L’Istituto affari internazionali, insieme con l’università di Siena, ha condotto un’indagine demoscopica sulle percezioni di politica estera e di difesa della popolazione italiana. Diminuisce in particolare il sostegno agli Stati Uniti, un elemento preoccupante che segnala da una parte il sedimentarsi della propaganda russa e dall’altra il prezzo della tradizionale poca attenzione mediatica nostrana per la sicurezza internazionale

Rispetto alla politica estera e di difesa gli italiani oggi sembrano essere rispetto al 2018 più nazionalisti, un po’ meno atlantisti, e mediamente europeisti; nonché propensi alle missioni militari all’estero quando la sicurezza nazionale è tangibilmente in gioco. Sono questi alcuni tra i principali spunti dell’indagine demoscopica appena pubblicata dall’Istituto Affari Internazionali in partnership con l’Università di Siena.

Il sondaggio

Il sondaggio avviene dopo mesi di invasione russa dell’Ucraina, confronto tra Mosca e Occidente, rinnovata centralità NATO e dure prese di posizioni UE contro il Cremlino, mentre gli effetti della guerra si fanno sentire sul piano energetico, commerciale ed economico. Posti di fronte alla scelta tra la cooperazione con gli Stati Uniti, con l’UE, con entrambi, oppure una politica estera e di difesa più autonoma, negli ultimi quattro anni i dati cambiano in modo significativo. Oggi l’Unione europea è ancora l’alleato migliore per il 33,6% degli italiani, come nel 2018, dopo il calo al 27% nel 2020. Il punto di riferimento europeo riguadagna dunque consensi rispetto al momento più buio della pandemia, forse anche per la percezione positiva del recovery fund UE di cui beneficia fortemente l’Italia, ed in linea con l’evoluzione in senso meno euro-scettico di importanti partiti e movimenti politici italiani durante la scorsa legislatura.

Dubbi sull’atlantismo

L’alleanza con gli Stati Uniti nel 2018 era preferita dal 12% degli italiani ed ora solo dal 7,7%. Cooperare sia con Washington che con Bruxelles quattro anni fa era vista come l’opzione migliore dal 41% del campione, oggi solo dal 28%. Sembra quindi che il nuovo e duro confronto tra Russia e Occidente, ben avvertito dagli italiani, non porti ad una netta scelta di campo per il secondo. Si tratta di un elemento grave su cui riflettere, che si spiega in parte con una serie di fattori più strutturali quali la forza delle correnti di pensiero pacifiste, il sedimentarsi della propaganda russa negli anni, la tradizionale poca attenzione mediatica per la sicurezza internazionale e l’altrettanto scarsa trattazione della storia contemporanea nel sistema scolastico. Questi due ultimi fattori in particolare generano una conoscenza parziale, superficiale e inaccurata dei fenomeni che rende l’opinione molto permeabile sia alla propaganda russa che alle teorie complottiste, come emerso plasticamente nel 2022 segnato sui media dalla guerra russo-ucraina. Su queste (fragili) basi, l’avvicinarsi della prospettiva di un conflitto Russia-NATO, comprese ipotesi tanto remote quanto preoccupanti di uso dell’arma atomica, probabilmente spinge una parte degli italiani a volersene in qualche modo tirare fuori.

Una politica autonoma

Specularmente, in quattro anni sale dal 13% al 30,7% la percentuale di elettori che vuole una politica italiana più autonoma da UE e USA. Questo dato si inserisce in un trend storico più ampio che, con la fine della Guerra Fredda e le sue pesanti implicazioni sulla politica interna, ha visto l’Italia discutere man mano più esplicitamente di interessi nazionali, di come proteggerli e promuoverli anche tramite la politica di difesa, avvicinandosi alla normalità degli altri Paesi dell’Europa occidentale. Già nel 2016 il Libro Bianco per la sicurezza internazionale e la difesa, adottato dall’allora governo di centrosinistra, vedeva il termine “interessi nazionali” ricorrere più di 60 volte nel testo. Al tempo stesso, dagli anni 2000 in poi una serie di crisi molto dure per l’Italia – finanziaria, libica, migratoria e infine pandemica – ha visto le organizzazioni internazionali e in particolare l’UE giocare un ruolo modesto e discutibile, fino alla vigilia del colpo di reni del recovery fund, favorendo così il radicarsi di posizioni più nazionaliste.

Sostegno ai militari

Non a caso, per quanto riguarda l’impiego potenziale delle forze armate, la percentuale di italiani propensi all’uso dello strumento militare oscilla significativamente tra il 68,8% e l’88% a seconda della missione. Ad esempio, il 73,8% degli intervistati si dice in teoria favorevole a un intervento per porre fine a una guerra civile, il 71% approva quello per rimuovere un governo che non rispetta i diritti umani, il 74% è a favore delle missioni di peace-keeping. I favorevoli all’uso della forza salgono ben all’88% nel caso di in cui i soldati italiani agissero per liberare connazionali all’estero o prevenire un attacco terroristico imminente in patria: due tipi di operazioni che in un certo senso fanno parte di una visione più diretta, e in chiave strettamente nazionale, della politica di difesa quale protezione della popolazione italiana.

Gli impegni per il futuro

La riflessione politica ed il dibattito pubblico sugli interessi nazionali, come cambiano e come proteggerli e promuoverli sul piano internazionale, è parte integrante di una sana formulazione della politica di difesa, e più in generale della politica estera di un Paese. Nel contesto italiano, tale riflessione e dibattito andrebbero sviluppati in modo realistico, pragmatico, andando oltre il breve periodo, con un approccio proattivo e costruttivo verso le tradizionali dimensioni europea, transatlantica e mediterranea della proiezione internazionale dell’Italia. Una responsabilità che spetta sia alle forze di governo che a quelle di opposizione, ciascuna nei rispettivi ruoli, e in generale alle istituzioni e alla classe dirigente del sistema-Paese.

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