“Nel tempo, l’Agenzia ha avuto alti e bassi. E, come per ogni ente governativo, tutto è dipeso dalla leadership”, spiega l’ex direttore in questa intervista esclusiva rilasciata per il nuovo numero della rivista Formiche, intitolato “Segreti, spie e futuro. La Cia 75 anni dopo”

La Central intelligence agency ha compiuto 75 anni. Uno dei più clamorosi successi dell’agenzia statunitense d’Intelligence per l’estero nel nuovo millennio è stata l’eliminazione di Osama Bin Laden, leader di al Qaeda e responsabile degli attentati dell’11 settembre 2001. Era il 2011 e Leon Panetta era il direttore della Cia.

Cosa ha significato quell’operazione?

Dopo l’11 settembre, l’Intelligence e i militari hanno deciso di entrare in guerra contro al Qaeda e il terrorismo. Le missioni erano due. La prima: dare la caccia a chi aveva organizzato l’attacco al nostro Paese e assicurarsi che non potesse più farlo. La seconda: evitare che l’Afghanistan fosse ancora un rifugio sicuro per il terrorismo. Siamo riusciti nella prima missione mettendo insieme una squadra che ha trovato Bin Laden: forze speciali, Intelligence e militari hanno avuto successo ad Abbottabad, in Pakistan. È stato molto importante sia per la rilevanza dell’Intelligence per la sicurezza nazionale sia per il messaggio inviato al mondo: nessuno può attaccare gli Stati Uniti e farla franca.

Prima di essere direttore della Cia e in seguito segretario alla Difesa, lei è stato membro della Camera dei rappresentanti e ha avuto incarichi nell’amministrazione del presidente Bill Clinton, di cui è stato capo di gabinetto. Che cos’ha significato sedersi sulla poltrona più importante dell’Intelligence mondiale?

Sono figlio di immigrati italiani e i miei genitori hanno sempre spinto me e mio fratello a fare qualcosa per questo Paese, per l’opportunità che ci ha dato di avere successo offrendoci il sogno americano. Per questo motivo, ho scelto di dedicarmi al servizio pubblico. Tra gli incarichi che ho ricoperto c’è stato appunto quello di direttore della Cia. In quel contesto ho imparato che i funzionari dell’Intelligence non sono repubblicani o democratici, sono bravi americani che tengono al Paese, professionali e impegnati. È stato un grande onore poter lavorare con il presidente degli Stati Uniti e con gli altri leader per assicurarmi che avessero le migliori informazioni disponibili e poter gestire le decisioni prese. Quando ero alla Cia eravamo in guerra contro il terrorismo. Stavamo conducendo operazioni non solo in Afghanistan, ma anche in Medio Oriente. Avevamo quindi una serie di fronti su cui operare per proteggere il nostro Paese dal terrorismo e da un altro attacco come quello dell’11 settembre. Sono orgoglioso del fatto che, grazie all’Intelligence e alle capacità militari, siamo riusciti a prevenire un altro attacco.

Quale è il suo bilancio di questi 75 anni della Cia?

Come quasi tutte le agenzie governative, la Cia ha avuto alti e bassi. E, come per ogni agenzia governativa, tutto dipende dalla leadership. A volte ci sono state persone a capo dell’Intelligence che pensavano di poter fare cose non approvate né dal Congresso né dal presidente. Così l’Intelligence ha commesso errori. Probabilmente il più grave è stata la decisione sull’Iraq: l’Intelligence ha pensato che in qualche modo il Paese avesse armi di distruzione di massa, mentre non era così, e questo ha portato alla guerra. Anche l’attacco dell’11 settembre è stato un fallimento in termini di condivisione delle informazioni tra le diverse agenzie. Un altro è stato il Vietnam. Dall’altro lato, però, l’Intelligence ha anche fornito ottime informazioni. Come durante la crisi dei missili di Cuba, quando abbiamo aiutato il presidente John Fitzgerald Kennedy a determinare la strategia da attuare contro la Russia. Abbiamo previsto la fine dell’Unione Sovietica dopo il crollo del muro di Berlino. E abbiamo unito le nostre capacità militari e di Intelligence per rispondere efficacemente all’attacco dell’11 settembre e proteggere il nostro Paese. Devo dire, poi, che non potremmo avere una buona Intelligence senza l’aiuto dei nostri alleati. Uno degli aspetti importanti oggi è la capacità degli Stati Uniti e degli alleati di lavorare insieme. Lo si può vedere in Ucraina. Credo che, in termini di informazioni raccolte, sia stato un successo sapere in anticipo ciò che la Russia stesse facendo e pianificando. Stiamo continuando su questa linea e questo dà la possibilità agli ucraini, che hanno combattenti coraggiosi, di fermare i russi. Oggi l’Intelligence è in una buona posizione, soprattutto per lavorare insieme, Stati Uniti e alleati della Nato, per affrontare tiranni e autocrati in tutto il mondo.

Nella guerra in Ucraina, l’Intelligence ha avuto un ruolo insolitamente pubblico. Questo approccio potrà continuare in futuro?

Vladimir Putin sosteneva che non avrebbero invaso l’Ucraina. Eppure tutte le informazioni mostravano che si stava preparando a farlo. Il fatto che l’Intelligence abbia diffuso queste informazioni al pubblico e al mondo è stato molto utile per dimostrare che Putin mentiva e voleva ingannare il resto del mondo. Questo rappresenta un segnale di quanto l’Intelligence possa essere efficace, non solo per aiutare a guerra in corso, ma anche per chiarire i piani dei nostri avversari ed evitare di essere colti di sorpresa. L’Intelligence ha svolto un ruolo cruciale sull’Ucraina. Speriamo possa continuare a farlo.

Nell’era dell’intelligenza artificiale, quanto è importante la human Intelligence?

Sono convinto che non si possa avere una buona Intelligence senza persone sul campo. Francamente credo che tutti, in qualche modo, abbiano sbagliato i calcoli sulla capacità della Russia. Anche la nostra Intelligence credeva che sarebbe stata in grado di prendere la capitale in pochi giorni e che il governo dell’Ucraina sarebbe caduto. Credo che parte di ciò si basasse sull’aver dato per scontate informazioni che pensavamo di avere sulla Russia. Anche se disponiamo di molte tecnologie e di capacità nello spazio e nelle comunicazioni, avere persone sul campo che osservano ciò che accade è cruciale per avere informazioni accurate. Per esempio, quando stavamo conducendo operazioni in Pakistan contro al Qaeda, avevamo un gran numero di persone sul campo che confermavano gli obiettivi. Non credo che sostituiremo mai la human Intelligence.

Quali sono le principali sfide del futuro per l’Intelligence?

La sfida più grande in questo momento è rappresentata dai molti punti di crisi nel mondo. Non soltanto la situazione in Ucraina e il confronto con la Russia. Dobbiamo anche affrontare un avversario, la Cina, e la minaccia che possa tentare di conquistare Taiwan o di militarizzare il mar Cinese meridionale. E poi la Corea del Nord, un avversario molto imprevedibile di cui sappiamo poco; l’Iran, un Paese che promuove l’instabilità in Medio Oriente e altrove, e che potrebbe disporre di un’arma nucleare nel giro di poche settimane. Inoltre, abbiamo bisogno di migliori informazioni sul Medio Oriente, dove ci sono diversi Stati falliti, come la Siria e la Libia, e altri che sono diventati terreno fertile per il terrorismo, che rimane una minaccia, anche se abbiamo preso Bin Laden, perché si è “metastatizzato”. A tutto ciò si aggiungono gli attacchi informatici, con il cyber che è il campo di battaglia del futuro: se si dispone di un virus sofisticato, lo si può utilizzare per paralizzare letteralmente un altro Paese, per mettere fuori uso la rete elettrica, i sistemi finanziari, di sicurezza, idrici e di trasporto. Se si considera la panoplia di punti di crisi nel mondo, è fondamentale dunque per l’Intelligence essere in grado di sapere cosa sta accadendo in relazione a ciascuna di queste minacce alla sicurezza nazionale. Per questo motivo, sono convinto che avere un’Intelligence forte determinerà per molti versi il futuro della nostra sicurezza nazionale.

Che ruolo svolge un’istituzione come la Cia in un contesto di forte polarizzazione nella democrazia?

Quando si entra nel quartier generale della Cia di Langley, sul lato destro ci sono una serie di stelle sul muro che rappresentano coloro che hanno dato la vita per l’Intelligence. Sul lato sinistro c’è invece una frase tratta dalla Bibbia: “La verità vi farà liberi”. Credo che la responsabilità più importante per l’Intelligence in un mondo e in un Paese polarizzati sia quella di dire la verità a chi è al potere, anche se non è sempre facile farlo. Abbiamo avuto persino presidenti ai quali non è piaciuto sentire la verità, che tuttavia rimane l’arma più potente che abbiamo per affrontare la polarizzazione. Se l’Intelligence sarà in grado di farlo, troveremo la nostra strada nel XXI secolo.

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