Al centro delle domande sul percorso europeista e atlantista annunciata da Meloni ci sono i suoi alleati, in primis il leader della Lega. Che però ha troppe gatte da pelare nel suo partito e nella sua coalizione per lanciarsi in campagne su temi internazionali. E, mai dimenticarlo, non riuscì a rimuovere le sanzioni alla Russia neanche quando fu vicepremier del Conte I

Ci sono quattro elementi che potrebbero rassicurare chi, in Europa e oltre Atlantico, si interroga su possibili sbandate o deviazioni dal percorso europeista e atlantista che Mario Draghi ha fatto imboccare nuovamente all’Italia e Giorgia Meloni ha annunciato di voler seguire se dovesse essere lei a succedere all’ex governatore della Banca centrale europea a Palazzo Chigi.

Al centro della domande ci sono gli alleati della leader di Fratelli d’Italia: Silvio Berlusconi, numero uno di Forza Italia, le cui considerazioni su Vladimir Putin “spinto” a invadere l’Ucraina hanno destato molta attenzione a livello internazionale; ma soprattutto Matteo Salvini, che non ha mai nascosto le sue simpatie per il presidente russo, al punto da far sottoscrivere a partito di cui è segretario, la Lega, un accordo con Russia Unita, la formazione del leader di Mosca.

Antonio Tajani, coordinatore di Forza Italia ed ex presidente del Parlamento europeo, si sta spendendo a Roma e a Bruxelles per ribadire l’europeismo e l’atlantismo della coalizione. Nella Lega, invece, si stanno levando dal Nord sempre più voci critiche verso l’operato del leader.

Salvini punta a resistere contro le voci interne sempre più insistenti sulla necessità di un congresso: “Io ho ancora più voglia di prima di andare avanti, questa volta con un governo solido di centrodestra”, ha detto. E questo, i problemi interni al partito, è il primo elemento.

Il secondo è il cordone di sicurezza che Meloni, secondo quanto ricostruito da Repubblica, avrebbe in mente di realizzare attorno ai ministeri chiave: Esteri, Economia, Interni e Difesa. Salvini vorrebbe tornare al Viminale ma il processo Open Arms e la voglia meloniana di un tecnico potrebbero sbarrargli la strada.

Il terzo è il precedente. Quando era ministro dell’Interno e vice presidente del Consiglio nel governo Conte I, Salvini era apertamente critico sulle sanzioni alla Russia. Ma neppure l’esecutivo più euroscettico e sovranista della storia della Repubblica italiana ha mosso un passo serio in quella direzione.

Il quarto e ultimo elemento è l’opportunità politica. “Il 9% mi resta qua, ma i 100 parlamentari sono a lavoro per cinque anni”, ha detto Salvini. Lo seguirebbero tutti e 100 in una sfida ai pilastri europeista e atlantista? Può essere sicuro di spuntarla? A entrambe le domande la risposta è probabilmente no.

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