessuno dei miei successori al dicastero della Pubblica amministrazione è stata attribuita una precisa responsabilità di sistematizzazione delle politiche pubbliche a favore della modernizzazione della macchina amministrativa, nonostante le ripetute sollecitazioni in questa direzione da parte della Commissione Europea nelle Country Specific Recommendations indirizzate ogni anno all’Italia.

IL PNRR E LA SECONDA RIFORMA BRUNETTA

Il tema è tornato di straordinaria attualità durante il Governo di Mario Draghi, chiamato alla guida del Paese anche per scrivere il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza e orientare la ricostruzione italiana dopo la pandemia secondo le grandi transizioni individuate e finanziate dal Next Generation EU: digitale e ambientale. Un compito, quello di redigere il PNRR, su cui si era arenato l’Esecutivo Conte 2 e che invece è stato portato a termine da Draghi e dai suoi ministri, me compreso. Per questo ho potuto riprendere il filo della riforma della Pubblica amministrazione, riconosciuta nel Piano di Ripresa, insieme a quella della giustizia, come “orizzontale”, perché trasversale a tutte le sei Missioni del Piano e determinante per migliorare l’equità, l’efficienza, la competitività e il clima economico del Paese.

Questa volta, a tredici anni di distanza, ho illustrato le mie linee programmatiche in Parlamento, il 9 marzo 2021, presentandole come l’ABCD, il nuovo indispensabile alfabeto per modernizzare la PA: A come Accesso, B come Buona amministrazione e semplificazioni, C come Capitale umano, D come Digitalizzazione (affidata, quest’ultima, alle mani esperte di Vittorio Colao).  La riforma non è stata concepita come un unico grande intervento che avrebbe richiesto lunghi tempi di attuazione, ma come una serie di “strappi”, di cambiamenti dirompenti. Nei 20 mesi del Governo Draghi, gran parte dell’ABCD è stata realizzata, persino in anticipo rispetto al cronoprogramma negoziato con la Commissione UE. I concorsi sono stati velocizzati e interamente digitalizzati, parallelamente allo sblocco del turnover. Sono state introdotte procedure innovative di reclutamento del personale necessario alla realizzazione dei progetti del PNRR. È nato inPA, il Portale nazionale del reclutamento che dal 1° novembre sarà utilizzato da tutte le amministrazioni per la pubblicazione dei bandi di concorso, sostituendo la Gazzetta Ufficiale dal 2023, e sul quale sono pubblicate tutte le procedure di mobilità. Sono state riformate le carriere nel pubblico impiego, valorizzando il merito e le elevate professionalità. È stato lanciato il Piano strategico di formazione per tutti i 3,2 milioni di dipendenti pubblici, articolato in prima istanza sul potenziamento dei livelli di istruzione terziaria (con il progetto “PA 110 e lode” in oltre 70 atenei italiani i lavoratori pubblici possono iscriversi a condizioni agevolate a corsi di laurea, master e corsi di specializzazione.

Sono stati rinnovati i contratti di lavoro per i comparti Funzioni centrali, Sanità, Enti locali, Difesa e sicurezza, Soccorso pubblico, carriera prefettizia, dando concreta attuazione alle milestone del PNRR relative alla riforma del pubblico impiego e regolando con diritti e doveri, per la prima volta, lo smart working nella PA. È stata razionalizzata e innovata la programmazione delle amministrazioni pubbliche, istituendo i PIAO (Piani integrati di attività e organizzazione) e un portale dedicato.

Una prima ondata di semplificazioni delle procedure ha interessato gli ambiti chiave delle autorizzazioni ambientali e per la banda ultralarga, degli appalti e dell’energia, con particolare attenzione alle rinnovabili. È stata, infine, assicurata l’assistenza tecnica e progettuale, in particolare per gli enti locali, istituendo una apposita piattaforma di servizi, “Capacity Italy”.

In questo quadro, ho fortemente voluto il rilancio di Formez PA e della Scuola Nazionale dell’Amministrazione, il cui nuovo corso – hub territoriali e alleanze con Università e centri di alta formazione nazionali e internazionali – è stato inaugurato oggi proprio qui a Santena.

Non è un caso. Diceva Ciampi, riferendosi all’euro, che l’Europa ci avrebbe obbligati a diventare virtuosi: in un certo senso, ciò vale anche per la riforma amministrativa. Si profila ormai a occhio nudo in campo continentale la tendenza alla collaborazione, emulazione, reciproca influenza e integrazione tra i sistemi amministrativi. Proficui processi di scambio sono in atto in molti settori: nella magistratura per esempio, attraverso la rete dei Consigli di giustizia dell’Unione Europea, che già agisce proficuamente nel settore della formazione dei giovani magistrati; altrettanto avviene nel settore della polizia e in altri campi delle pubbliche amministrazioni. E sono incoraggianti le esperienze in atto presso le istituzioni europee.

Con il PNRR, con le riforme del biennio 2021-2022 e con la nuova SNA, a questo processo di convergenza abbiamo dato una spinta cruciale. L’apertura della SNA alla collaborazione con le università, gli enti regionali, le amministrazioni centrali e locali, le società pubbliche e le organizzazioni internazionali rivela come i destinatari dell’alta formazione siano i dirigenti e i funzionari che il Piano di Ripresa incarica di traghettare l’Italia in un nuovo paradigma sociale ed economico, all’interno di una nuova Europa.

Nell’ultimo biennio, come evidenzia il Rapporto del Comitato scientifico per la valutazione dell’impatto delle riforme in materia di capitale umano pubblico presieduto da Sergio Fabbrini, la relazione di interdipendenza fra riforme interne e contesto (o vincolo) esterno ha assunto un carattere biunivoco crescente. Se da un lato, la qualità delle riforme della Pubblica amministrazione è sempre di più una componente fondamentale degli indici compositi che misurano l’attrattività dell’Italia, registrando anche alcuni successi , dall’altro l’agenda di modernizzazione e digitalizzazione della PA italiana si è inserita in un insieme “osmotico” di riforme intraprese da tutti i partner europei, nei cui confronti il ruolo della Commissione (e segnatamente della DG Reform) è sempre più spesso non di “giudice” ma di “accompagnatore”. Nel dicembre 2021 è stato costituito, per decisione di Bruxelles, un gruppo di esperti in materia di Pubblica amministrazione e governance, volto a garantire un’attuazione coordinata dei progetti di modernizzazione della PA contenuti in ciascun PNRR. La stessa predisposizione di progetti di sostegno tecnico (TSI, Technical Support Instrument) ispirati a priorità condivise e in una logica multi-Paese rappresenta un ulteriore passo in direzione della costituzione di una “comunità di pratiche” su base transnazionale. Lo scambio costruttivo e operativo di buone prassi e di condivisione di esperienze di riforma non può che promuovere la convergenza con l’Europa.

Come ho detto più volte i Piani nazionali di ripresa e resilienza e, in generale, la strategia Next Generation EU sono i più forti catalizzatori della convergenza europea da quando il disegno euro-comunitario è stato concepito e avviato. La risposta europea alla crisi da Covid-19 ha creato infatti “un prima e un dopo” nel percorso di solidarietà e unificazione europea.

Un “prima” nel quale la convergenza dei Paesi e la stabilità del continente erano promosse con il coordinamento delle decisioni di finanza pubblica dei singoli stati realizzato attraverso il cd. “Semestre europeo” e gli strumenti preventivi e correttivi del complesso di regole delle governance economica europea. E ancora un “prima” in cui si tentava di promuovere l’adozione di riforme per lo sviluppo dell’economie europee attraverso le raccomandazioni rivolte a ciascun paese dalle istituzioni europee.

E un “dopo” in cui le istituzioni europee e i Paesi che ne fanno parte hanno dimostrano di credere nel disegno europeo e nelle sue logiche di sviluppo, investendo direttamente nel progetto comune attraverso debito europeo da impiegare per la realizzazione di investimenti e riforme definite a livello nazionale ma ispirate da un disegno strategico comunitario di risposta alle due transizioni (ecologica e digitale) che proietta l’Europa nel futuro ben oltre l’orizzonte del piano.

CONCLUSIONI

Torniamo a Cavour.

La costruzione dell’Italia unita fu il frutto della sua conoscenza dell’Europa, il portato dei numerosi viaggi che intraprese alla volta di Parigi, Londra, Bruxelles e Ginevra, città d’origine di sua madre. Da quel “culto per il progresso europeo e per le forme politiche, economiche e culturali proprie del progresso di quel tempo”, come ha scritto lo storico Luciano Cafagna, nacque il processo di unificazione. Il filosofo Guido De Ruggiero disse di lui: “Fu l’unico uomo veramente europeo del Risorgimento italiano”.

Lucidamente Cavour comprese che il disegno di unità e indipendenza del nostro Paese poteva trovare concreta realizzazione solo all’interno di un contesto più ampio quale quello europeo. Contesto da cui trarre ispirazione e con cui intrattenere rapporti istituzionali ed economici; da buon liberista Cavour aveva ben chiaro, infatti, che per alimentare la crescita economica dell’Italia era necessario intensificare i rapporti di scambio con gli altri paesi, a iniziare da quelli europei. Questo all’interno di un disegno di sviluppo che l’Italia però avrebbe dovuto costruite a partire dalle proprie forze e convinzioni così da preservare la propria indipendenza.

A quasi due secoli di distanza, in questo Complesso dove visse e studiò, riecheggia, quindi, lo spirito europeo di Cavour ad animare la ricostruzione italiana e la riforma dell’amministrazione. Assistiamo alla stessa tensione, allo stesso slancio, in un frangente reso molto complicato dalla guerra in Ucraina, dalla crisi energetica e dai nuovi precari equilibri geopolitici globali che mettono in crisi la visione intergovernativa dell’Europa e premono per una maggiore integrazione, all’insegna del metodo comunitario e della “membership”.

“Nel dubbio, per l’Europa”, ripeteva l’ex cancelliere tedesco Helmut Kohl. Non abbiamo altra via per il nostro progresso, se non quella indicata da Cavour.

Grazie.

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