L’Italia ha introdotto il Reddito di cittadinanza molto più tardi di gran parte dei Paesi Ocse, con lo scopo di attenuare gli effetti delle diseguaglianze. Ora che il nuovo governo intende abolire questa misura, come proverà a combattere la povertà? La riflessione del sociologo Domenico De Masi

Nessun Paese capitalista – neppure il più ricco – è riuscito a eliminare la povertà. A partire dagli anni Ottanta del secolo scorso la progressiva diffusione delle politiche economiche neo-liberiste sono state capaci di incrementare in misura esponenziale la produzione di ricchezza ma non sono riuscite a distribuirla equamente. Ogni anno il Pil del mondo aumenta di circa il 3% ma l’80% di questa immensa ricchezza aggiuntiva va nelle tasche di poche migliaia di persone già ricche. In altri termini, i Paesi del comunismo reale avevano imparato a distribuire in qualche modo la ricchezza ma non avevano imparato a produrla. Viceversa, i Paesi a economia capitalista la sanno produrre ma non la sanno distribuire. Ne consegue che il comunismo ha perso ma il capitalismo non ha vinto.

Tra le forme di welfare adottate per attenuare gli effetti perversi della povertà, tutti i Paesi dell’Ocse hanno adottato forme varie di reddito di cittadinanza (RdC). L’Italia lo ha fatto per ultima sia in termini di tempo, sia per quanto riguarda l’ammontare del sussidio. Quando, nel marzo 2019 il RdC prese avvio, i poveri assoluti in Italia erano circa 5 milioni. 3 milioni erano costituiti da persone (minori, invalidi, anziani) che non potevano lavorare. Un milione era costituito da persone che lavoravano ma percepivano un salario così basso da restare in povertà assoluta (working poor). Un ultimo milione era costituito dai cosiddetti “occupabili”, cioè persone in grado di lavorare ma disoccupati.

L’applicazione del RdC ha comportato che, da aprile 2019 a novembre 2022 hanno ricevuto il pagamento di almeno una mensilità 2,24 milioni di nuclei familiari per un complesso di oltre 5 milioni di poveri. Ogni nucleo ha ricevuto in media 550 euro e L’Istat ha calcolato che un milione di persone è uscito dalla povertà. La spesa totale è stata di 8 milioni l’anno.

La media del triennio è stata di 3,5 milioni di assistiti. Il 65% sono anziani, disabili e minori; il 20% sono lavoratori poveri (working poor); il 10% (pari a 350.000 persone) ha trovato lavoro; solo il 5% (pari a 175.000) è costituito dagli “occupabili”. Gli altri hanno ricevuto una pensione di cittadinanza.

Cosa intende fare il governo Meloni? I minori, gli invalidi e gli anziani (2.275.000 persone) continueranno ad avere il sussidio; i 700.000 working poor non avranno più nulla; i 175.000 occupabili (persone tra 18 e 59 anni d’età che non abbiano in famiglia disabili, minori o anziani over 60) non avranno più nulla ma gli verrà offerta la formazione e, se ci sarà, del lavoro. Con questi provvedimenti, nel 2023 si risparmieranno 734 milioni di euro e si affameranno 875.000 cittadini.

Si dice che saranno messe in atto politiche attive per formare e poi occupare gli occupabili. Anche i governi precedenti lo hanno fatto: soprattutto grazie ai navigator hanno trovato lavoro a 350.000 poveri disoccupati e hanno coinvolto nei corsi di formazione, nei tirocini e nella consulenza 300 mila poveri disoccupati. Ma, di questi ultimi, solo poco più di 9 mila hanno trovato lavoro. Come mai? In Italia, dopo tre anni dalla laurea, solo il 52% degli inoccupati riesce a trovare lavoro. Figurarsi se chi cerca lavoro è un barbone o un cinquantenne senza patente e semi-analfabeta.

Speriamo, dunque, che il nuovo governo sappia fare di meglio, ma i poveri disoccupati non sono bocconiani laureati con il massimo dei voti.

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