Biden dichiara che l’America sosterrà militarmente l’isola in caso di invasione. Ma l’Europa, nonostante i legami con la Cina, non potrà girarsi dall’altra parte. Anche perché le conseguenze economiche e geopolitiche sarebbero tremende per tutti. Secondo Matthew Kroenig (Atlantic Council), il conflitto tra blocchi (democrazie vs autocrazie) continuerà per molti anni

Il Presidente americano Joe Biden ha recentemente dichiarato il fermo sostegno militare americano a Taiwan nel caso Pechino decidesse di invadere l’isola. Un cambio di marcia rispetto all’ambiguità strategica mantenuta da Washington fino a oggi. Nel frattempo l’esercito cinese prepara piani di invasione al 2027. Quali sono i principali aspetti e i possibili sviluppi del dossier taiwanese? Ne parliamo con Matthew Kroenig, professore alla Georgetown University, esperto dell’Atlantic Council con diverse esperienze nelle comunità di difesa e intelligence americane.

Le recenti dichiarazioni del Presidente Biden segnano cambio di paradigma rispetto alla tradizionale ambiguità di Washington sulla questione di Taiwan?

La politica degli Stati Uniti verso Taipei è composta da due elementi, correlati ma distinti. Il primo è la cosiddetta One China policy, la politica di una sola Cina. Abbiamo relazioni ufficiali con il governo di Pechino e relazioni ufficiali con il governo di Taiwan; non sosteniamo l’indipendenza di Taiwan, ma nemmeno riconosciamo la sovranità cinese sull’isola. Questa è la One China policy. E poi c’è la questione dell’ambiguità strategica. Questa ha riguardato in particolare il fatto che se la Cina invadesse Taiwan, gli Stati Uniti potrebbero intervenire, forse sì forse no. La politica americana è sempre stata ambigua su questo. In sintesi, non credo che le dichiarazioni di Biden oggi, e di Obama ieri, abbiano modificato la one China policy, ma hanno modificato l’approccio strategico, dall’ambiguità alla chiarezza. Non stiamo dicendo che sosteniamo l’indipendenza di Taiwan, ma se Pechino attaccherà, finché Biden sarà Presidente, Washington interverrà a difesa di Taipei.

Finché Biden sarà presidente. Sarebbe diverso se ci fosse un’altra figura alla Casa Bianca?

Beh, sa, in una situazione come questa, entrare in guerra inviando l’esercito americano a combattere, si tratta sempre di una decisione presidenziale. E quindi a prescindere dalla posizione ufficiale degli Stati Uniti, un presidente in carica potrebbe adottare una propria linea originale. Quindi penso che dipenda molto dalla figura in carica. Quella di oggi è la linea di Joe Biden, ma un successore potrebbe portarci in una direzione diversa.

Qual è l’interesse americano e quale quello europeo nel difendere Taiwan? Pechino ha ragione nel considerarlo un territorio da sempre appartenuto alla Cina?

La Cina non possiede oggi quell’isola e le sue rivendicazioni storiche sono piuttosto deboli, oltre ad avere poco senso in assoluto. Voglio dire, è stata anche di proprietà dei giapponesi e di altre potenze. Se gli Stati Uniti dicessero che le Filippine dovrebbero far parte degli Stati Uniti in quanto ex possedimento coloniale, e andassero in guerra per conquistarle, la gente penserebbe che siamo impazziti. Perché è nell’interesse degli Stati Uniti o dell’Europa tutelare Taiwan? La Cina è la seconda economia del pianeta. Taiwan è il settimo partner commerciale dell’America e il quinto dell’Unione Europea. Quindi una guerra sarebbe devastante per l’economia globale.

Renderebbe povero l’europeo medio e l’americano medio. In secondo luogo, se la Cina riuscisse a conquistare Taiwan, si troverebbe in una posizione militare molto più forte per proiettare potenza contro altri alleati americani come il Giappone e le Filippine e Taiwan diventerebbe una sorta di grande portaerei rivolta verso il Pacifico, verso Guam, e potenzialmente verso la costa occidentale degli Stati Uniti. Washington ha sempre avuto, almeno dalla fine della Seconda Guerra Mondiale, una politica volta a impedire che paesi ostili dominino importanti regioni geografiche.

Non c’è il rischio che la questione di Taiwan in Europa venga percepita come lontana e di scarso interesse? Oltre al fatto che l’area europea ha un enorme volume di scambi con la Repubblica Popolare.   

Ci sono diversi fattori da considerare. Tanto per cominciare, credo che negli ultimi anni l’Europa abbia decisamente preso coscienza di fronte alla minaccia cinese, e credo che l’invasione russa dell’Ucraina abbia contribuito in tal senso. Penso che molti europei siano stati colpiti dal fatto che la Cina abbia appoggiato questa invasione, con Xi che ha detto che la sua partnership con Putin non ha limiti. In secondo luogo, osservando questa crisi al confine con stati membri dell’Unione, gli europei hanno capito che le guerre di invasione sono ancora possibili nel XXI secolo, e quindi che quando gli americani parlano di una invasione cinese di Taiwan, si tratti di un pericolo reale. In terzo luogo, i Paesi europei hanno un grande interesse nel mantenere stabilità dello Stretto di Taiwan.

Se scoppiasse una guerra, sarebbe un male anche per l’Europa. Sarebbe negativo per l’economia globale e per un sistema internazionale basato sulle regole. Penso quindi che l’Europa abbia un interesse in questo senso, che debba sostenere la politica di Biden, e mi ha fatto piacere vedere le recenti dichiarazioni dei vertici della Nato e del G7, che chiedono pace e stabilità nello Stretto di Taiwan. Questo discorso vale anche per la questione della dipendenza economica da Pechino: così come gli Europei si sono sganciati dalla Russia nel giro di qualche settimana, hanno tutto il tempo per continuare una strategia di decoupling dalla Cina.

Esiste poi un aspetto valoriale. Non si tratterebbe solo di un conflitto tra Pechino e Taipei, ma tra una dittatura e il mondo libero. Il Partito Comunista Cinese vorrebbe un mondo sicuro per l’autocrazia. Abbiamo già visto la Cina interferire nel funzionamento democratico degli Stati Uniti, usando il suo potere economico per mettere a tacere la libertà di parola, silenziando la National Basketball Association che evidenziava il genocidio nello Xinjiang. Quindi, in breve, se la Cina prende Taiwan penso che sia un male per le nostre libertà, per la nostra sicurezza e per la nostra prosperità.

La strategia del Presidente Biden di dichiarare aperto sostegno potrebbe spingere la leadership cinese ad agire rapidamente e a passare il prima possibile all’attacco?

La questione è che la Repubblica Popolare non ha ancora la capacità di condurre un’invasione. Stanno investendo in risorse come le navi anfibie, ma il Presidente Xi ha recentemente detto al PLA, l’Esercito Popolare di Liberazione, che vuole vedere una capacità di invasione sviluppata entro il 2027. Questo elemento, naturalmente, suggerisce che dovranno passare almeno cinque anni prima che siano pronti dei piani concreti e azionabili. Inoltre Pechino ha tratto diverse lezioni dall’invasione russa dell’Ucraina. Sicuramente si reputa migliore di Mosca, con minori inefficienze, ma è altrettanto vero che si sono resi conto di quanto sia impegnativa una guerra di invasione. Hanno visto quanto gli ucraini stiano combattendo e, soprattutto, hanno visto la reazione della comunità internazionale, che per molti non era scontata. L’Europa, le democrazie asiatiche e gli Stati Uniti si sono schierati dalla parte dell’Ucraina. Quindi credo che per il momento questo spinga Xi Jinping a non accelerare i tempi, alla cautela, anche se i calcoli strategici e gli obiettivi a lungo termine non cambiano.

In questi cinque anni la scena internazionale continuerà a evolversi secondo lo schema dei blocchi politici contrapposti?

Sì, penso che le relazioni tra Stati Uniti e Cina peggioreranno e rimarranno ostili per parecchio tempo. Credo che siamo all’inizio di una nuova guerra fredda, e l’ultima è durata cinquant’anni. Osserviamo l’intensa competizione tra gli Stati Uniti e i suoi alleati democratici come il Giappone, l’Australia, la Corea del Sud contro queste dittature revisioniste. Dall’altra parte vediamo la Cina, la Russia, l’Iran e la Corea del Nord lavorare a più stretto contatto. La Federazione Russa che acquista armi da Teheran e da Pyongyang. Mosca, Pechino e Teheran che conducono esercitazioni militari congiunte. A mio parere, questa è la grande faglia del mondo di oggi. Ritengo che lo scontro tra il mondo libero e questi dittatori sia una lotta generazionale e forse coinvolgerà anche più di due generazioni.

Quindi alla fine ci sarà uno scontro, uno scontro militare.

Non necessariamente uno scontro militare. Abbiamo già visto la Guerra Fredda, che con le sue crisi e le sue tensioni non ha poi portato al conflitto armato. Mi faccia dire che la Berlino di allora è un’analogia con Taiwan e l’Ucraina di oggi. La città tedesca non era granché importante nel contesto geopolitico più ampio, ma era proprio in prima linea tra gli Stati Uniti e l’Unione Sovietica, la NATO e il Patto di Varsavia. Per questo motivo, tra la fine degli anni ’50 e l’inizio degli anni ’60 si verificò una serie di intense crisi su Berlino, anche con minacce nucleari. Fortunatamente la situazione si è risolta in modo pacifico. Credo che Taiwan si trovi in una posizione simile, in quanto si trova proprio sulla linea di confine tra la zona democratica occidentale, il Pacifico e la Cina. Allo stesso modo, l’Ucraina si trova proprio al confine tra il mondo libero e la sfera d’influenza russa. E quindi credo che sia questo uno dei motivi per cui stiamo assistendo a crisi in questi luoghi e non altrove.

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