Dopo gli anni di strategic engagement della Cina, l’interscambio di accademici tra i due Paesi sta rallentando fortemente. Un fenomeno che ha un forte impatto sulla capacità di entrambi di leggere le decisioni altrui. Ne parla il prof. Enrico Fardella

All’inizio degli anni Settanta del secolo scorso, le relazioni tra gli Stati Uniti e la Cina erano entrate in un momento di distensione, simboleggiato dalla cosiddetta “diplomazia del ping pong”. Il panorama degli istituti di ricerca statunitensi che si concentravano sulla Cina era caratterizzato da un sempre crescente flusso di accademici e analisti politici che visitavano, e studiavano in loco, la Repubblica Popolare. Oggi la situazione è cambiata, come riporta un dossier del Financial Times. Se il patrimonio conoscitivo di una intera generazione di docenti, diplomatici, uomini d’affari è quantomai essenziale allo sviluppo del paese in una superpotenza, questo patrimonio si sta nondimeno erodendo. La principale conseguenza di questo fenomeno è che diventa, e diventerà, sempre più difficile per la comunità accademica, ma anche per i governi e i policymaker in generale, comprendere dall’esterno i fenomeni e le dinamiche interne cinesi.

Negli Stati Uniti, spiega Jan Berris del National Committe on US-China Relations, questo trend sta rendendo il lavoro degli analisti politici sempre più sconnesso dalla realtà, nel senso che questi ricercatori si trovano costretti ad analizzare dati aggregati provenienti dalla Cina senza averli raccolti di persona sul campo. La ricerca accademica politica, o socio-politica, ha bisogno in larga parte di essere condotta in loco per poter beneficiare delle relazioni umane, elemento imprescindibile dell’analisi. La chiusura in questo senso di Pechino sta spingendo gli istituti di ricerca statunitensi a concentrarsi sempre di più sull’analisi militare, o comunque su questioni relative al mondo militare, a scapito di aree di ricerca più sfumate.

Il risultato purtroppo consiste in una perdita di conoscenza rispetto alle dinamiche interne sociali e politiche, e rende più difficile interpretare, e quindi anche prevedere, le scelte della leadership cinese. Secondo Berris, le speculazioni che vengono fatte oggi sul prossimo congresso del Partito Comunista sono esattamente il frutto di queste circostanze. Il professor Wang Yuhua, dell’università di Harvard, è ancora più esplicito: “Quello che Washington vuole sapere è chi salirà e chi scenderà nella scala di potere, quale sarà la politica economica, ma francamente stiamo leggendo i fondi di caffè. (…) Non sappiamo cosa succeda all’interno di Zhongnanai (il quartiere del  governo a Pechino), possiamo limitarci a osservare trend del passato”.

Il professor Enrico Fardella è visiting scholar alla John Cabot University e direttore del progetto ChinaMed.it che analizza il ruolo della Cina nel Mediterraneo. Interpellato sul tema da Formiche.net sostiene che le restrizioni draconiane applicate dal governo cinese per il contenimento della pandemia hanno accelerato questa ‘fortificazione’ del paese e hanno di fatto impedito ai ricercatori stranieri di condurre ricerche sul campo in Cina. “Sebbene queste ultime restrizioni sembrino progressivamente ammorbidirsi, la crescente tensione che caratterizza i rapporti tra la Cina e l’occidente rafforza i profili di criticità della ricerca e non favorisce certamente uno spedito ritorno alla normalità”.

La questione si intreccia anche con le vite personali degli studiosi americani in Cina, e quelli cinesi che vivono negli Stati Uniti. I legami di scambio accademico tra i due Paesi, normalizzati nei primi anni Settanta, si erano bruscamente interrotti nel 1989 a seguito della sanguinosa repressione delle proteste da parte di Pechino. Alcuni studiosi che avevano trattato il tema di piazza Tienanmen o temi correlati erano stati banditi per sempre dalla Repubblica Popolare.

Tuttavia, con la riapertura degli anni Novanta, i ricercatori esteri poterono ricominciare a vivere nel Paese, a condurre sondaggi, accedere ad archivi, stabilire gruppi di ricerca sul campo. Questa fase non durò a lungo, dato che il Partito cominciò lentamente a proibire una serie di attività, principalmente vietò ad entità straniere di condurre sondaggi di opinione, e chiuse gli archivi storici. Attualmente si dice anche che esistano pressioni sugli accademici cinesi perché non sviluppino contatti con omologhi esteri. Un punto che è stato toccato anche dal presidente Xi all’università di Tsinghua, quando ha affermato che i ricercatori cinesi dovrebbero pubblicare solo in Cina.

E’ il clima generale ad essere molto teso. Lu Xiaobo è professore associato all’università di Austin, in Texas, e racconta di come sia diventato sempre più difficile studiare argomenti che tocchino attività governative, la corruzione, le dinamiche interne al partito e alle burocrazie, le politiche economiche, o il sistema giudiziario, e di come sempre più argomenti diventano sensibili. Sempre secondo il professore, questo porta i giovani accademici ad autocensurarsi e a scegliere campi di studio considerati neutri e sicuri per ottenere il proprio diploma.

Dall’altra sponda del Pacifico la comunità di ricercatori cinesi sul suolo americano è fortemente cresciuta negli ultimi cinquant’anni. La classe dirigente americana, fatte salve alcune oscillazioni, aveva abbracciato la cosiddetta engagement policy, la politica del coinvolgimento della Repubblica Popolare nell’arena internazionale, anche in funzione anti-sovietica. Oggi le cose stanno cambiando.

Già durante l’amministrazione Obama le restrizioni sui visti per studenti cinesi sono aumentate, e durante l’epoca di Trump sono esplose le accuse (e i casi comprovati) di spionaggio. La questione è piuttosto complessa, e ha a che fare con un assottigliamento del dibattito politico interno agli Stati Uniti, sempre meno interessato a lasciare spazio a posizioni che non rientrino nella narrativa secondo la quale Washington e Pechino siano nemici. Questa è la conclusione a cui è giunto il National Committe on US-China Relations, la ricerca che non descrive le due parti come ostili ha poca influenza nel dibattito politico in entrambi i Paesi.

Secondo Lu Xiaobo, questa è la conferma del cosiddetto confirmation bias, secondo cui le persone cercano le risposte in cui vogliono credere. “Durante l’era di Nixon, volevano usare la Cina contro l’Unione Sovietica e questo cambiò la percezione di Pechino a Washington. Attualmente è estremamente difficile per gli accademici mantenere posizioni neutrali, perché non importa se siano democratici o repubblicani, i politici cercano dei falchi”. David McCourt, sociologo dell’Università della California, racconta che la parola engagers è ormai connotata in senso negativo. Quando la utilizzò per definire un gruppo di policymaker americani favorevoli a continuare gli scambi con la Cina, questi chiesero di non essere definiti in quel modo, ma preferirono la dizione responsible co-existers.

Questo fenomeno troverà spazio anche in Italia? Sempre il professor Fardella: “Se negli Stati Uniti tuttavia il clima fortemente critico nei confronti di Pechino sembra giungere ad influenzare la ricerca e a sua volta limitarne gli spazi, in Italia questo non è ancora avvenuto. Ma visto il crescente clima di sospetto nei confronti di Pechino che influenza il dibattito europeo sul tema, ciò non toglie che anche in Italia ciò potrebbe presto avvenire”.

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