Un sottile filo rosso che lega Italia e Francia da più di 60 anni. “Passione Cinema” è la storia di una passione irrefrenabile tra il cinema italiano e quello francese, vista dagli occhi dei protagonisti di ieri e di oggi, attraverso le immagini di pellicole come 8 e mezzo, Jules e Jim, Il sorpasso, I soliti ignoti, Rocco e i suoi fratelli, C’eravamo tanto amati, La battaglia di Algeri per arrivare al cinema contemporaneo con Respiro, Irreversible, Dobermann

“Se il dovere di chi fa il nostro mestiere è quello di diffondere in maniera virale la passione per il cinema. Penso che in questo la Biennale Cinema sia al primo posto da sempre”. A battezzare così Venezia79, la mostra internazionale d’Arte Cinematografica giunta al giro di boa delle 90 candeline è il critico cinematografico Gianni Canova, rettore dello IULM e cinemaniaco di Sky, appena sbarcato al Lido, affida il suo pensiero a Instagram, il più “visivo” dei Social, quello che ci guida con la forza sovrana delle immagini.

Novant’anni di storia per 79 edizioni. Puntuale si è aperta il 31 agosto con il red carpet, più sbrilluccicante di sempre. Il presidente della Biennale Roberto Cicutto e il direttore della Mostra Alberto Barbera hanno fatto gli onori di casa, con la consegna del Leone d’oro alla carriera all’attrice francese Catherine Deneuve, musa ispiratrice della Nouvelle Vague e regina di cuori in patria e oltralpe.

Un omaggio ad una delle ultime dive internazionali del cinema, un’icona che lega inscindibilmente la sua carriera e il suo destino al cinema francese e all’amore per l’Italia. Così come due opere presentate a Venezia79: il docu-film di Francesco Ranieri Martinotti “Passione Cinema” e “L’ultima diva”, la biografia romanzata dell’ultima diva del cinema muto, Francesca Bertini, raccontata dalla scrittrice Flaminia Marinaro. Due opere lontanissime, eppure così consonanti, nell’essere un appassionato tributo al meglio della settima arte. Un’esortazione al ricordo (a riappropriarci) di quello che è stato il cinema italiano e di quello che può ancora essere, dopo il lockdown della cultura e le restrizioni della pandemia. Il potere del soft power culturale ha attraversato le grandi guerre, con il potere delle immagini che costruiscono ponti e ci invitano a continuare ad essere umani, nonostante la guerra che anche oggi infuria alle porte d’Europa.

Un passaggio della biografia della Bertini colpisce per la struggente attualità, mentre il mondo si spegne nell’ombra della guerra, l’ultima diva del cinema italiano fa luce con la propria arte.

Parigi. Aprile 1916

“Sarebbe tornata in Francia, per firmare un accordo milionario destinato agli ospedali italiani. A Ventimiglia l’aria era sottile e il mare di velluto. Ma avvicinandosi alla frontiera, la paura tornava palpabile. Le era tornato in mente l’episodio di qualche anno prima. Un gendarme fece il giro della macchina lanciando strani sguardi nell’abitacolo. D’un tratto inforcò un paio d’occhiali e infilò la testa nel finestrino. Francesca distolse lo sguardo, terrorizzata. “Madame Bertini” esclamò allegro il soldato. E poi, scherzando, aggiunse: “Non la faccio passare se non mi firma un autografo”. Sentì un groppo in gola, e la tensione si scaricò in un singulto. Accennò un sorriso, ma avrebbe potuto anche piangere. In borsa teneva una foto in costume da Leonora e la prese con mano tremante. Scrisse: “A CHI MI VUOLE BENE. IL RESTO NON CONTA! FRANCESCA BERTINI”.

Il libro, dedicato alla potenza degli applausi, ci racconta la carriera di un’acerba Francesca Bertini dai banchi di scuola a volto del divismo italiano: un’attrice duttile che passa dal dramma alla commedia, con il potere espressivo dello sguardo e della gestualità. Il romanzo biografico è un’immersione nel periodo aureo del cinema italiano (1910-19), quando l’industria cinematografica del nostro Paese era all’apice: nel 1912, l’anno della massima espansione, vengono prodotti a Torino 569 film, a Roma 420 ed a Milano 120. Effervescenza artistica e produttiva che avrà una battuta d’arresto con le due grandi guerre, per riprendersi faticosamente, fino ad arrivare ai capolavori e alle co-produzioni degli anni ‘60 raccontate dal documentario di Francesco Ranieri Martinotti.

“Passione Cinema” è la storia di una passione irrefrenabile tra il cinema italiano e quello francese, vista dagli occhi dei protagonisti di ieri e di oggi, attraverso le immagini di pellicole come 8 e mezzo, Jules e Jim, Il sorpasso, I soliti ignoti, Rocco e i suoi fratelli, C’eravamo tanto amati, La battaglia di Algeri per arrivare al cinema contemporaneo con Respiro, Irreversible, Dobermann…

Il film prodotto dall’avvocato d’affari Enrico Castaldi e Iterfilm, coprodotto con Legato Film è stato presentato a Venezia in una sala Pasinetti brulicante di ospiti e volti noti, tra cui lo scrittore di Yoga, Emanuele Carrère, l’attore e regista Mimmo Calopresti e la giornalista Concita De Gregorio che ha introdotto il film, ricordando che è il “desiderio” che unisce le cinematografie di Italia e Francia già dagli anni ’60, dove desiderabilità e sex appeal del Paese passavano attraverso il cinema.

Il documentario è un potentissimo strumento di soft power culturale, perché narra, attraverso i volti e gli sguardi di chi ama il cinema (23 interviste incastonate in 57 citazioni di film italiani e francesi, dagli anni Sessanta ad oggi) come le due principali cinematografie europee si siano sempre cercate ed attratte. A parlare sono gli occhi che si illuminano delle attrici Fanny Ardant, Berenice Bejo, Monica Bellucci, Valeria Golino, Valeria Bruni Tedeschi, Laura Morante, così come le testimonianze di registi attori e produttori: da Marco Bellocchio a Mimmo Calopresti, da Jacques Fieschi a Louis Garrel, da Philippe Le Guay a Jean Louis Livi, Gregory Montel e Martin Prevost.

E, alla fine, tutto si lega come in un fil rouge che tiene insieme i primi frame del cinema muto con le sequenze filmiche sonore, le immagini d’archivio e le straordinarie testimonianze contenute nel docu-film di Ranieri Martinotti. In un continuo rimando di sguardi e ammiccamenti tra cugini italiani e francesi, con l’ambizione di ricostruire, almeno nell’immaginario collettivo, la grandeur del cinema d’oro. Ne esce il ritratto dell’Italia, vista dai francesi come “un Paese assolutamente geniale”. Dovremo iniziare a crederci per primi, investendo di più nelle industrie culturali del Paese.

 

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