I Rup meritano di essere sostenuti con un’adeguata formazione, un riconoscimento dell’impegno con opportuni incentivi. Occorre che si passi da “funzionari” a “professionisti” degli appalti. L’intervento di Daniele Ricciardi, avvocato, esperto in contratti pubblici, anticorruzione e innovazione della Pa. Promotore di Assorup, Associazione nazionale dei Responsabili unici del procedimento

Il 2023 sarà l’anno del Pnrr. Sebbene l’Italia abbia raggiunto gli obiettivi fissati dalla Commissione europea le risorse economiche previste dal Next Generation Eu sono al momento depositate su un conto del ministero dell’Economia nell’attesa che le amministrazioni selezionate nei numerosi bandi promossi dallo Stato realizzino i progetti attraverso l’affidamento di appalti pubblici. Piste ciclabili, scuole, infrastrutture fisiche e tecnologiche sono pronte per essere aggiudicate al mercato degli operatori economici. Un mercato, quello dei contratti pubblici, che pesa oltre il 10 per cento del Pil.

Eppure, quando si discute di questa enorme spesa che si aggiunge a quella ordinaria (stimata dall’Anac in 190 miliardi di euro nel 2021) non si parla mai del ruolo dei Rup. Il Responsabile unico del procedimento fu istituito nel 1994 dalla Legge Merloni; si tratta di un ruolo assai delicato perché orienta le scelte delle stazioni appaltanti verso un progetto e un appaltatore. Nel corso degli anni il legislatore si è occupato del Rup soltanto per ricordare che è soggetto a sanzioni disciplinari, amministrative e penali senza favorire la professionalizzazione di funzionari che, frequentemente, oltre alla gestione della procedura si occupano di tante altre cose all’interno dell’amministrazione di appartenenza.

Anche la normativa speciale introdotta, a seguito della pandemia e in vista dell’attuazione del Piano nazionale di rilancio e resilienza, ha conferito maggiori poteri a questi dipendenti aggiungendo sanzioni in caso di ritardo nell’aggiudicazione degli appalti. I decreti semplificazioni del 2020 e 2021 provano ad alleggerire il peso modificando le norme su abuso d’ufficio e danno erariale per circoscrivere i casi di applicazione, tuttavia non sembra essere la strada corretta per dare il giusto merito all’oste che servirà lo Stato nei prossimi anni rendendo concreti gli obiettivi concordati tra Roma e Bruxelles.

I Rup meritano di essere sostenuti con un’adeguata formazione, un riconoscimento dell’impegno con opportuni incentivi, ma soprattutto meritano di essere riconosciuti come una specifica comunità che appartiene a un profilo assai rilevante tra i dipendenti pubblici. Occorre che si passi da “funzionari” a “professionisti” degli appalti. Un percorso già realizzato da tempo in altri Paesi che porta questa categoria a essere strategica per gli obiettivi istituzionali di qualsiasi stazione appaltante.

I Rup meritano di essere adeguatamente rappresentati ai tavoli in cui si decidono le regole del gioco dei contratti pubblici, devono avere voce per confrontarsi con Mit e Anac. Non si può pensare di procedere nell’attuazione del Pnrr senza coinvolgere i protagonisti della stagione che si sta aprendo per ammodernare il Paese nell’interesse di cittadini e imprese.

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