Nell’attuale contesto geostrategico su questi temi è importante si sviluppi un dibattito serio e approfondito. Una discussione che ponga in evidenza i rischi a cui siamo esposti, e che chiarisca anche che non si tratta di sviluppare un’autonomia tecnologica e produttiva tout court, bensì di evitare dipendenze unilaterali, soprattutto nei confronti di partner internazionali ritenuti meno affidabili. L’analisi di Rosario Cerra, fondatore e presidente e Francesco Crespi, direttore ricerche del Centro Economia Digitale

L’espansione delle energie rinnovabili è uno dei principali strumenti con cui l’Unione Europea intende da un lato contribuire a combattere i cambiamenti climatici, dall’altro ridurre, fino ad azzerare in prospettiva, la dipendenza energetica dai Paesi produttori di fonti fossili, riduzione che il conflitto in Ucraina ha reso un obiettivo strategico primario.

Tuttavia, un’accelerazione nello sviluppo delle rinnovabili pone questioni da affrontare dal punto di vista delle dipendenze strategiche sia in termini dell’accesso alle materie prime (le cosiddette terre rare) usate per la realizzazione di impianti per la produzione di energie rinnovabili, sia in termini di utilizzo della componentistica e della capacità produttiva.

Si pone cioè il problema di evitare di passare da una dipendenza all’altra, facendo affidamento per la fornitura di componenti essenziali per l’installazione di una infrastruttura basata su impianti fotovoltaici su un numero troppo ristretto di Paesi.

Su quest’ultimo aspetto, il recente Rapporto della Commissione Europea sulle dipendenze strategiche dell’Unione evidenzia come il mercato globale del solare fotovoltaico sia dominato da aziende asiatiche, in particolare cinesi. La maggior parte delle importazioni dell’Ue proviene da meno di tre Paesi terzi, con la Cina che rappresenta il 63% delle importazioni dell’Ue. A richiamare l’attenzione sulla vulnerabilità della catena di approvvigionamento globale è stata anche la stessa Agenzia Internazionale dell’Energia, che ha evidenziato come il mondo dipenderà quasi completamente dalla Cina per la fornitura di elementi chiave, come ad esempio gli inverter fotovoltaici, per la produzione di pannelli solari fino al 2025.

In considerazione del fatto che secondo gli obiettivi europei la produzione di energia solare dovrà triplicare nell’Unione entro il 2030 (da 147 TWh nel 2019 a 447 TWh) e quasi decuplicare entro il 2050 (1.286 TWh), tale dipendenza pone l’Europa di fronte a rischi significativi, inclusi quelli relativi all’esposizione dell’infrastruttura energetica verso attacchi cibernetici. Per questo, tenuto conto che il sistema elettrico è alla base del funzionamento di quasi tutte le attività umane, compreso il sistema industriale e produttivo, quello dei trasporti, idrico e della sicurezza, gli effetti di eventuali attacchi possono essere estremamente rilevanti.

È quanto sottolinea il World Economic Forum in un suo report in cui viene messo in luce il ruolo dell’“effetto a cascata”, per cui la vulnerabilità cyber di un anello debole della catena può generare conseguenze significative su tutta la collettività.

Un caso paradigmatico e concreto in tal senso è rappresentato, come già indicato a titolo esemplificativo, dagli inverter fotovoltaici, una componente essenziale di un sistema fotovoltaico che consente di convertire in corrente alternata l’energia generata dai pannelli solari. Il punto chiave è che gli inverter fotovoltaici sono essenzialmente dei dispositivi “IoT”, collegati alla rete elettrica, che trasmettono e ricevono dati, inclusi quelli, decisamente sensibili, su come si distribuisce il consumo nazionale. Questo, come sottolineato da un recente Report dell’Enisa, l’Agenzia dell’Unione Europea per la Cybersecurity, rende gli inverter una potenziale superficie di attacco cyber e che può fare da “ponte” per incursioni malevole nelle reti intelligenti fino a provocare estesi blackout o sbilanciamenti nella rete elettrica.

Queste considerazioni pongono, quindi, l’esigenza di una riflessione attenta sui necessari livelli di cybersicurezza che tali dispositivi dovrebbero garantire e sull’affidabilità degli eventuali Paesi terzi a cui ci si affida per la loro produzione. Un dibattito ancora non sufficientemente presente in Europa ma che si è sviluppato con forza negli Stati Uniti, dove un gruppo bipartisan di senatori del Congresso ha chiesto che venga preso in considerazione un divieto alla vendita negli Stati Uniti degli inverter prodotti da una delle primarie società cinesi. Tale richiesta è motivata dalla preoccupazione che l’utilizzo di queste componenti importate potrebbe costituire una minaccia alla sicurezza nazionale delle infrastrutture energetiche del Paese.

Nell’attuale contesto geostrategico, è importante che su tali questioni si sviluppi un dibattito serio e approfondito anche in Italia e in Europa. Una discussione che ponga in evidenza i rischi a cui siamo esposti, e che chiarisca anche che qui non si tratta di sviluppare un’autonomia tecnologica e produttiva tout court, bensì di evitare dipendenze unilaterali, soprattutto nei confronti di partner internazionali ritenuti meno affidabili.

Rispetto a questo, è bene evidenziare che la leadership di mercato che le imprese cinesi detengono nel mercato degli inverter fotovoltaici è dovuta principalmente a vantaggi competitivi legati a minori fattori di costo nella produzione. L’obiettivo di riorientare la catena di approvvigionamento all’interno dell’Ue e verso altri Paesi partner che garantiscano livelli di affidabilità adeguati può quindi essere raggiunto attraverso opportune politiche in grado di influenzare sia la domanda sia l’offerta.

È un processo che non avverrà a costo zero poiché nelle scelte di approvvigionamento i criteri di efficienza andranno in parte sostituiti con quelli di affidabilità e i criteri meramente economici andranno bilanciati con criteri di sicurezza, come peraltro avvenuto nell’ultimo anno e mezzo con l’esercizio da parte del governo italiano, dei poteri di Golden Power. Tuttavia, se nei calcoli vengono inserite opportune considerazioni di risk assesment che includono i costi legati ai rischi per la sicurezza nazionale, il conto di questa operazione potrebbe non essere così salato.

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