Il presidente americano ha firmato un ordine esecutivo per regolamentare lo scambio di dati con l’Ue e imposto nuovi controlli alle esportazioni, per limitare l’industria cinese sui versanti dei semiconduttori e dell’intelligenza artificiale. Da una parte si rinsalda il fronte delle democrazie digitali, dall’altro si contrastano le tecno-autocrazie

Venerdì il presidente degli Stati Uniti Joe Biden si è mosso sul campo tech con due misure ad alto impatto. La prima, tramite un ordine esecutivo, è volta a rafforzare le basi legali per la protezione dei flussi di dati tra le due sponde dell’Atlantico. La seconda, nella forma di controllo dell’export, mira a complicare lo sviluppo delle tecnologie più avanzate – semiconduttori e intelligenza artificiale – al rivale per eccellenza delle democrazie digitali: la Cina.

IL PRIVACY SHIELD 2.0

Con l’accordo di marzo con la presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, Biden si era impegnato a trovare una soluzione al caso Privacy Shield – l’infrastruttura legale che sorreggeva i flussi di dati tra Ue e Usa, invalidata dalla Corte di Giustizia dell’Ue con le sentenze Schrems e Schrems II, dal nome dell’attivista per la privacy digitale Max Schrems. In sostanza, i giudici avevano ritenuto che l’accordo in vigore offrisse un margine di manovra eccessivo alle agenzie di intelligence statunitensi sui dati personali dei cittadini europei.

Il limbo legale stava già mettendo in pericolo l’economia digitale transatlantica, strettamente interdipendente. Dalle concessioni statunitensi per limitare l’accesso degli 007 Usa ai dati provenienti dai Paesi europei che transitano per i server americani: ci sono “nuove salvaguardie per garantire che le attività di signal intelligence siano necessarie e proporzionate al perseguimento di obiettivi di sicurezza nazionale”, e una disposizione che consente ai cittadini europei di ricorrere a un tribunale indipendente per la revisione della protezione dei dati.

Ora resta da vedere se questa nuova svolta supererà lo scoglio della Corte Ue, che secondo Max Schrems troverà le stesse problematiche anche nel nuovo Privacy Shield. “L’Ue e gli Stati Uniti sono ora d’accordo sull’uso della parola ‘proporzionato’, ma sembrano non essere d’accordo sul suo significato”, ha dichiarato l’attivista austriaco in un comunicato. “La Commissione europea sta ancora una volta chiudendo un occhio sulla legge statunitense, per permettere di continuare a spiare gli europei”.

CINA, PAROLA D’ORDINE: EXPORT CONTROL 

Nel pomeriggio di venerdì è arrivato il secondo sviluppo: il Dipartimento del commercio Usa ha presentato una serie di restrizioni che renderanno molto più difficile per le aziende cinesi ottenere o produrre microchip per computer avanzati e intelligenza artificiale. Si tratta di tecnologie d’avanguardia con applicazioni militari, e Washington è determinata a ostacolare lo sviluppo del rivale in quei campi.

“La Repubblica Popolare Cinese ha investito risorse nello sviluppo di capacità di supercalcolo e mira a diventare leader mondiale nell’intelligenza artificiale entro il 2030. Sta usando queste capacità per monitorare, tracciare e sorvegliare i propri cittadini e per alimentare la propria modernizzazione militare”, ha dichiarato Thea Kendler, dirigente del Dipartimento.

Questi nuovi controlli rappresentano un’escalation degli sforzi già in corso per sganciare il progresso tecnologico cinese e statunitense ed espandono il fronte della rivalità digitale. Arrivano pochi giorni prima del ventesimo Congresso nazionale del Partito comunista cinese, durante il quale il Presidente Xi Jinping dovrebbe cementare la sua leadership con un terzo mandato.

I controlli colpiranno le aziende cinesi in diversi modi, scrive il Financial Times: “impediranno alle aziende statunitensi di esportare strumenti critici per la produzione di chip in Cina, il che interesserà gruppi come Semiconductor Manufacturing International Corp, Yangtze Memory Technologies Co e ChangXin Memory”. In più gli Usa proibiranno ai cittadini e alle aziende statunitensi di fornire qualsiasi tipo di supporto diretto o indiretto agli impianti di produzione di semiconduttori in Cina.

E ancora, Washington ha inserito altre 31 entità cinesi nella lista delle aziende “non verificate”, mossa che prelude la loro inclusione nella temuta entity list, che di fatto impedirebbe alle aziende statunitensi di fornire loro tecnologia. Tutti questi sforzi sono volti a ostacolare quelli cinesi di potenziare la propria industria nazionale e costruire un’autonomia tecnologica che per ora gli è negata. “Questo causerà un enorme problema alla strategia di Pechino di diventare un attore di livello mondiale”, ha detto a FT Martijn Rasser, esperto di sicurezza e tecnologia del Center for a New American Security.

Tuttavia, la mossa non è priva di rischi. Come le strozzature lungo le catene di produzione dei microchip, che continuano a limitare l’attività di molti comparti industriali. Washington ha previsto delle eccezioni per le aziende statunitensi o di Paesi alleati che operano in Cina, ma l’ampiezza delle misure potrebbe rivelarsi più deleteria del previsto per alcuni grandi player nell’Occidente geopolitico. Gli analisti indicano Tsmc, Nvidia e AMD, produttori di chip, come anche Applied Materials e Lam Research, che producono strumenti di fabbricazione, e Asml, azienda europea cruciale per l’intero comparto.

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