Nella maggior parte dei Paesi colpiti da conflitti le donne sono strutturalmente escluse dai processi decisionali, né godono dei più fondamentali diritti, talvolta sono deliberatamente prese di mira. Tuttavia, il loro ruolo è spesso fondamentale nel processo peace building. Su questo tema si è concentrato il seminario “Women and Conflitcts: What Role for Women Mediator Networks?” dello Iai

Secondo un recente rapporto delle Nazioni Unite, nella maggior parte dei Paesi colpiti da conflitti le donne sono strutturalmente escluse dai processi decisionali, né godono di diritti o libertà concesse agli uomini, talvolta sono deliberatamente prese di mira. Tuttavia, esistono diversi esempi in cui le donne hanno ricoperto un ruolo fondamentale nel processo di costruzione della pace, il cosiddetto peace building. Su questo tema, e sugli interrogativi che ne derivano, si è concentrato il seminario “Women and Conflitcts: What Role for Women Mediator Networks?” tenutosi presso l’Istituto Affari Internazionali (Iai) e promosso da Mediterranean Women Mediator Network (Mwmn). A introdurre e concludere l’evento, Loredana Teodorescu, senior fellow dello Iai, presidente di Women In International Security Italia (Wiis), e coordinatrice di Mwmn.

Mwmn è un’iniziativa lanciata dal Ministero degli Affari Esteri italiano e promossa da Iai e Wiis, raccogliendo più di sessanta donne mediatrici e peacebuilder da ventuno paesi del mondo.

Esiste un solido collegamento tra l’uguaglianza di genere e la pace e la sicurezza, sostiene la moderatrice dell’incontro, Maria Solanas, director of programmes presso l’Elcano Royal Institute e membro di Mwmn Spagna. Un concetto ripreso da Lea Baroudi, fondatrice e direttrice di March-Ngo, che ha ricordato come nella sua esperienza presso i diversi gruppi settari in Libano, questa consapevolezza sia presente anche nella leadership maschile. Leadership che, rendendosi conto dell’importanza di coinvolgere anche donne e ragazze per costruire la pace, le ha permesso di accedere appunto alle comunità femminili.  

Purtroppo, esempi di questo genere sono rari. L’estremo opposto è quello della Libia, un Paese dilaniato da un decennio di guerra civile, oggi in mano a potenti signori della guerra. In Libia le donne, come in ogni conflitto, sono colpite dalle ostilità in modo sproporzionato. I casi di abusi, di rapimenti, uccisioni e soprusi di ogni genere non si contano, e il coraggioso lavoro di advocacy che i gruppi femminili portano avanti non viene riconosciuto né all’interno del Paese, né a livello internazionale, come ricorda Rida Al Tubuli, co-fondatrice e direttrice di Together We Build.

Forse un caso intermedio potrebbe essere quello raccontato da Anna Cervi, esperta di mediazione umanitaria, che ha vissuto in Sudan, Pakistan, Afghanistan e altre aree critiche prima di arrivare in Siria. Lì ha lavorato con il governo siriano per includere donne e ragazze nell’agenda governativa. I risultati sono duri da raccogliere, ma è già qualcosa l’essere riconosciuti come interlocutori. Il Paese è martoriato da una sanguinosa guerra civile poi degenerata in un complicato conflitto geopolitico, in cui si mescolano gli interessi e la violenza di una miriade di attori interni ed esterni.

Molte bambine non sono mai andate a scuola, mentre le ragazze più grandi che sognano di scoprire la realtà esterna, rimangono confinate in una realtà completamente isolata. Internet, che spesso è una via di fuga e di connessione col resto del mondo per molte aree di crisi, non è più presente in Siria da diversi anni, basti pensare che spesso non è presente nemmeno l’elettricità, se non per qualche ora al giorno, per i servizi più essenziali.

Ma la speranza è l’ultima a morire. Il messaggio da tenere sempre in mente è insistere, insistere per far comprendere agli attori coinvolti in un conflitto quanto sia importante coinvolgere le donne per arrivare un processo di pace che sia poi duraturo. Uno dei modi per fare advocacy è quello, ad esempio, di rendere mainstream la questione, su cui purtroppo l’attenzione sia del pubblico sia degli addetti ai lavori è scarsa. Su questo punto si sono concentrate Magda Zenon, attivista per i diritti umani, e Jeta Krasniqi, consulente del governo kosovaro per il Eu facilitated dialogue.

Photo credit: Emad Karim /UN Women

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