È necessaria “una maggiore attenzione” verso il continente “dopo che per anni abbiamo assistito a una forte espansione cinese”, spiega il deputato azzurro, candidato in Lombardia. La Difesa fuori dal dibattito pubblico? “È un peccato”, ma la visione del centrodestra è chiara: c’è “un’assoluta aderenza tra alleati” sulle spese militari al 2% e sul posizionamento atlantista

Dopo che temi come le spese militari hanno segnato le ultime settimane del governo Draghi, da quando è stata avviata la campagna elettorale nel dibattito pubblico la difesa non compare come tema prioritario. “È un peccato”, spiega Matteo Perego di Cremnago, membro delle commissioni Esteri e Difesa della Camera e a capo del dipartimento Difesa di Forza Italia, partito per il quale è candidato alla Camera nel collegio proporzionale Lombardia 1 che comprende la città di Milano. “L’attualità ne dimostra l’importanza”, prosegue. “La guerra in Ucraina, l’adesione di Finlandia e Svezia alla Nato, l’impegno di Unione europea e Stati Uniti a sostenere anche militarmente il governo di Kiev, gli sforzi della Turchia per un compromesso: tutto ha a che fare con la difesa, anche la partita dell’energia come dimostrano le cronache che riguardano la centrale nucleare di Zaporizhzhia e la proposta del governo ucraino a diventare partner energetico dell’Unione europea”.

Nel programma di governo della coalizione di centrodestra, che riunisce Fratelli d’Italia, Lega e Forza Italia, la Difesa emerge come questione interna. E quella esterna?

La nostra visione è chiara, a sostegno delle forze armate, dell’industria con una netta adesione ai programmi europei e alle missioni militari internazionali, metà delle quali sono in Africa, la grande sfida del prossimo decennio. Ma sicuramente le tematiche di sicurezza rappresentano un tema più immediato e prossimo ai cittadini. Pensiamo alle nostre città, alle violenze e al fenomeno delle baby gang. Nel programma ci sono progetti di più ampio respiro. E c’è un’assoluta aderenza tra alleati sull’impegno per portare le spese militari al 2% del prodotto interno lordo, così come sul posizionamento atlantista e il contributo agli impegni internazionali come al sostegno all’integrità e alla sovranità territoriale dell’Ucraina.

Auspica un maggior dibattito sulla Difesa?

Sicuramente auspicherei che si parlasse di più di Difesa. Ciò responsabilizzerebbe i governi ad assumere impegni che in passato sono stati ignorati per paura del giudizio dell’opinione pubblica. Credo che oggi l’opinione pubblica italiana sia pronta ad affrontare queste tematiche che spesso, anche per tradizione, i partiti tendono a non mettere in luce.

È l’Africa la sfida del futuro?

Nel Mediterraneo Allargato l’Italia può già contare su una forte presenza delle forze armate e delle aziende, basti pensare a Eni. Credo serva una maggiore attenzione verso l’Africa, dopo che per anni abbiamo assistito a una forte espansione cinese. Nel Mediterraneo dobbiamo rafforzare la nostra presenza, mentre se parliamo di Africa mi aspetto un’inversione di tendenza forte. Serve un piano strategico.

In che direzione si muoverebbe?

Su un doppio binario. Pensiamo alla Libia: l’Italia ha perso quella partita per mancanza di coraggio, quando ha detto no alla richiesta di aiuto militare da parte del governo Serraj e con la ambiguità tra Tripolitania e Cirenaica. Inoltre, non ha saputo fare gioco di squadra con la Francia. Oggi serve rafforzare i rapporti bilaterali ma anche tessere accordi all’interno della cornice europea. Un esempio è il Sahel, dov’è necessario fronteggiare la presenza russa con i mercenari della Wagner. Non si può che farlo a livello europeo.

Che cosa dovrebbe fare un prossimo governo di centrodestra?

Credo che un governo serio, come sarà il nostro, debba aprire immediatamente un dossier Africa viaggiando per il continente. A differenza della Francia, non abbiamo un passato coloniale che alimenta diffidenze. Siamo guardati come un partner strategico importante.

L’amministrazione Biden ha riacceso l’attenzione sull’Africa, pur mantenendo il pivot to Asia ben chiaro. Come muoversi in questo scenario?

Se analizziamo scelte strategiche degli Stati Uniti nell’ultimo quindicennio, il disimpegno dall’area è evidente. Dobbiamo certamente muoverci con il supporto statunitense, ma la questione riguarda in particolarie noi europei. Possiamo e dobbiamo essere decisivi, con un’agenda a medio termine che ci permetta di non farci cogliere impreparati davanti ai cambiamenti demografici dell’Africa e alle loro opportunità e ripercussioni.

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