“L’unica cosa che si può fare ora è tentare di evitare il peggio, cioè una guerra nucleare”, spiega lo storico della Villanova University di Philadelphia. “Il rischio morale di attribuire la guerra agli ucraini pare scampato, in Vaticano e in Occidente”

Al settimanale francese Le Point, il presidente francese Emmanuel Macron ha rivelato di aver chiesto a papa Francesco di telefonare al presidente russo Vladimir Putin, al patriarca ortodosso Kirill e anche al presidente statunitense Joe Biden, per sedersi al tavolo delle trattative e favorire il “processo di pace” che metta fine alla guerra in Ucraina. Commentando questa notizia, Dmitry Peskov, portavoce del Cremlino, ha affermato alla Tass che Mosca accoglie con favore la proposta.

Ma neppure gli sforzi della diplomazia vaticana sembrano bastare. Infatti, gli appelli per la pace in Ucraina non trovano reali spiragli a Mosca. Ne parliamo con il professor Massimo Faggioli, storico della Villanova University di Philadelphia.

Come si sta muovendo oggi la diplomazia vaticana?

Il Vaticano tenta di mantenere un equilibrio e preservare la sua credibilità come interlocutore, anche nei confronti della Russia. La voce di papa Francesco continua a invocare la pace ma in questa fase non ci sono spazi né multilaterali né bilaterali per raggiungerla. L’unica cosa che si può fare ora, visto che spiragli per la pace non ci sono per la mancanza di volontà politica russa, sia dal Cremlino sia dal Patriarcato, è tentare di evitare il peggio, cioè una guerra nucleare.

Crede che la narrazione russa di “pace” e la minaccia nucleare utilizzate come strumenti per spaccare il fronte occidentale possano attecchire in Vaticano?

Inizialmente c’era stato questo rischio ma gli ultimi mesi hanno insegnato qualcosa sul regime di Vladimir Putin alla diplomazia vaticana. Oggi c’è una lettura più attenta, le parole vengono misurate un po’ di più e il Vaticano sembra aver resistito ad alcune sirene anti-atlantiste e anti-americane. Per questo, il rischio morale di attribuire la guerra agli ucraini pare scampato, in Vaticano e in Occidente, tranne che in alcune frange estremiste.

Quanto ha inciso in questo l’elemento religioso sottolineato da parte russa?

L’elemento nazionalistico della guerra come scontro di civiltà promosso dal Patriarca Kirill è incompatibile con ciò che papa Francesco ha sempre detto del ruolo della religione nella pace mondiale. In un certo senso, questa narrazione russa ha risvegliato certi anticorpi in Vaticano.

Che ruolo ha oggi il Vaticano nello confronto tra modelli, tra democrazie e autocrazie?

Lo scenario attuale è completamente diverso dall’epoca in cui la Chiesa era dalla parte della storia. Oggi il modello autocratico è tornato – in Russia, in Cina, in American Latina – e la chiesa si trova in mezzo. Oggi il magistero della Chiesa, che a partire dal Vaticano II ha avuto una preferenza per il sistema democratico costituzionale, deve convivere con un ritorno dei modelli che si dicono democratici ma sono anti-liberali e anti-costituzionali e mettono a rischio il significato stesso della parola democrazia. Questo è un problema perché nella Chiesa cattolica rimangono delle sacche di persone ancora affascinate dal linguaggio anti-liberale o illiberale. Inoltre, credo che sia un problema in prospettiva per l’Italia, per la Polonia e per l’Ungheria, dove ci sono illiberali più abili a trattare con la Chiesa cattolica e a sobillare certi istinti.

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