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Putin non vuole la pace ma invoca i pacifisti (anche quelli italiani)

La diplomazia europea mette in guardia dalla trappola di Mosca: il Cremlino vuole convincere il mondo di un’inversione di ruoli tra aggressore e aggredito, provando a dettare le sue condizioni per il cessate il fuoco. E così fa breccia in certi ambienti anti Usa e Occidente

Con le annessioni illegali delle quattro regioni dell’Ucraina occupate – Donetsk, Luhansk, Zaporizhia e Kherson – il Cremlino “cerca di convincere il mondo di un’inversione di ruoli”. Lo scrivono gli analisti della East StratCom Task Force del servizio diplomatico dell’Unione europea. La disinformazione russa “dipinge le forze ucraine come forza d’invasione invece che come liberatori, per fomentare il patriottismo nel popolo russo e giustificare la mobilitazione ‘parziale’ in corso”. Inoltre, il Cremlino punta a ottenere un effetto simile “diffondendo menzogne sul fatto che le forze russe stanno combattendo contro la forza collettiva della Nato, non solo contro l’Ucraina”. Infine, osservano gli analisti esperti di disinformazione russa, “gli irresponsabili discorsi sul nucleare mirano a dissuadere gli ucraini dall’ottenere ciò che spetta loro di diritto e a dissuadere l’Occidente dal sostenere gli sforzi di autodifesa dell’Ucraina”.

Un esempio delle ultime ore. Dopo aver minacciato l’utilizzo dell’arma atomica, oggi il ministero degli Esteri russo, tramite la portavoce Maria Zakharova, ha accusato l’Occidente di aumentare le tensioni nucleari spiegando poi che Mosca è “pienamente impegnata” al fine di “non permettere mai una guerra nucleare”.

È una vera e propria trappola: la Russia, cioè l’aggressore, sta provando a dettare le sue condizioni per la pace cercando di mantenere i territori occupati illegalmente. C’è già un precedente: Crimea, 2014.

La situazione “può iniziare a sembrare allettante per gli osservatori meno attenti”, mette in guardia la task force europea sottolineando anche la rimozione delle atrocità commesse dalle forze russe nelle aree temporaneamente occupate, come Izium. D’altronde, promuovere i movimenti pacifisti è una tradizione comunista e sovietica del dopoguerra. In questo caso, agitare la minaccia nucleare può aiutare la propaganda russa a fare breccia nel mondo cosiddetto pacifista o, se vogliamo guardare alla politica semplificando, nella sinistra. Allo stesso scopo può essere conveniente legare il conflitto al caro bollette; qui, però, l’obiettivo sono in particolare gli imprenditori o, sempre semplificando, la destra.

Non è un caso dunque che oggi, dopo la vittoria delle elezioni da parte del centrodestra impegnato a seguire la linea del governo di Mario Draghi nel sostegno all’Ucraina, il “pacifismo” in Italia, seppur trasversale, trovi sponda in particolare nella galassia politica, culturale e mediatica di sinistra, con convergenze parallele con la Chiesa cattolica. Intervistato ieri da Avvenire, Giuseppe Conte, presidente del Movimento 5 Stelle, ha preso le parti di papa Francesco – le sue parole sulla pace “non indeboliscono” la comunità internazionale – e ha dichiarato che “desta perplessità” la decisione ultima del presidente ucraino Volodymyr Zelensky “di bandire la pace con decreto”. Poi ha invocato una mobilitazione per la pace: “L’ossessione di una ipotetica vittoria militare sulla Russia (…) non vale il rischio di un’escalation con un folle ricorso a testate nucleari e armi non convenzionali nonché il rischio di una severa recessione economica”, ha detto.

Come ha osservato il quotidiano Domani, restano diversi nodi irrisolti dal punto di vista diplomatico per una proposta di negoziato credibile: dal problema dell’integrità territoriale dell’Ucraina, alle violazioni dei diritti umani, allo squilibrio negli armamenti nucleari fra i due Paesi. Senza dimenticare la difficoltà che spesso un certo movimento “pacifista” odierno ha nel condannare l’aggressione russa.

Che questo abbia un vizio anti-americanista e anti-occidentalista appare evidente dai precedenti. Se nella guerra in Vietnam il pacifismo chiedeva con qualche ragione il ritiro delle truppe statunitensi e in Iraq esprimeva i propri dubbi contro l’occupazione statunitense, nel caso ucraino però i pacifisti non si scagliano contro il ritiro russo. Bensì, forse sotto il peso di quell’anti-occidentalismo latente che influenza certi pensieri, si appellano per lo stop dell’assistenza a Kiev. Alterazione della lucidità su aggressore e aggredito, ruoli da usare a servizio di certe visioni del mondo recondite che vanno spesso oltre – o vengono prima – dei fatti.

Tuttavia, sarebbe ingiusto non riconoscere l’importanza di un altro campo pacifista, quello che con le sue molteplici attività, come le carovane di pace, ha portato aiuti all’Ucraina e sostenuto le ragioni dell’aggredito.

C’è un elemento che dovrebbe, o quantomeno potrebbe, portare i “pacifisti” a dubitare della propaganda russa e della loro stessa comunicazione. Forse più che la cosiddetta espansione della Nato verso Est (che, va ricordato, è avvenuta non come imposizione agli Stati), a spingere Vladimir Putin contro l’Ucraina sembra aver contribuito almeno in parte la paura della libertà, l’incubo di una democrazia slava alle porte della Russia che potrebbe alimentare rivolte contro il Cremlino.

Come ha ricordato in queste ore il giornalista Giancarlo Loquenzi, “se la Russia smette di combattere è la fine della guerra, se l’Ucraina smette di combattere è la fine dell’Ucraina”. Ma anche per l’Occidente e la democrazia non si metterebbe bene.

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