Il nuovo assetto elettorale italiano (risultato del combinato disposto fra Rosatellum e taglio dei parlamentari) disegna una geografia politica ancora tutta da decifrare. Ad aggiungere ulteriore incertezza al quadro d’insieme sono poi altri due fattori: il riassetto dei collegi e l’abbassamento dell’età per il voto del Senato. L’intervento di Angelo Ciardullo e Angelo Lucarella

Grande è la confusione sotto il cielo. E proprio per questo – guardando la situazione politica italiana a due settimane dal voto – neanche il più ottimista dei confuciani riuscirebbe a completare il celebre motto maoista aggiungendo “la situazione è eccellente”.

Il nuovo assetto elettorale italiano (risultato del combinato disposto fra Rosatellum e taglio dei parlamentari) disegna una geografia politica ancora tutta da decifrare. Ad aggiungere ulteriore incertezza al quadro d’insieme sono poi altri due fattori: il riassetto dei collegi – diretta conseguenza della riduzione del numero dei parlamentari – e l’abbassamento dell’età per il voto del Senato.

La ridefinizione dei collegi, affidata a una commissione di esperti presieduta dal numero uno dell’Istat (Gian Carlo Blangiardo), è stata portata a termine a cavallo tra il 2019 e il 2020 con l’obiettivo di creare porzioni di territorio il più possibile omogenee dal punto di vista amministrativo e del numero di abitanti. Niente gerrymandering all’americana, quindi, ma una serie di criteri ben definiti anche se non sempre facili da applicare.

Questi nuovi “confini” non apporteranno grandi stravolgimenti al sistema nel suo complesso, ma finiranno per ridimensionare l’influenza elettorale di alcuni grandi centri, destinata a diluirsi in quella dell’hinterland dove le intenzioni di voto (impossibile ormai parlare di “radicamento sul territorio”) possono rivelarsi in alcuni casi diametralmente opposte a quelle dei capoluoghi. Dinamica, quest’ultima, che potrebbe rivelarsi molto rischiosa. soprattutto. per i cosiddetti “partiti della Ztl” (i cui elettori cioè appaiono confinati nelle zone più centrali e benestanti delle città) come ad esempio il Partito democratico.

Tuttavia, stando alle stime pubblicate dal Sole24Ore Plus lo scorso 19 agosto, le aree metropolitane dovrebbero risultare decisive solo nel 16% dei seggi uninominali della Camera (24 su 147, di cui 14 espressione diretta del Comune) e nel 24% di quelli al Senato (18 su 74, di cui 6 espressione diretta del Comune).

Altro elemento (questo sì di grande novità) è l’abbassamento dell’età minima per poter votare al Senato dai 25 ai 18 anni. Un inedito assoluto nella nostra storia repubblicana che ha spinto molti leader politici a iscriversi su TikTok (con esiti più o meno improbabili ed esilaranti) nel tentativo di intercettare una cospicua fetta di “nuovi” potenziali elettori che ammonta a circa 3,8 milioni di votanti, pari all’8,2% degli aventi diritto.

La grande domanda, quindi, è quale sarà l’effetto di tutti questi fattori sul responso delle urne?

Una prima possibile risposta arriva da YouTrend e Cattaneo Zanetto & Co. i quali – basandosi sulla Supermedia dei sondaggi effettuati nella prima decade di agosto – hanno realizzato una simulazione che vede il centrodestra sbancare senza appelli all’uninominale sia alla Camera che al Senato. Un risultato letteralmente a valanga che tuttavia, stando anche alle più recenti proiezioni pubblicate prima del “silenzio” imposto dall’Agcom a partire dalla mezzanotte del 10 settembre, non basterebbe ad assicurare alla coalizione a trazione Meloni quella maggioranza dei due terzi delle Camere necessaria per portare a termine la riforma in senso presidenzialista della Costituzione.

Determinante sull’esito finale della partita sarà quella porzione di indecisi (il 10,1%, secondo le ultimissime stime Ipsos per il Corriere della Sera) di cui Gabriele Romagnoli traccia con grande maestria un profilo antropologico a cavallo tra “figura mitologica” e “fenomeno di marketing che tiene in piedi il mercato dei talk show” su La Stampa dello scorso 8 settembre.

E proprio l’aspetto antropologico è quello che si presta alle forme più interessanti della democrazia; anzi qui è proprio il caos (si consenta la battuta terminologica) di dire quando la forma è anche sostanza. Perché il taglio parlamentari, invece, si dimostrerà per quello che è: un taglio secco di scranni che, seppure un po’ calmierato dal ridisegnamento dei collegi, finirà per spogliare dall’alto l’albero della democrazia tanto che in molti parlano di rischio oligarchico (come Sabino Cassese).

Avete mai visto la potatura di un albero d’ulivo a settembre (e ogni riferimento a coalizioni esistite è puramente casuale)? Bè chest’è (come dicono a Bolzano): fuori stagione, fuori controllo, fuori dal contesto di necessità e funzionalità politica. L’antropologia, d’altronde, essendo quella disciplina che studia l’essere umano, considerato come soggetto o individuo e come membro di comunità, non altro apre un altro fronte: quello socio-psicologico del rapporto con il potere.

Allora, posta tutta l’analisi sin qui svolta, non possiamo prescindere dal considerare che il Paese va al voto, prima volta con il Parlamento a 600, con un chiaro problema di potatura delle voci dei rappresentanti.

Sia chiaro non significa che valga in termini di bene o di male. Ma come tutte le potature, l’albero ha necessità di un tempo e uno spazio nuovo nel quale adattarsi o riprendere vita.

Chi, anzi cosa, potrebbe ridare all’albero la linfa necessaria? Cinque fattori, tutti con l’iniziale “s”:
– silenzio (elettorale nel senso di riflessione su ciò che occorre fare seriamente con 345 parlamentari in meno);
– sassi (principi costituzionali ben saldi);
– solitudine (quella della politica che deve ritrovare sé stessa);
– siccità (quella della politica povera che non significa senza stipendi né finanziamento pubblico, altro tema che richiede una seria e profonda riflessione);
– sole (perché cultura politica e conoscenza dei motivi dei Costituenti possono illuminare la nuova chioma dell’albero potato).

Non è questa una conclusione filosofica della questione, ma se ci pensiamo bene tagliare un Parlamento senza criterio ha lo stesso valore di votare senza senso politico della delega che si esprime.

Il voto, pur animato da buone intenzioni, se calato male nella necessità delle cose del Paese può portare alle storture sistemiche.

Sappiamo bene che, come direbbe l’antropologo Alessandro Bertinotti, “ogni scelta è comunicazione”. E allora il potare l’albero solo per vederlo spoglio altro non è se non la condanna di chi gode per un po’ di legna senza saper gestire il fuoco della politica che si accenderà. Questa, oltre ad esser antropologica, è questione di schizofrenia elettorale. Ciò il 25 settembre, al netto di chi legittimamente vincerà le elezioni, sarà evidente.

Chissà cosa servirà per rimediare ad una delle più scellerate riforme costituzionali mai approvate. Con il concorso, peraltro, di un populismo dal presunto pollice verde (detto in neo-conio “popul-potatore”).

 

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