Un nuovo territorio erede del Califfato e grandi potenze interessate al controllo delle risorse energetiche dietro l’attentato. L’analisi di Stefano Dambruoso, magistrato esperto di terrorismo internazionale, e Francesco Conti, ricercatore esperto di islamismo e jihad

L’omicidio della missionaria suor Maria De Coppi, avvenuto la scorsa settimana in Mozambico, ha richiamato l’attenzione sulla presenza del jihad nel grande Paese africano, spesso non valutata con la preoccupazione che invece dovrebbe sollecitare, nonostante l’importanza energetica del Paese in un periodo di incertezza degli approvvigionamenti di gas scatenato dall’invasione russa dell’Ucraina.

Lo scenario del Mozambico nel contesto del Jihad in Africa

Le prime concrete avvisaglie del jihadismo in Mozambico risalgono al 2015, quando gruppi di islamisti radicali, influenzati anche dall’ideologia wahhabita proveniente da fuori, iniziarono a scontrarsi con le forze di sicurezza locali, queste criticate peraltro dagli osservatori internazionali per la sottovalutazione della situazione securitaria nella regione di Capo Delgado, cuore delle violenze armate. I jihadisti moltiplicarono gli attacchi che divennero sempre più complessi e ambiziosi, fino a sopraffare le forze governative costringendole alla fuga dalla cittadina di Mocímboa da Praia, che, per un breve periodo, divenne la capitale de facto del jihad in Mozambico.

Nel 2019 è avvenuta l’affiliazione formale delle formazioni jihadiste locali allo Stato Islamico, confermando così che l’allora califfo Abu Bakr al-Baghdadi fosse consapevole delle potenzialità degli insorti locali. Con la creazione di ISCAP (Islamic State Central African Province), lo Stato Islamico ha poi raggruppato, sotto un unico vessillo i jihadisti presenti nella Repubblica Democratica del Congo e in Mozambico. I primi, sono attivi principalmente nella regione congolese del Kivu Nord, area nota per la presenza di numerosi gruppi armati in guerra col governo centrale, dove lo scorso anno morirono l’ambasciatore Luca Attanasio e il carabiniere Vittorio Iacovacci, in circostanze ancora da chiarire definitivamente. I jihadisti di ISCAP, presenti sia nella Repubblica Democratica del Congo sia in Mozambico, sono accomunati dal fatto di trovarsi in due Paesi a maggioranza cristiana, elemento che si riflette anche nei loro contenuti propagandistici, dai forti toni “confessionali”, ove i militanti dello Stato Islamico si dipingono come difensori della minoranza musulmana, emarginata e discriminata dal corrotto governo cristiano. Lo Stato Islamico durante il califfato in Siria e Iraq si rese autore di numerosi massacri contro le minoranze religiose, come i cristiani e gli yazidi (quest’ultimi sono stati poi riconosciuti come vittime di un vero e proprio genocidio a seguito di un’inchiesta in loco delle Nazioni Unite).

Per quanto riguarda l’Africa, gli attacchi contro i cristiani avvengono spesso con attacchi mordi-e-fuggi che prendono di mira remoti villaggi, con operazioni che non consentono la prevenzione alle disorganizzate forze di sicurezza locali. Il 9 agosto scorso, ad esempio, jihadisti congolesi hanno decapitato 16 cristiani nel Nord Est del Paese; mentre, in Mozambico, la recente offensiva delle milizie terroriste ha portato a decine di morti e a migliaia di sfollati, in un Paese che solo appena tre anni fa aveva visto la visita di papa Francesco. Rispetto allo Stato Islamico, la strategia usata da al-Qaeda in Africa si differenzia perché mira all’integrazione dei militanti con le popolazioni locali per poi farne proprie le rivendicazioni politiche, attraendole successivamente al jihad, senza così cooptare i nativi con la violenza e l’applicazione più intransigente della legge islamica. Anche al-Qaeda peraltro sembra porre molta attenzione all’Africa quale importante teatro del jihad globale. Due dei “papabili” successori di Ayman al-Zawahiri alla guida dell’organizzazione infatti sono proprio due leader di gruppi affiliati africani: Abu Ubaidah Youssef al-Annabi (alla guida di al-Qaeda nel Maghreb Islamico) e Ahmed Diriye (leader di al-Shabaab).

Il Mozambico è un Paese che dipende molto dagli export e dagli investimenti internazionali, che non possono però svilupparsi in un pericoloso clima di violenza e instabilità politica. Gli assalti contro le città costiere e le prese dei porti, dove sono (o erano presenti) società occidentali impegnate nel settore energetico, soprattutto per quanto riguarda il gas naturale liquefatto, importante ricchezza della regione di Capo Delgado, fanno parte della strategia terroristica che mira a destrutturare la possibile crescita infrastrutturale ed economica del Paese. La società del gas francese Total ha già preso immediate e radicali misure a protezione dei propri dipendenti, disponendo all’inizio dello scorso anno l’evacuazione del personale presente nella regione di Capo Delgado a causa del deteriorarsi delle condizioni securitarie per i continui attentati. In Mozambico peraltro ha importanti interessi anche l’Eni, che aveva scoperto importantissime riserve di gas naturale al largo delle coste mozambicane già nel 2010, nelle vicinanze delle aree toccate dalla violenza jihadista.

Le potenze estere in Mozambico: ruolo destabilizzatore della Wagner e l’influenza della Cina

Il Mozambico, nonostante sia Stato una ex-colonia di un Paese occidentale (il Portogallo), ha negli scorsi anni rafforzato i legami con la Federazione Russa e la Repubblica Popolare Cinese.

Il Cremlino ha iniziato ad inviare membri della famigerata PMC (private military company) Wagner già dall’autunno del 2019. L’arrivo dei contractor russi non è riuscito però a disarticolare la presenza jihadista manu militari. Ha, anzi, provocato un’escalation della violenza da ambo le parti. I jihadisti, al giungere dei contractor russi, hanno alzato il profilo dello scontro armato in Mozambico, promuovendo l’arrivo di foreign fighter africani, con l’obbiettivo di combattere contro uno degli storici avversari dei jihadisti già affrontato dallo Stato Islamico in Siria. Dal lato delle forze governative, l’inserimento delle forze Wagner nella lotta al terrorismo ha aumentato gli episodi di violazioni dei diritti umani contro civili locali, prime vittime degli scontri armati. La Wagner, nonostante la preponderante superiorità militare e tecnologica sui ribelli jihadisti, si è però successivamente ritirata dal paese a seguito delle perdite subite a opera delle imboscate jihadiste, che sono state in grado di fiaccare il morale dei contractor russi. Con la guerra in Ucraina poi e l’aumento del personale Wagner in Mali (anche qui impegnato in ottica di counterinsurgency), è improbabile che unità russe possano a breve rafforzare nuovamente le forze di sicurezza mozambicane contro i jihadisti.

Per quanto attiene alla collaborazione con la Cina, nonostante il basso profilo espansionistico mantenuto per lungo tempo da Pechino se confrontato con Stati Uniti d’America e Russia, il Mozambico riceve sussidi cinesi anche dal punto di vista militare già dagli anni Sessanta, quando la politica estera di Pechino aveva come obbiettivo l’esportazione della rivoluzione di stampo maoista nei Paesi africani e sudamericani, fornendo supporto alle milizie armate locali.

Benché i rapporti cinesi con il Mozambico siano perlopiù di natura economica (in particolare investimenti nelle infrastrutture, nel settore minerario e in quello del legname), la strategia della politica estera cinese ha comunque risvolti anche per la sicurezza del paese africano. Nelle questioni interne dei Paesi dove acquista influenza, il Dragone non cerca mai di ottenere, come contropartita per i propri investimenti, riforme in materia di rispetto di diritti umani, di governance e di lotta alla corruzione. Si differenzia cioè dall’influenza esercitata dai Paesi europei, che nel continente africano, in parallelo alla propria attività di supporto al terrorismo (che vede un ruolo importante giocato anche dalle nostre Forze armate impegnate in compiti di advise and assist), prevede un secondo binario volto allo sviluppo della rule of law nella regione, in ottica stabilizzatrice.

Mercoledì 14 settembre a Samarcanda si terrà un incontro tra Vladimir Putin e Xi Jinping all’interno dello Shanghai Cooperation Organization (SCO), organizzazione politico-securitaria che ha fra uno dei suoi pilastri la cooperazione internazionale in materia di lotta al terrorismo. Essa ha come uno dei propri obiettivi non dichiarati anche quello di fornire un modello alternativo di contrasto ai terrorismi, monopolio degli Stati Uniti e dei suoi partner occidentali da più di vent’anni. L’Occidente non ha però deciso di abbandonare il Mozambico a sé stesso. A inizio settembre, il primo ministro portoghese António Costa ha espresso la volontà di fornire supporto al Mozambico nella lotta al terrorismo jihadista. Contestualmente la missione europea EUTM (European Union Military Training Mission in Mozambique), istituita formalmente lo scorso ottobre, ha iniziato ad addestrare le forze di sicurezza locali in modo che possano condurre le operazioni antiterrorismo con efficienza e nel rispetto del diritto internazionale, ponendo massima attenzione protezione della popolazione locale. L’Italia è uno dei contribuenti della missione ed è chiamata a condividere la riconosciuta professionalità dei nostri militari in tale contesto.

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