Le rinnovabili si trovano ad affrontare un salto formidabile, devono prepararsi a fare quanto prima da “capo famiglia”, cioè a farsi carico del sistema elettrico nazionale, diventando a loro volta la nostra forma principale di generazione di energia. Molti i progetti in ballo ma attenzione alla speculazione

Ormai è chiaro a tutti: lo sviluppo delle energie rinnovabili è vitale per il futuro del nostro Paese. Mai come ora, i capitali e i progetti non mancano e neanche la volontà politica: forse è la prima volta che si verifica da noi una così provvidenziale “congiunzione astrale”.

Me lo spiega sempre anche Nicola, il mio loquace barista, quando mi parla dei problemi che ha l’Italia in campo energetico, durante il mio caffè del mattino (peraltro lo fa con compiacente assertività perché sa che è il settore di cui mi occupo).

Poi subito, per frenare i miei entusiasmi, non manca mai di spiegarmi che le rinnovabili hanno però non pochi problemi, i quali impediscono loro di diventare la nostra principale fonte di elettricità, assodato (almeno questo) che dal punto di vista economico sono ormai imbattibili. Si tratta infatti di un’enorme quantità di nuovi impianti, perlopiù di taglia poco incisiva, localizzabili solo in determinate aree (incluso il mare), destinati poi a produrre in maniera irrimediabilmente intermittente. Ne parlavano in televisione e anche alla radio, mi dice.

Ma fin qui il suo tono è ancora fintamente “aperturista”, più che altro per darmi la possibilità (per l’ennesima volta) di affannarmi ad argomentare sulle soluzioni tecniche ormai già ampiamente disponibili per quei problemi: taglie di ogni tipo, linee di trasporto adeguate, sistemi di accumulo sempre più capienti, digitalizzazione spinta. D’altra parte in Italia l’energia elettrica da fonti rinnovabile ha raggiunto ben in anticipo gli obiettivi europei al 2020 ed è arrivata a coprire anche il 38%-40% della generazione nazionale.

A quel punto (con espressione annoiata) di solito mi interrompe e assesta “il colpo di grazia”, per chiudere la discussione: per le rinnovabili il vero problema da noi, supremo e ineluttabile, è la burocrazia. Qui io in genere mi arrendo (anche perché non riesco a non pensare a Johnny Stecchino e al “traffico”, la “più grave piaga della Sicilia e di Palermo”).

Ormai non c’è seminario, talk show, pubblicazione che ogni giorno non ci illustri, con dovizia di dettagli, quanto sia cruciale per noi lo sviluppo delle energie rinnovabili e quanto per contro siano letali le macchinazioni della nostra burocrazia, orchestrate dai suoi terribili funzionari (sempre più spesso impersonati da quelli delle Soprintendenze): bisogna quindi semplificare, snellire, tagliare, sburocratizzare. Continuano a ripetercelo con insistente risentimento anche i politici e gli amministratori di tutti i livelli, suscitando in noi una strana frustrazione e un impotente senso di colpa (perché poi proprio loro se ne lamentano con noi non l’ho mai capito).

Non c’è alcun dubbio, la macchinosità, la lunghezza e l’affastellamento delle nostre procedure amministrative sono un serio freno trasversale allo sviluppo delle energie rinnovabili e non solo di queste. Si parla tuttavia di una questione di antica data, che ritorna ciclicamente: basta rileggere il d. lgs. 387 del 2003 (testo peraltro di un’attualità sorprendente), con cui già allora si intervenne profondamente a semplificare norme e procedure in tema di fonti alternative.

Quell’intervento normativo in qualche modo funzionò, le energie rinnovabili (solare fotovoltaico soprattutto) aumentarono significativamente, anche se solo tempo dopo. Servì infatti la concessione successiva di sostegni economici robusti, anche troppo: si trattava infatti di una forma di generazione ancora innovativa, poco competitiva e non “portante”, da aiutare nella sua fase di crescita con adeguati stimoli. Su quanto furono adeguati quegli stimoli, che peraltro stiamo ancora pagando, si potrebbe discutere a lungo, ma questa è un’altra storia.

Le scelte comunque ci furono e le rinnovabili riuscirono ad entrare (dopo più 10 anni) in una fase più matura di regolazione, non più assistita, per poi continuare a crescere, sia pur troppo lentamente, negli anni successivi.

L’anno prima c’era stato invece un altro intervento normativo (la cosiddetta legge sbloccacentrali del 2002) volto ad accelerare la realizzazione di nuove centrali termoelettriche a gas: quella al contrario era una forma di generazione ormai nella sua fase di maturità, anni addietro già aiutata a crescere anch’essa attraverso incentivi generosi (il famigerato “CIP 6”) e divenuta poi economicamente sostenibile e competitiva. Anche qui tralasciamo di discutere sull’adeguatezza dei sostegni economici iniziali, che per fortuna abbiamo già finito di pagare.

Pure quell’intervento, non senza peripezie, funzionò: è vero che prima ci fu la “spinta dal basso” del black-out nazionale del 28 settembre 2003 (“il più grande evento in tal senso nella storia d’Italia”. cit. Wikipedia), ma funzionò.

Tanti moderni cicli combinati a gas furono realizzati e quella forma di produzione, efficiente e meno inquinante, divenne mainstream in Italia (e lo è tuttora), andando a colmare finalmente, in maniera virtuosa, il grave gap ereditato dalla rinuncia al nucleare e a diminuire drasticamente le importazioni di elettricità dall’estero. Quindi anche in quel caso, una volta stimolata economicamente, l’offerta di investimenti (i progetti) era velocemente cresciuta, a sufficienza e senza ulteriori aiuti. Anche in quel caso, comunque, le scelte ci furono.

E pensare che all’inizio molti erano convinti che quel tipo di centrali non avrebbe mai potuto diventare “l’ossatura” del nostro sistema elettrico, a motivo delle non poche criticità che presentava, tra cui l’uso improprio di una fonte troppo “preziosa” o la scarsa flessibilità di funzionamento. Così come il solare e l’eolico non pochi pensavano all’inizio che fossero una piccola e costosa nicchia per sparuti appassionati (temo che anche Nicola sotto sotto non sia ancora del tutto convinto del contrario).

Comunque sia, tra fine anni ’90 e inizio anni ’10, le scelte per il sistema elettrico nazionale, più o meno consapevoli, evidentemente ci furono, ci fu discernimento, e il nostro Paese nell’arco di un ventennio riuscì a compiere una decisiva e difficile transizione energetica, avviando il progressivo abbandono di olio e carbone. Le scelte furono di tipo strategico (prima i sostegni e le norme generali), così come di tipo esecutivo (i successivi provvedimenti attuativi e le autorizzazioni). Avrebbe aiutato probabilmente un po’ di pianificazione in più, dato che la ridondanza così creata di nuova potenza (cosiddetta “di base”) si rivelò poi in una certa fase anche eccessiva, ma anche per questo servirebbe una discussione a parte.

Tant’è: a metà anni ‘10 l’Italia era arrivata a detenere uno dei parchi di generazione più efficienti e meno inquinanti in Europa, insieme ad una solida magliatura di infrastrutture di rete primaria, e anche le rinnovabili avevano praticamente raggiunto la maturità (l’agognata grid parity). Tra l’altro in quegli anni l’Italia si candidava anche al ruolo strategico di hub europeo per il gas, con la realizzazione di nuovi rigassificatori e di nuovi metanodotti: evitiamo qui di discutere anche su quanto fu corretto allora accettare che la nostra dipendenza energetica dall’estero venisse solo traslata, se non aumentata.

E la burocrazia in tutto ciò? C’era anche allora, a livello centrale e a livello locale, c’era eccome purtroppo: o per fortuna?

Ma torniamo ad oggi: dopo gli ultimi anni di crescita molto pigra, le rinnovabili si trovano ad affrontare un salto formidabile e violento, devono prepararsi a fare quanto prima da “capo famiglia”, cioè a farsi carico del sistema elettrico nazionale, diventando a loro volta la nostra forma principale di generazione di energia, come peraltro sta succedendo in diverse altre geografie. Non mancano i progetti, che in pochi mesi si sono moltiplicati in maniera quasi spropositata: a fine settembre eravamo arrivati ad una “lista d’attesa” di nuova potenza rinnovabile pari a quattro volte quella che dovremmo installare entro il 2030 (che di per sé è già enorme). Non mancano neanche le “spinte dal basso”, oggi quantomai forti e ultimative (i.e. cambiamento climatico, costo delle bollette, dipendenza energetica).

Le scelte strategiche ci sono state ormai anni fa, quelle esecutive hanno preso un certo passo successivamente, ma ora tutto ciò non basta; ora occorre accelerare di molto l’andatura e ben venga a questo fine ogni ulteriore intervento di semplificazione, velocizzazione ed efficientamento delle procedure. A patto però che si possa e si debba continuare a fare delle scelte, affinché il sistema elettrico riesca a crescere e a trasformarsi in maniera il più possibile armonica e bilanciata: altrimenti il prezzo dei suoi squilibri si riverserebbe sempre e comunque sulla collettività per decenni, direttamente o indirettamente.

L’urgenza e l’eccesso di offerta (di progetti) rischiano di alimentare una pericolosa corsa alla speculazione (ne scrivevo su QualEnergia nel maggio ’21), in assenza di un chiaro e disciplinato ordine di merito, non solo di arrivo: tanto più in una fase (quella di maturità) che non ha per sua natura una capienza finita, a differenza di quella del sostegno economico. I prezzi dei progetti cosiddetti “cantierabili” sono esplosi rapidamente e questo può compromettere gli scenari energetici futuri, che per loro natura sono fatti di equilibri e gli equilibri richiedono comunque un minimo di pianificazione. Il merito richiede la competizione (lo ha scritto correttamente Roger Abravanel sul Corriere della Sera parlando di istruzione), ma la competizione, in questo caso, deve convivere con la pianificazione e non può essere basata solo sulla capacità di ottenere permessi.

Questo quindi è il punto: anche se riguardano le energie rinnovabili, i progetti non sono e non possono essere tutti uguali, non possono essere solo replicati e disseminati indistintamente. La loro localizzazione, il loro pregio tecnico, il loro livello prestazionale, la loro aderenza economico\sociale alle comunità locali, il loro inserimento nel contesto territoriale devono poter essere sempre sottoposti ad un rigoroso processo di discernimento: né si può pretendere che siano i Tar a farlo oppure che ci si rassegni all’approssimazione o alla superficialità.

La soluzione non può allora essere quella del “liberi tutti”, dove non ci sia più il diritto/dovere di scegliere, dove l’asticella continui ad abbassarsi, dove il consenso venga reclamato come un diritto acquisito. Se aumenta la coda ai caselli dell’autostrada la soluzione non può essere quella di eliminarli, ma piuttosto quella di aprirne altri, di renderli più efficienti, più veloci, prima che vadano in blocco (cfr. le odiate “moratorie”). Se occorre moltiplicare velocemente gli esaminati, non si eliminano gli esami e la bocciatura deve rimanere una possibilità, non diventare solo un’ingiustizia.

Forse allora la nostra burocrazia non va sempre combattuta, ma va anche rispettata e (ri)legittimata, come uno di quei “corpi intermedi” tanto cari a Giuseppe de Rita, così preziosi per il funzionamento della “macchina” in una Società organizzata, nei confronti del quale si è tracciato negli anni un comune sentimento di sfiducia, se non di avversione (quale indagine demoscopica meglio di Nicola, con tutte le persone che ascolta ogni giorno).

Il ministero competente (ex Mite) ha recentemente chiarito che nei mesi dell’ultima legislatura sono stati adottati “più di cento provvedimenti per implementare le rinnovabili”, che sono stati emanati “131 provvedimenti”, tra autorizzazioni e pareri conclusivi, e che “complessivamente 900 istanze, spesso incomplete” sono in corso di esame: nel 2022 la crescita di nova potenza verde è infatti triplicata. Tuttavia c’è ancora tantissimo da fare: la crescita dovrebbe arrivare ad aumentare di ben 10 volte e anche il quadro regolatorio è ancora incompleto (cfr. ad es. nuovi Pniec e Pnacc, comunità energetiche, aree idonee).

Eppure l’organico della nostra Pubblica Amministrazione versa in uno stato preoccupante di depauperamento, sia in termini di personale che di competenze, principalmente a livello locale, soprattutto se si considera che solo un settimo di quella mole di progetti in “lista d’attesa” risulta di competenza nazionale. L’Ance ha stimato recentemente, con riguardo al Pnrr, che dovrebbe prevedersi l’ingresso di almeno 100.000 unità esperte nei prossimi dieci anni.

Non è che allora la nostra burocrazia va anche rafforzata, modernizzata, valorizzata, va fatta crescere in termini di competenze a tutti i livelli, va adeguata alla complessità? Pensiamo solo al contenuto tecnico di un grande parco eolico a mare o di un campo “agrivoltaico” su centinaia di ettari o anche ai nuovi sistemi ad idrogeno. Per predisporre (adeguatamente) questi progetti serve tempo, certamente più che per esaminarli, ma il tempo per i proponenti è una variabile, che dipende dalle risorse impiegate (umane/economiche): non così però per la burocrazia, alla quale tuttavia chiediamo a gran voce tutti (giustamente) di correre e di assumersi le responsabilità che le spettano.

Se ci convincessimo che la complessità, l’urgenza o la numerosità, sia pur in continuo e rapido aumento, vadano sempre governate al meglio, così come tutte le crisi, invece che affrettarci ad abdicare al diritto/dovere di discernere e a considerare il merito ormai come un “miraggio” (Paolo Giordano sul Corriere della Sera)? Attenzione, questo non vuol dire rallentare: la parola crisi, in greco antico, significa scelta, decisione e deriva dal verbo distinguere, giudicare nel momento decisivo: “nell’alternativa c’è il senso più profondo e dinamico della crisi” (Silvio Novelli su Treccani).

Forse allora la nostra burocrazia va anche apprezzata e difesa: in quel modo si potrà continuare a fare delle scelte ragionate, a discernere consapevolmente, a guidare lo sviluppo e a garantire una crescita “sana” delle rinnovabili così come, in generale, del nostro sistema elettrico, anche in passaggi storici dirompenti, come quello attuale.

A proposito, “Basta così?” mi chiede in genere sbrigativamente Nicola, quando si accorge che il caffè e la discussione sono finiti da un po’ e che per di più (non sempre) mi dimentico di pagare.

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