Il potenziamento del Cfius da parte di Biden riaccende la questione della tutela dell’interesse nazionale nei settori strategici. Con l’ex sottosegretario al Commercio William Alan Reinsch abbiamo parlato della competizione con Pechino, piattaforme social cinesi e il futuro del Comitato per gli investimenti esteri negli Stati Uniti. Con uno sguardo sul tema di domani: il trasferimento di tecnologie dagli Usa verso l’estero

Il caso TikTok ha riacceso i riflettori sul problema delle aziende cinesi negli Stati Uniti in settori strategici. Il Presidente Biden la settimana scorsa ha firmato un ordine esecutivo che potenzia il ruolo dell’agenzia che si occupa di revisionare gli investimenti esteri in grado di minare la sicurezza nazionale. Ne parliamo con William Reinsch, esperto del Centre for Strategic and International Studies e già sottosegretario al Commercio.

Nei giorni scorsi abbiamo assistito all’audizione al Congresso di Vanessa Pappas, la COO di TikTok, che ha lasciato i senatori un po’ perplessi. Quali sono le soluzioni che sono sul tavolo ora?

Le possibili soluzioni sono le stesse di prima, non si sono fatti passi avanti: approvare l’operazione prospettata da ByteDance, la società che controlla TikTok, rigettarla, o (quello che poi succede di solito) approvarla con alcune condizioni di mitigazione. Queste condizionalità non sono rese pubbliche normalmente, e quindi non lo saranno a meno che TikTok non voglia pubblicizzarle. La questione di cosa fare con i dati e con l’algoritmo è discussa da almeno due anni, ed esiste più di una preoccupazione sulla sicurezza. La principale riguarda l’accesso ai dati e il loro utilizzo, e l’altra riguarda il contenuto della piattaforma, il timore che venga utilizzata come mezzo di propaganda. Il governo americano probabilmente vorrà assicurazioni su questi due punti come parte dell’accordo.

La Repubblica Popolare possiede il great firewall per cui l’accesso a siti esteri è schermato e non esistono social network occidentali in Cina. Perché gli Stati Uniti hanno permesso che una piattaforma cinese prendesse così tanto piede in America?

Beh intanto negli Stati Uniti esiste la libertà di parola per tutti, una filosofia molto diversa da quella cinese e non sarebbe possibile bandire TikTok di per sé perché è cinese. Il dibattito si concentra molto sui contenuti, ma riguarda tutte le piattaforme social, anche quelle statunitensi (forse soprattutto), sia il Congresso sia i singoli stati se ne stanno occupando dal punto di vista legale. Prima o poi la questione sarà risolta, e quando dico prima o poi intendo in qualche anno. Probabilmente arriveremo ad avere una pronuncia della Corte Suprema visto che ci sono già state leggi e sentenze contrastanti in diversi Stati sul controllo, la censura o la moderazione dei contenuti politici, per esempio in Florida o in Texas. Anche il Congresso potrebbe agire prima della Corte Suprema, ma non credo succederà, principalmente perché bandire TikTok dagli Stati Uniti significa togliere la piattaforma a milioni di elettori che non credo sarebbero molto contenti.

L’ordine esecutivo emanato dal Presidente Biden ha potenziato il ruolo del Cfius. Alcuni critici sostengono che se da un lato protegge la sicurezza nazionale da minacce esterne, dall’altro potrebbe danneggiare alcuni settori dell’economia americana che hanno bisogno di investimenti cinesi.

Vedremo un calo nelle proposte degli investimenti cinesi, l’abbiamo già osservato, ma per ragioni che hanno a che fare con la politica e l’economia cinese più che con noi. Sicuramente sarà più difficile per le aziende americane ad alta tecnologia ottenere i loro capitali e investimenti, ma credo che sia un elemento di poco conto, visto che la maggior parte di queste aziende era comunque già sensibile all’argomento e si stava già orientando verso altri investitori. La questione più delicata non riguarda le aziende consolidate che non hanno bisogno di denaro e che comunque non si rivolgono alla Cina per ottenerlo, ma le startup, i proverbiali tre ragazzi in un garage con una grande idea. Qualcuno arriva e dice “Vi daremo dieci milioni di dollari per la vostra azienda“, e spesso quel qualcuno è cinese (o americano, ma con soldi cinesi non rivelati). Questo è il problema che il Cfius deve risolvere ed è più complesso.

L’altra faccia del problema è quale sarà la risposta cinese, se ci sarà. Hanno il loro Cfius, i loro controlli sugli investimenti in entrata, non è necessario che mettano in atto una nuova regolamentazione. Potrebbero far sì che gli investimenti americani già esistenti in Cina non possano essere espansi, oppure potrebbero fare una ritorsione, rendendo più difficile per le aziende già presenti fare affari e vendere i loro prodotti. Questo sarebbe probabilmente lo svantaggio più significativo a seguito della direttiva. In realtà, però, non hanno minacciato di fare nulla di tutto ciò, quindi si tratta solo di speculazioni.

Vedremo mai un Cfius che si occupi degli investimenti americani verso l’estero?

Sì e no. Non sarà propriamente il Cfius, ma un gruppo diverso. Nessuno ha proposto di aggiungere questa responsabilità all’attuale agenzia. La proposta legislativa del Congresso per una revisione degli investimenti in uscita, istituirebbe un comitato separato, che sarebbe molto simile al Cfius, e potrebbe anche avere alcune delle stesse persone, ma avrebbe un presidente diverso (probabilmente il Dipartimento del Commercio, non quello del Tesoro) e opererebbe secondo alcune regole diverse. Questa proposta è stata esaminata dal Congresso per quattro anni e non è stata approvata per quattro volte.

Perché?

I membri del Congresso hanno ritenuto che la proposta fosse un doppione del regime di controllo delle esportazioni esistente. Il fatto è che abbiamo già un programma, che gestivo parecchi anni fa, che controlla l’esportazione della tecnologia (perché il punto importante per la sicurezza nazionale è il trasferimento di tecnologia, non il denaro). A questo punto, più o meno dal 2020, i sostenitori della proposta hanno spostato il focus del discorso. Ora le argomentazioni a favore di un meccanismo di revisione in uscita è che non si tratti dell’hardware e del software di per sé, che sono controllati, ma del know how, da un lato e, dall’altro, che i capitali americani stanno permettendo sviluppi tecnologi ex novo in Cina. Ex novo nel senso che non sono basati su tecnologia americana, ma hanno bisogno del capitale americano.

Le argomentazioni contrarie battono sul fatto che un organismo del genere sarebbe ridondante e avrebbe un funzionamento molto macchinoso, molto burocratico che impedirebbe di prendere decisioni in tempi utili. A mio parere, la critica più appropriata è che l’universo delle transazioni che sarebbero soggette a revisione sarebbe illimitato. Ora, gli autori hanno cercato di rispondere a questa critica indicando che vogliono restringere il campo d’azione a Paesi che il Presidente andrebbe a identificare. Ovviamente si parlerà di Corea del Nord, Iran, Cina, ora la Russia probabilmente. Credo che i proponenti al Congresso siano persistenti, e probabilmente tornerà in autunno come emendamento a qualcos’altro.

La nuova proposta sarà molto ristretta e molto mirata a una serie specifica di settori. Se volete avere un’idea di cosa gli interessa leggete la direttiva di Biden, perché immagino che l’elenco di attori e settori sarà più o meno lo stesso. Una delle domande a cui non hanno risposto è se hanno l’autorità legale per farlo senza una legge, e quale legge esistente useranno. Secondo me sarà la legge sui poteri di emergenza economica internazionale del 1978, ma in quel caso prima o poi qualcuno li citerà in giudizio e ci sarà un contenzioso.

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