Il processo di innovazione digitale previsto per la cultura ha l’obiettivo di creare delle infrastrutture digitali per conservare i beni, di raggiungere in maniera rapida e diretta la domanda e di ampliare i segmenti di pubblico. Tutte le sfide della “cultura digitale” raccontate da Ilde Forgione, PhD in Diritto pubblico e dell’economia, esperta di comunicazione e digitalizzazione nel settore dei beni culturali

Digitalizzazione e cultura. Un binomio che fino a poco tempo fa faceva paura a molti, ma che ha confermato il suo potenziale soprattutto durante la crisi pandemica, per superare le barriere della distanza, fino a entrare nell’agenda istituzionale con il Piano Nazionale di digitalizzazione del patrimonio culturale. Un’occasione importante per rinnovare e rendere fruibile l’intero ecosistema culturale. Infatti, il processo di innovazione digitale previsto ha l’obiettivo di creare delle infrastrutture digitali per conservare i beni, di raggiungere in maniera rapida e diretta la domanda e di ampliare i segmenti di pubblico. Una sfida importante per l’arte, poiché si tratta di una profonda trasformazione che pone al centro un concetto rivoluzionario: la “cultura digitale”. Un sistema di relazioni capace di innestare nuovi percorsi di senso negli utenti e garantire la totale inclusività. Abbiamo intervistato Ilde Forgione, PhD in Diritto pubblico e dell’economia, esperta di comunicazione e digitalizzazione nel settore dei beni culturali, per farci raccontare la sua esperienza tra cultura e nuovi strumenti per comunicarla.

Digitale fino a qualche anno fa era l’ossimoro di arte, ma il caso Uffizi ha dimostrato il contrario, e il successo ottenuto ne è un esempio. Quale strategia di crescita digitale è stata applicata?

Il pubblico dei musei è piuttosto adulto, ciò in quanto le fasce più giovani non investono il tempo libero per visitare musei e monumenti, nonostante la possibilità di farlo gratuitamente. L’incentivo economico non è sufficiente quando non si ha un interesse personale innato verso questo tipo di intrattenimento o non lo si è stimolato in qualche maniera. La gratuità del biglietto è una politica europea utile a stimolare i consumi culturali, ma solo se accompagnata dalla consapevolezza di cosa si va a vedere o delle potenzialità che offre un certo luogo, altrimenti non risulta efficace. C’è una consapevolezza che sta maturando a livello mondiale della necessità di provare a parlare in un linguaggio, seguendo un codice che sia proprio delle nuove generazioni a cui ci si vuole rivolgere. C’è stato un ribaltamento: non sono le persone a doversi rivolgere di loro sponte all’arte ma le Istituzioni ad avvicinare loro. Parlando il loro stesso linguaggio, se il linguaggio è comune esso diventa comprensibile ed è possibile innestare un messaggio culturale.

La stessa fruizione dell’arte si è evoluta nel tempo: ora sembra sia un lusso riservato ad un’élite, ma storicamente non è stato così poiché l’arte veniva fruita da persone perlopiù analfabete, che dalle immagini dovevano ricavare insegnamenti, regole e messaggi precisi. Il tutto stimolato anche attraverso impatto emotivo, sentimento ed emozione che traspaiono dai volti, dai gesti e dalle espressioni. E quell’approccio può essere utile ancora oggi per avvicinare persone distratte o scarsamente interessate. Questa è stata l’idea: avvicinarsi per essere conosciuti. Fanno i musei lo sforzo, affinché il cittadino si avvicini e si senta accolto. Ci sono poi dei dati che dicono che le persone di umili origini o che non hanno un reddito di un certo tipo, non si avvicinano all’arte perché credono di non essere adeguate o di fare “brutta figura” o di non capire. E questo, quindi comporta che una fetta di popolazione è esclusa dalla fruizione culturale in generale, che finisce con il vanificare i principi della Costituzione, che affida a tutte le articolazioni dell’ordinamento il compito di rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale che impediscono il pieno sviluppo della persona umana. Ciò ha ricadute anche sull’elevazione culturale personale, attraverso la necessità di rendere democratica l’arte; un esempio: chi non si sente in grado di capire Pirandello non andrà a priori al teatro a vederlo. E non si può pensare che debba essere sempre l’associazionismo, il terzo settore, a risolvere queste problematiche; anche le Istituzioni possono contribuire in tal senso.

Nell’universo digitale potrebbe nascere uno scontro tra due temi fondamentali che riguardano il patrimonio culturale: la valorizzazione dell’opera da un lato e la tutela (del bene, del diritto d’autore ecc.) dall’altro. Come riusciamo a far convivere armoniosamente questi obiettivi?

Non c’è una formula magica e il bilanciamento deve essere svolto caso per caso. Ora la digitalizzazione e la valorizzazione tramite di essa sono un buon modo per tutelare il bene. Perché se tu puoi realizzare mostre in cui hai un’opera estremamente precisa e dettagliata, in alta definizione, puoi evitare di spostare quell’opera. C’è stato un caso molto anni fa, quando il ministro dei beni culturali, Francesco Rutelli, per finalità promozionali ha compiuto l’operazione di spostare in Giappone l’annunciazione di Leonardo dagli Uffizi. Fu fatta una forzatura per mandare quest’opera in Giappone, nazione molto legata all’Italia e alla tradizione culturale, con grandissima polemica sul momento e con tutti rischi di spostare un capolavoro. C’è una classificazione specifica delle opere d’arte per quanto riguarda i musei, nel senso che c’è un nucleo di opere inamovibili che compone la collezione fondamentale del museo, che lo caratterizza e perciò deve esserci sempre, poiché iconiche, appartenenti al cuore essenziale del luogo. Se vado a Firenze per vedere il Botticelli e poi non lo trovo, è un problema. Se ci fosse stata la possibilità in quel momento storico di fare una copia in alta definizione, un Nft, da proiettare al museo di Tokyo, probabilmente non ci sarebbe stato il problema di spostare fisicamente l’opera. Quindi, il virtuale ci viene in aiuto, anche per la sfera della conservazione. Se voglio tutelare un bene, devo far sì che le persone lo conoscano. La valorizzazione, anche virtuale, dei beni permette alle persone di scoprire delle cose. Una volta che questi beni saranno più noti, probabilmente, le persone stesse cercheranno di proteggerli e valorizzarli a loro volta. C’è un’alleanza virtuosa, pertanto, tra i due poli della sfera di tutela e valorizzazione, giocando sui vari aspetti… Infine, la valorizzazione economica, cioè far pagare le immagini per alcuni scopi, tipo quelli commerciali, è proficua per i musei. Le imprese che guadagnano sull’uso di bene pubblico (il cui mantenimento costa abbastanza), ci permette di ricavare degli introiti per restaurare le opere o finanziare dei progetti. L’esempio più facile è l’uso di un’immagine famosa su una bottiglia di vino: l’azienda privata paga e il ricavo verrà investito in cultura.

Il Pnrr ci offre un’importante occasione di cambiamento profondo, mettendo al centro dell’agenda la transizione digitale. Crede che coinvolgere tutti i componenti dell’ecosistema culturale, come previsto nel piano, possa avere un impatto sulla promozione artistica?

Indubbiamente promuovere l’educazione digitale è essenziale, poiché ormai digitale è reale e le esperienze non si fruiscono più solo on line od off line, ma sono integrate. C’è poi un digital divide legato da una parte all’assenza di infrastrutture capillari, dall’altra all’età avanzata del nostro Paese. Per cui occorre intensificare gli sforzi per stimolare le persone ad usare le nuove tecnologie, supportandole il più possibile, ma senza eliminare del tutto i luoghi fisici dei servizi. D’altronde il mondo sta andando in quella direzione e sicuramente non lo fermeremo noi con le paure, per cui, in generale, è assolutamente indispensabile che si faccia un lavoro intorno alla capacità di utilizzare tecnologie e alla conoscenza delle stesse, soltanto questo ci permette di accedere a dei servizi a cui altrimenti non potremmo accedere.

In particolare, in campo artistico e culturale si dovranno ripensare sia le modalità di fruizione sia ridisegnare pagine e siti per renderli più attrattivi, per facilitarne l’uso da parte di utenti e visitatori di vario tipo.

Le nuove frontiere della digitalizzazione ci aprono le porte al mondo del metaverso: una sfida abbastanza grande per l’arte. Quali sono le prospettive che ci potrebbe offrire?

Diciamo che al momento è difficile capire se si tratti di una possibilità reale o di un fuoco di paglia. Perché il metaverso non è un qualcosa di imminente. Non so se sia un’esperienza molto vicina, e se può essere utile per alcuni versi, come le immagini ad alta definizione per arredo o per bellezza, ma per adesso gli utilizzi devono ancora essere indagati e sperimentati, anche per la valorizzazione del patrimonio. È un tema che pone molti interrogativi, anche in termini di tutela dei diritti e in punto di legislazione. Anche sul metaverso c’è stato molto entusiasmo accompagnato da una serie di informazioni, ma non ha ancora dato i suoi frutti. Nel mondo dell’arte c’è qualche che utilizza e sperimenta l’intelligenza artificiale mostrando curiosità ed apertura verso questo nuovo tipo di tecnologie ma credo che permangano interrogativi e che siamo ancora in una fase iniziale di comprensione delle potenzialità di quel “mondo”. Anche perché, va ricordato, queste tecnologie sono private, cioè appartengono a delle società private, non sono in mano allo Stato, agli ordinamenti nazionali, così come avviene per le piattaforme social. Si accettano delle condizioni poste unilateralmente ed i cittadini non hanno poteri di controllo democratico su di esse come, invece, avviene per le Istituzioni democratiche (Parlamento, Consiglio regionale ecc.).

C’è diffidenza?

Sì, perché è difficile anche capire come impiegare queste presunte potenzialità. Siamo sempre un po’ spaventati da ciò che è nuovo e non conosciamo. Basti pensare alle vignette allarmistiche di inizio 900 quando si pensava che l’introduzione dell’energia elettrica avrebbe portato alla fine del mondo. Ciò che occorre, a mio avviso, è procedere in modo cauto, senza demonizzazioni né sensazionalismi, avendo ben presente che si deve innanzitutto garantire lo stato di diritto e tutelare i diritti fondamentali delle persone. Il settore pubblico dovrà recuperare un ruolo di guida e protezione dei cittadini, oltre che di stimolo alla ricerca di base. In questo senso penso che il ruolo delle autorità nazionali possa essere fondamentale per bilanciare le opposte spinte ed esigenze.

Gli Uffizi, per esempio, hanno adottato la tecnologia Nft. Quali sono i vantaggi e quali i limiti?

Il tema è controverso. Ci sono delle grandi potenzialità, però c’è sempre un problema di obsolescenza delle tecnologie e anche di interesse delle persone per questo tipo di tecnologia: una volta acquistato un Nft come lo si usa, visto che il metaverso non è ancora così presente nelle nostre vite? Ad esempio, la Francia ha una regolazione per cui ci sono dei beni del “patrimonio nazionale” che sono sottoposti ad una disciplina particolare, ancora più stringente rispetto agli altri beni. Un esempio è lo skyline di Parigi. Per cui se tu vuoi una riproduzione fedele dell’opera, l’immagine Nft è l’ideale. C’è però ancora un uso limitato di questa tecnologia, che è sotto studio, c’è una scarsa conoscenza della Blockchain, su cui si basa tutto lo strumento, poiché per acquistare Nft bisogna far ricorso alla blockchain. D’altra parte, per certificare l’autenticità e la provenienza dell’opera può essere molto utile. Per cui ben vengano le sperimentazioni e la valorizzazione economica dei beni culturali attraverso questo strumento: gli Nft possono essere un’ottima occasione sia per generare entrate nelle casse dei musei e degli altri istituti e luoghi di cultura, anche attraverso il ricorso al partenariato pubblico privato, sia per promuovere la conoscenza delle opere senza spostarle dalla loro sede fisica.

Lavorare sul digitale richiede profili specifici che spesso mancano nelle istituzioni. Come muterà il panorama lavorativo nel settore culturale?

Essendoci una grande importanza della comunicazione in generale, sicuramente il lavoro dei comunicatori dovrà essere più valorizzato, retribuito adeguatamente e ben strutturato. Se si parla di lavoro pubblico, mancano proprio i profili previsti, per legge e per contratto, quindi non si possono assumere in quella veste. E invece è necessario assumere chi capisce quel mestiere e lavora con la comunicazione. Ci vorrebbe una modifica normativa che permetta di assumere un tipo di figura professionale, secondo me è imprescindibile in una società che è sempre più basata sullo scambio anche orizzontale. Le istituzioni non possono non essere presenti sui social e comunicare in modo adeguato ai diversi linguaggi: ne va dello stesso raggiungimento degli scopi istituzionali, che comprendono anche l’essere aperte e trasparenti verso i cittadini, ciò al fine di creare fiducia nelle istituzioni stesse attraverso il dialogo ed il confronto nei luoghi dove si svolge il dibattito pubblico per meglio capire i bisogni e le esigenze delle persone e, così, migliorare l’azione amministrativa. Sul lavoro dovrebbe affermarsi un’assoluta consapevolezza che comunicare non significa fare i post su Instagram, ma avere una conoscenza eclettica sia degli strumenti sia dei contenuti di cui si tratta. Se si vuole lavorare nel mondo dell’arte bisogna conoscere le piattaforme e le storie da raccontare. Mentre sugli NFT abbiamo bisogno di professionalità scientifiche: ingegneri, economisti, analisti. Non basta personale amministrativo, serve il valore della tecnica del loro settore.

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