L’Alto commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani, Michelle Bachelet, a fine mandato ha finalmente pubblicato il report sui crimini commessi contro la minoranza etnica uigura. Le accuse, i silenzi e qualche interpretazione…

A poche ore che scadesse il mandato di Michelle Bachelet come Alto commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani, è stato finalmente pubblicato il report sulle violazioni in atto nella regione dello Xinjiang e i crimini commessi contro la minoranza etnica uigura.

Nell’atteso documento, che Bachelet aveva promesso di presentare prima della fine del suo mandato, nonostante le pressioni ricevute dal governo di Pechino, l’Onu ha chiaramente accusato la Cina di “gravi violazioni dei diritti umani”.

Gli investigatori hanno affermato di aver trovato prove “credibili” di torture contro gli uiguri, etnia turcofona di religione islamica che vive nello Xinjiang, nel nord-ovest del Paese. Hanno anche notato che i membri della comunità uigura avevano affrontato “sistemi di detenzione arbitraria” e alcuni erano stati sottoposti a “modelli di maltrattamento”. Durante le indagini, sono stati verificati “incidenti di violenza sessuale e di genere”, nonché cure mediche forzate e “applicazione discriminatoria delle politiche di pianificazione familiare e controllo delle nascite”.

Agnes Callamard, segretaria generale di Amnesty International, ha dichiarato: “Queste 46 pagine descrivono la dimensione e la gravità delle violazioni dei diritti umani, che Amnesty International aveva già qualificato come crimini contro l’umanità. Si capisce chiaramente perché il governo cinese abbia esercitato così tante pressioni sulle Nazioni Unite perché le nascondessero l’imperdonabile ritardo con cui questo rapporto è stato diffuso resterà una macchia nella storia delle Nazioni Unite, ma non deve deviare l’attenzione dal suo significato”.

“Ora che questo rapporto è finalmente diventato pubblico, chiediamo al Consiglio Onu dei diritti umani di istituire un meccanismo indipendente internazionale per indagare sui crimini di diritto internazionale e sulle altre gravi violazioni dei diritti umani in corso nello Xinjiang”, ha concluso.

Il report, ripreso dalla newsletter di Foreign Policy, mette in luce le violazioni dei diritti umani da parte della Cina nello Xinjiang, che “potrebbero costituire crimini contro l’umanità”. Nel documento, l’ufficio per i diritti umani delle Nazioni Unite ha raccolto una miniera di documentazione e interviste per denunciare gravi abusi, tra cui tortura, cure mediche forzate e violenza sessuale. Pechino si sarebbe impegnata in “restrizioni di vasta portata, arbitrarie e discriminatorie ai diritti umani e alle libertà fondamentali, in violazione delle leggi e degli standard internazionali”, secondo il rapporto.

“Dopo quasi un anno di ritardi che hanno frustrato attivisti e organizzazioni per i diritti umani – si legge su Foreign Policy -, molti hanno temuto che il rapporto non avrebbe mai visto la luce, soprattutto dopo che Bachelet ha accennato a ulteriori ritardi la scorsa settimana”. Una volta che il documento è stato reso pubblico, gli esperti hanno affermato che le sue conclusioni hanno aiutato a spiegare perché i funzionari cinesi sono stati così irremovibili nel bloccare il rilascio. Resta però l’insoddisfazione da parte degli esperti per la mancanza della definizione “genocidio” nel documento.

In una risposta di 130 pagine, Pechino ha criticato la valutazione delle Nazioni Unite e ha affermato che contraddiceva la missione dell’Ufficio per i diritti umani. “La cosiddetta ‘valutazione’ distorce le leggi e le politiche della Cina, diffama arbitrariamente la Cina e interferisce negli affari interni della Cina”, hanno affermato rappresentanti del governo cinese.

Nathan Ruser, ricercatore del Australian Strategic Policy Institute (ASPI), ha dissezionato il report per eseguire una dettagliata analisi su Twitter. Secondo lui, c’è un’ampia gamma di prove, comprese le testimonianze delle vittime, e nelle indagini sono stati fatti riferimenti a documenti trapelati che confermano la detenzione diffusa e l’abbassamento dei tassi di natalità come “molto probabilmente autentici”. “Raramente vedi le Nazioni Unite dire ‘molto probabile’ a meno che non siano sicure”, ha scritto Ruser.

Uno degli aspetti più forti del documento, secondo Ruser, è che l’ufficio ha parlato con circa 40 testimoni di prima mano, di cui 26 che sono stati nei campi di detenzione: “Alcuni di questi testimoni non avevano mai parlato pubblicamente prima delle loro esperienze e l’ufficio li considera ‘veritieri’ quando riferiti”.

Secondo il ricercatore, alcune parti sono un po’ deboli e “il risultato di incentivi forniti dalle politiche del governo” è un modo interessante per riferirsi ad accuse credibili di politiche di controllo delle nascite.

In risposta alle domande delle Nazioni Unite su quante persone sono state detenute nello Xinjiang, il governo cinese ha rifiutato di condividere un numero, sostenendo che non è possibile quantificarli, per cui il rapporto dice che si tratta di “molte persone”.

Il rapporto fa riferimento all'”elenco dei 75 crimini”: le vittime affermano di essere stati invitati a “sceglierne uno” dopo essere state detenute, criminalizzando specificamente atti di fede non violenti ed espressioni di opinioni e cattura individui che “non hanno alcun legame con il terrorismo”.

Per l’Onu,  nonostante Pechino insiste che questi centri di educazione sono una specie di “scuola”, ai sensi del diritto internazionale sui diritti umani, costituiscono ancora una privazione della libertà.

Le indagini rilevano che due terzi degli intervistati sono stati sottoposti a tortura in questi “centri di formazione”, ma non è chiaro ancora se le Nazioni Unite siano state in grado di parlare con chiunque fosse stato trattenuto in strutture di massima sicurezza.

Qui il rapporto completo.

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