Le proteste in Iran dimostrano che la leadership conservatrice sta cercando di accontentare soltanto un gruppo ristretto dei suoi supporter, gli hardliner, tralasciando totalmente le richieste di libertà e sviluppo fatte dalla maggioranza. A Teheran non comprendono gli sviluppi delle dinamiche sociali iraniane, spiega Divsallar (Cattolica)

L’effige dell’iconico Qassem Soleimani, generale del corpo speciale dei Pasdaran, distrutta a Kerman, sua città natale; i mezzi della Faraja assaltati; gli hijab bruciati in piazza mentre le donne ultra no “libertà libertà”; migliaia di persone che urlano “morte al dittatore”; la campagna globale; la sedia che avrebbe dovuto ospitare il presidente Ebrahim Raisi restata vuota davanti all’intervistatrice Christine Amanpour che si rifiuta di indossare il velo.

Le proteste in Iran, scatenate dall’uccisione di Mahsa Amini, massacrata dalla polizia morale per non essersi coperta il volto in pubblico come prescrive la regola della Repubblica islamica, stanno assumendo un peso storico, perché si incastrano in un contesto speciale: molti iraniani da anni danno segni chiari, espliciti, di non sopportare — e supportare — più il regime teocratico che dal 1979 guida il Paese sulla scia della rivoluzione khomeinista.

All’opposto, quel regime si sta chiudendo, dando spazio soltanto ala ristretta cerchia dei supporter più fanatici (o più collusi), imprimendo una spinta all’implementazione delle leggi islamiche, comprimendo ulteriormente libertà che vengono percepite come necessità vitali dalla popolazione.

Il sito web del leader supremo iraniano, Ali Khamenei, è stato hackerato da membri del collettivo  Anonymous, che da giorni stanno attaccando diverse piattaforme del governo di Teheran. Il gruppo aveva annunciato una campagna contro i siti dell’esecutivo ed istituzioni ufficiali, come dimostrazione di sostegno alle proteste contro la morte di Mahsa Amin: “Il popolo iraniano non è da solo”. Anche l’agenzia di notizie Fars, legata alla Guardia Rivoluzionaria, era fuori uso.

Come reazione immediata, le autorità hanno oscurato praticamente tutta la rete internet dagli smarphone, limitando l’accesso ad applicazioni come Whatsapp e al social network Instagram. Su queste piattaforme, i manifestanti si sono organizzati per le proteste in piazza. Secondo la piattaforma di monitoraggio NetBlocks, “l’Iran soffre la più grande limitazione di internet dal massacro a novembre del 2019”.

“Questo nuovo round di proteste è differente per la scala di scontento e rabbia dimostrata”, spiega Abdolrasool Divsallar, visiting professor alla Cattolica e non-resident fellow del Middle East Institute. “Tuttavia – continua in una conversazione con Formiche.net – ciò che vediamo è la continuazione di quanto successo negli anni scorsi, frutto di un’incapacità dell’Iran nel far fronte alle crisi che affliggono l’economia e altre varie aree della statehood iraniana, con i cittadini che sfogano il loro malcontento crescente e la loro riluttanza nel riconoscere la legittimità della leadership”.

Da giorni diverse migliaia di persone scendono in strada in svariate città iraniane per protestare contro l’establishment di Teheran, che ha risposto con arresti, repressioni, caccia porta a porta dei manifestanti, aggressioni che hanno portato alla morte di alcune dozzine di cittadini.

Divsallar fa notare che il governo del presidente Ebrahim Raisi sta mandando un messaggio al cuore dei suoi supporter, nemmeno a tutto il campo conservatore, ma solo a una ristretta cerchia di esso, gli hardliner. Il messaggio sta nella spinta alla soppressione interna. “È un nuovo trend in cui il governo decide di appagare e soddisfare una ristretta parte della collettività, una minoranza dei supporter, e sacrificarne un’altra che è la maggioranza”, aggiunge lo studioso.

“Quello che vediamo – continua – è un problema di rappresentanza di Raisi, perché ciò che fa la presidenza e il suo governo è molto distante dalle necessità della maggioranza della popolazione, che cerca libertà sociali, crescita economica e normalizzazione delle relazioni con la Comunità internazionale”.

L’Iran è un Paese estremamente diviso: c’è un’establishment che punta all’auto-mantenimento costruendo una narrazione imperiale, da grande potenza, basata su costrutti ideologici che la maggioranza della popolazione non accetta più, cercando un’emancipazione che passa dalla volontà di entrare in un clima più disteso riguardo alla postura internazionale. Voci che da tempo non sono ascoltate, che hanno visto vincere il conservatorismo di Raisi anche attraverso elezioni contestabili.

Non è un caso se sono stati sfregiati simboli della teocrazia come il velo, ma anche come le immagini di Soleimani – il generale che ha guidato le Quds Force, l’unità d’élite del Sepâh che ha forgiato il sistema di influenza regionale iraniano attraverso la costruzione di un network di milizie finanziate dalla Repubblica islamica. Quei finanziamenti, pensati per creare influenza in altri Paesi e costruire una forma di internazionale sciita, sono una sorta di simbolo delle distanze tra le iniziative dell’élite conservatrice e le richieste dei cittadini, che chiedono che vengano deviati per far fronte alle loro esigenze.

Divsallar spiega come questo nuovo round di proteste è estremamente legato al problema di rappresentanza, perché dimostra come il governo Raisi, anche aumentando la severità nei confronti dell’applicazioni di regole come quella del velo (che è l’iconografia del racconto internazionale di queste proteste), abbia “chiaramente scelto di rappresentare la sua base”, i conservatori che accedono a quel costrutto ideologico, lasciando indietro i needs della stragrande maggioranza della popolazione iraniana

“Penso – spiega il docente – che questa situazione sia particolare perché dimostra che coloro che supportano l’amministrazione Raisi e che guidano le principali istituzioni in Iran non sembrano aver compreso le dinamiche sociali domestiche, e hanno fallito nel seguire le evoluzioni fatte dalla società iraniana nel corso degli anni: cambiamenti che la leadership iraniana sembra ignorare”.

È possibile che l’amministrazione Raisi abbia cercato di usare la limitazioni delle libertà sociali e l’implementazione delle leggi islamiche come modo per deviare l’attenzione dei cittadini dalle difficoltà di costruire relazioni internazionali e dalla crisi economica. “Tuttavia – aggiunge Divsallar – c’è stato un errore di calcolo, e questo ha creato un effetto boomerang innescando le proteste di chi soffre quelle compressioni di libertà”.

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