La legge di Bilancio appena approvata sembra configurarsi come un esercizio minimalista, di cui va apprezzata la cautela e il senso di responsabilità. Ma attenzione, perché nel tentativo del governo di usare la coperta corta per coprire esigenze reali e promesse elettorali essa non sembra porsi obiettivi espliciti di efficienza economica e di giustizia sociale. Il commento di Pasquale Lucio Scandizzo, direttore scientifico di OpenEconomics

La manovra del nuovo governo sembra configurarsi come un esercizio minimalista, di cui va apprezzata la cautela e il senso di responsabilità. Tuttavia, nel tentativo di usare la coperta corta per coprire esigenze reali e promesse elettorali, e pur rivelando una certa ansia rispetto alla sostenibilità dei conti pubblici e alla tenuta sociale, essa non sembra porsi obiettivi espliciti di efficienza economica e di giustizia sociale.

Interpretandone i messaggi espliciti ed impliciti, la manovra tuttavia sembra proporsi tre ragionevoli obiettivi: mitigare l’inflazione già rampante e la recessione forse in arrivo (attenuandone le cause); favorire l’adattamento dell’economia all’incremento dei costi e alla contrazione della domanda; proteggere le fasce più vulnerabili della popolazione. Tuttavia, la manovra sembra ignorare che l’inflazione fornisce al governo l’equivalente dei proventi di una tassa, che non può essere evasa e viene raccolta automaticamente, ma che tuttavia diventa sempre più costosa in termini di efficienza economica e di giustizia sociale.

Questa tassa ha varie componenti, tra cui il cosiddetto dragaggio fiscale (dovuto all’applicazione delle aliquote ai valori nominali anziché reali dei redditi), e il pagamento reale più basso in termini reali dei salari e delle altre spese della Pa. Come grande debitore, il governo ricava inoltre due vantaggi dall’inflazione: uno in conto corrente (perché deve pagare minori interessi reali sullo stock preesistente di debito) e uno in conto capitale (perché il valore reale dello stock di debito si riduce).

A causa dell’inflazione, quindi, la manovra è più restrittiva di quanto non appaia. Infatti, la spesa a legislazione vigente (compresi gli interessi sul debito) è automaticamente ridotta in termini reali dall’aumento dei prezzi, mentre essa è automaticamente aumentata dal dragaggio fiscale. Dal punto di vista della sostenibilità del debito, questo sembrerebbe un vantaggio, prudentemente sottostimato da parte del governo. Non tenerne conto in modo esplicito, tuttavia, ha alcune conseguenze spiacevoli. La prima è che l’inflazione implica una riduzione reale della spesa per investimenti pubblici (e dello stesso Pnrr), nonché della spesa pubblica in generale. Questa riduzione è distribuita in modo ineguale tra le diverse categorie di spesa, senza una base razionale. Per esempio, nell’anno in corso, si stima che i prezzi delle materie prime e dell’energia siano cresciuti del 30-35%, il che ha gravi conseguenze soprattutto sugli investimenti in infrastrutture, a fronte di aumenti dei prezzi degli alimentari del 10-11% e addirittura di riduzioni di quelli delle costruzioni e dei servizi.

La regola aurea invocata del ministro dell’Economia “per ogni euro di spesa deve esserci la copertura di un euro in termini di maggiori entrate o di minore spesa” può quindi andar bene per mettere un argine alle richieste più dispendiose, ma è basata sul presupposto erroneo che tutte le categorie di entrate e di spesa abbiano lo stesso valore economico. In genere questo è falso, per due ragioni distinte, una di efficienza economica e una di giustizia sociale. Per la prima, l’euro risparmiato può essere sottratto a un impiego produttivo (per es. gli investimenti) già penalizzato dall’inflazione, mentre l’euro speso può essere destinato ad aumentare consumi (per es. le pensioni), che invece tendono ad alimentare l’inflazione stessa. Per la seconda ragione, l’euro risparmiato può essere sottratto a percettori più vulnerabili o con redditi più bassi, mentre il corrispondente euro speso può essere destinato a finanziare il consumo di nuovi pensionati con pensioni alte.

La regola aurea dell’analisi costi benefici è in realtà che il valore di ogni euro speso o guadagnato dipende dal suo uso e dai suoi effetti sul sistema economico e sulla società. La copertura delle nuove spese dovrebbe quindi essere assicurata a parità di valore sociale, e non solo di valore nominale. Questo non sembra sia stato fatto, anche se la manovra per molti aspetti mostra una certa attenzione alle categorie di cittadini più deboli. Essa, tuttavia non sembra tener conto da un lato dei tagli automatici di spesa causati dall’inflazione e, dall’altra dei minori redditi dei cittadini (soprattutto quelli più poveri) penalizzati dalla riduzione automatica del valore reale della spesa sociale. Possiamo solo augurarci che la discussione parlamentare possa servire, almeno in parte, ad assegnare priorità e pesi alle riduzioni e agli aumenti di spesa, a seconda della loro destinazione economica e dei bisogni.

Bisogna anche dire che se da un lato l’inflazione promette una disponibilità straordinaria di risorse per il governo a fronte di crescenti bisogni pubblici e privati, l’incertezza sulla possibile recessione nel 2023 costituisce una minaccia rilevante per le risorse ordinarie. Bene la prudenza dunque? La risposta è sì se interpretiamo la posizione del governo come un tentativo di rispondere ad alcune delle esigenze più urgenti del Paese, con qualche concessione alla soddisfazione delle promesse elettorali, ma riservandosi la possibilità di intervenire in modo più incisivo, quando saranno chiare la durata e la gravità della combinazione di inflazione e flessione economica nel 2023.

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