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Accordo Ue sul price cap al greggio russo. E ora? Risponde Torlizzi

Di Gabriele Carrer e Otto Lanzavecchia
Putin

L’esperto del settore spiega che il tetto a 60 dollari “è stato deciso proprio per non creare shock sul mercato e per danneggiare lentamente Mosca. Bisogna ora vedere però le reazioni di Putin e dell’Opec”

Quasi al fotofinish, i 27 Stati membri dell’Unione europea hanno raggiunto l’accordo per il price cap sul petrolio russo a 60 dollari al barile. Lo ha dichiarato Andrzej Sadoś, rappresentante permanente della Polonia e figura chiave delle lunghe e complicate trattative condotte a Bruxelles visto che la Polonia era l’unico Paese a bloccare l’intesa. È atteso un annuncio ufficiale da parte del G7 domani, cioè il giorno prima dell’entrata in vigore dell’embargo al petrolio russo, vista la convergenza con gli Stati Uniti.

“Il prezzo è stato fissato al di sopra di quello attuale del petrolio che attualmente Mosca vende sul mercato. Quindi Cina, India e Turchia continueranno a comprarlo”, commenta Gianclaudio Torlizzi, osservatore esperto del settore e fondatore della società di consulenza T-Commodity, a Formiche.net. Il tetto a 60 dollari “è stato deciso proprio per non creare shock sul mercato e per danneggiare lentamente Mosca. Bisogna ora vedere però le reazioni del presidente Vladimir Putin e dell’Opec”, aggiunge.

Gli esperti del Gruppo Internazionale di esperti Yermak-McFaul sulle sanzioni alla Russia, nato su iniziativa del presidente ucraino Volodymyr Zelenskyy, chiedevano al G7 e all’Unione europea di fissare l’asticella a 35 dollari al barile, cioè 50 in meno rispetto al prezzo di mercato e di quasi la metà della cifra che i 27 Stati membri dell’Unione europea hanno concordato. Una simile operazione, che era in linea con le richieste iniziali dei Paesi Baltici e della Polonia, avrebbe ridotto i proventi delle esportazioni russe di petrolio e gas a 100 miliardi di dollari, hanno dichiarato gli esperti.

Il tetto a 60 dollari al barile è stato sostenuto anche dall’amministrazione statunitense. Ieri, Wally Adeyemo, vice segretario al Tesoro, aveva dichiarato che una simile soglia limiterebbe le entrate petrolifere di Mosca. “Ci permette di fare due cose. La prima è ridurre le entrate della Russia. La seconda è assicurarci che i barili russi rimangano sul mercato” assicurando gli approvvigionamenti in tutto il mondo. Adeyemo ha detto che è difficile sapere quanto la Russia guadagni dalle sue esportazioni di petrolio, ma anche se alcuni prezzi di mercato sono attualmente al di sotto del livello del tetto di 60 dollari, il meccanismo limiterà il rialzo dei prezzi con effetti importanti sull’economia russa nel 2023. “E la cosa fondamentale da ricordare è che partiamo da 60 dollari, ma abbiamo la possibilità di utilizzare ulteriormente il price cap per limitare le entrate della Russia nel tempo”.

La Russia ha ripetutamente affermato che ignorerà il tetto e negherà il petrolio a chi seguirà questa politica. Ma, come ricorda il New York Times, circa il 55% delle petroliere che trasportano il petrolio russo fuori dal Paese battono bandiera della Grecia (un Paese dell’Unione europea) mentre i principali assicuratori per questi carichi hanno sede nell’Unione Europea e nel Regno Unito, un Pease del G7. Le compagnie di altri Paesi mondo offrono tali servizi e la Russia li utilizza, ma passare tutte le sue esportazioni a fornitori alternativi sarebbe probabilmente più costoso e meno sicuro per gli acquirenti, aggiunge il giornale.

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