L’Italia, dopo la Seconda guerra mondiale, ha fatto le scelte giuste. Non dimentichiamo che è membro fondatore sia della Nato che dell’Ue, in un mondo frammentato e instabile come quello che vediamo, la politica migliore è cercare di essere al centro di questi processi. Perché al centro? Perché è in questo modo che i valori e gli interessi che ci stanno più a cuore vengono tutelati. L’analisi di Alessandro Minuto Rizzo, presidente della Nato Defense College Foundation e già vicesegretario della Nato

Il mondo è uscito dagli schemi che ci avevano accompagnato per secoli. Tutti vogliono far sentire la propria voce mentre nessuno può stabilire delle regole. Una grande rappresentatività, quindi, ma poca “governance”. I governi devono modificare atteggiamenti storici in un ciclo di azioni e reazioni difficile da armonizzare e tanto meno governare. Un’altra annotazione è che non vi possono essere decisioni economiche senza un’interazione con la geopolitica. L’energia è uscita in primo piano come non mai.

Grande complessità come anche opportunità. Viviamo queste difficoltà strutturali connesse a quelle dell’ambiente; l’altra faccia della medaglia è che, nei grandi numeri, diminuisce la povertà, aumenta la prospettiva di vita, vi è un accesso alla conoscenza e all’informazione senza precedenti.

Come è naturale, si provocano facilmente fraintendimenti e letture divergenti della realtà. Dobbiamo comunque fare i conti con tutto questo, cercando un equilibrio che assicuri una ragionevole convivenza.

Diversamente dall’Occidente la Federazione Russa, considera ancora il territorio un elemento centrale della nazione, esalta i valori tradizionali interpretati dal potere politico, e considera legittimo l’uso dello strumento militare per affermare la potenza nazionale.

Mentre scriviamo la nostra sfida principale è la guerra in Europa. Sulle sue origini si sono scritti fiumi di inchiostro mentre la via di uscita rimane incerta, come del resto quello che ne seguirà.

Nel fondo questa crisi riflette la caduta di un impero e la difficoltà ad accettarlo. Nel dicembre 1991 si sciolse l’Unione Sovietica, stretta fra crisi economica e fallimento politico; non dimentichiamo che il comunismo sovietico aveva un’ambizione mondiale e che da un paese ne sono sorti ben 15!

La trasformazione in una democrazia e in un’economia di mercato si sono rivelati traguardi troppo difficili e le cose non sono andate nel verso giusto.

Dopo il decennio di Eltsin in cui vari scenari alternativi si affacciavano, l’avvento al potere di Putin ha finito per essere regressivo, con un richiamo al grande passato come unico riferimento. In conclusione sognando un ritorno al ruolo di grande potenza mondiale.

In questo è invitabile che i nuovi Stati indipendenti debbano accettare il ruolo di vassalli, come è il caso della Bielorussia. Nel Caucaso e in Asia centrale i contorni sono più sfumati, ma si tratta di realtà più periferiche.

L’Ucraina è altra cosa. Un grande territorio, 50 milioni di abitanti con una storia legata a quella della Russia. Alla fine Mosca non ha accettato che cercasse una sua strada indipendente, guardando verso Occidente e cercando prosperità in questa direzione. Se invece si fosse coltivata la fratellanza le cose potevano andare diversamente, ma questo non è nello spirito del Cremlino.

Naturalmente il mondo non si ferma qui. Al contrario. Siamo otto miliardi di persone a condividere un pianeta sottoposto a pressioni ambientali enormi. L’Asia si sta affermando come il continente di domani, dove vive la maggioranza della popolazione mondiale e lo sviluppo economico è stato più veloce. La Cina si avvicina a un miliardo e mezzo di abitanti e sta per essere superata dall’India.

L’Europa dove si trova in tutto questo? Rimane complessivamente la regione più civile con una “governance” imperfetta ma fondamentalmente democratica, con un rispetto dei diritti personali generalmente maggiore che altrove. Però la democrazia parlamentare è ormai molto frammentata; si combattono battaglie impossibili come quella contro l’immigrazione. Infine l’Europa non vuole più assumersi responsabilità dirette nel mondo che comportino un prezzo da pagare.

L’Unione Europea è un progetto straordinario e rimane comunque l’unica condizione possibile per gli europei. Però non ha ancora sviluppato tutte le sue potenzialità.

La potenza militare non sembra oggi essere più nelle sue corde. L’Unione può comunque trovare una sua autentica autonomia strategica nelle alte tecnologie, la sicurezza cibernetica, cercando di essere all’ avanguardia industriale e ambientale, in una visione condivisa.

Il rapporto Europa-Nord America si è mostrato nell’ultimo secolo essere un’accoppiata vincente. L’Alleanza Atlantica, più volte considerata desueta, si trova ad essere più centrale che mai per la sicurezza internazionale. Come dimostra l’adesione di Svezia e Finlandia.

L’Italia, dopo la Seconda guerra mondiale, ha fatto le scelte giuste. Non dimentichiamo che è membro fondatore sia della Nato che dell’Unione Europea, in un mondo frammentato e instabile come quello che vediamo, la politica migliore è cercare di essere al centro di questi processi. Perché al centro?

Perché è in questo modo che i valori e gli interessi che ci stanno più a cuore vengono tutelati. La marginalità, o peggio ancora l’isolamento, ci mettono in evidente minoranza. Quindi è essenziale, usare bene la diplomazia, coltivare alleanze, essere attivi nei fori di discussione.

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