Il cantiere per la resa strutturale dello smart nel pubblico è ufficialmente aperto. Nella Pubblica amministrazione però sarà importante tenere conto delle riflessioni sui rischi di tale approccio già sperimentate nel privato. Avanti, quindi, ma sempre con giudizio. L’intervento di Alessandro Alongi

L’intervento del ministro alla Pubblica amministrazione Paolo Zangrillo ha riacceso il dibattito sulla possibilità di rilancio dello smart working anche nel settore pubblico. Lontano dall’agenda dell’ex ministro Renato Brunetta, dunque, il lavoro agile potrebbe tornare protagonista, ma con un salto di paradigma: secondo il ministro, infatti, è necessario transitare da una logica impostata sul “controllo” del lavoratore a quella della verifica del risultato.

Nato come semplice strumento di diversificazione logistica della prestazione lavorativa, in breve tempo il lavoro agile si è colorato di tinte nuove, uscendo dal suo alveo tradizionalmente privato e abbracciando ampi settori del pubblico impiego, imponendosi all’attualità grazie a una legislazione di emergenza che ne ha favorito l’applicazione anche in deroga alle originarie previsioni normative.

Sul punto, già lo scorso anno, si era pronunciata a favore anche la Ciu-Unionquadri – la più grande associazione di categoria che rappresenta il middle management, i quadri e le professioni intellettuali, presente al Cnel e al Cese di Bruxelles e che, adesso, esprime soddisfazione sul possibile nuovo corso intrapreso: “Plaudiamo alle riflessioni del ministro Zangrillo sul futuro del lavoro agile nella Pa; a due anni ormai dall’applicazione massiva di questo strumento nel mondo privato, il bilancio che emerge è un mosaico composito dove, accanto a indubbi benefici in termini di liberazione di energie in favore dell’economia con un superamento della tradizionale contrapposizione tra famiglia, vita privata e lavoro, affiorano delle zone d’ombra che, se non curate, potrebbero causare serie conseguenze in termini di conflitti”, ha dichiarato Gabriella Àncora, presidente di Ciu-Unionquadri,. “Riteniamo, in linea con il pensiero del ministro, che i tempi siano maturi per avviare un percorso finalizzato ad introdurre una maggiore libertà di organizzazione e di impostazione del lavoro anche nel contesto pubblico, con un’attenta verifica dei risultati, fattore che potrà giovare a tutte le professionalità dei diversi enti”.

Anche per Zangrillo tornare indietro sarebbe anacronistico e poco giustificabile. “Con la pandemia il numero dei lavoratori italiani che sono andati in smart working – ha sottolineato il ministro a Radio 24 – sono passati da 500mila a 5 milioni. Questo significa che questo strumento può funzionare e pensare che si possa rinunciarvi significherebbe confermare che la Pubblica amministrazione è diversa dalle altre organizzazioni”.

“Ciò però non dovrebbe significare il tramonto definitivo del lavoro in ufficio, ma solo la necessità di ripensare al contesto, con tutto ciò che ne deriva”, ha ripreso la presidente Àncora: “Tutele sindacali, possibili discriminazioni salariali e di genere, sicurezza dell’ambiente di lavoro. Forte della sua esperienza, Ciu-Unionquadri si candida a guidare questa transizione professionale. Il lavoro da casa è qui per restare ma i diritti, l’impegno e la valorizzazione del middle management non può andare in soffitta”.

Il cantiere per la resa strutturale dello smart nel pubblico, dunque, è ufficialmente aperto. Ma anche nella Pa sarà importante tenere conto delle riflessioni sui rischi di tale approccio già sperimentate nel privato: possibile aumento delle disuguaglianze economiche e di genere, scarsa formazione, minaccia di “tecnostress”, preoccupazione per la riservatezza dei dati e dei possibili controlli del datore di lavoro. Avanti, quindi, ma sempre con giudizio.

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