Ratzinger entrerà in una specie di “tridente della fede” facendo trittico con il predecessore Karol Wojtyla che lo volle a Roma e di cui fu grande e intimo amico, e col successore Bergoglio, che necessariamente dovrà sempre fare i conti con l’ombra di Benedetto e viceversa. Ma non è una figura destinata a scomparire. Il ritratto di Benedetto XVI

Joseph Aloisius Ratzinger da Marktl am Inn, Baviera, che regnò per otto anni (dal 2005 al 2013) col nome di Benedetto XVI, è morto. È giusto dare la solennità che spetta a questo momento: perché la morte di un uomo, qualsiasi uomo, è una cosa seria; e perché la morte del Papa emerito è certamente un evento particolare per la storia della Chiesa.

UNA FIGURA IN CHIAROSCURO

Il Papa emerito, dunque, è morto. Termina l’esistenza di una figura in chiaroscuro: amato dai conservatori (ma lui era stato, da giovane, uno dei progressisti della rivista Concilium, quartier generale dei progressisti usciti dal Concilio Vaticano II), odiato dal mondo della teologia della Liberazione a cui aveva dovuto dare la caccia negli anni ‘80 sotto il papato di Karol Wojtyla, disprezzato dal mondo laico che oggi osanna Francesco e che, insieme alla “sporcizia” emersa nel 2010 con lo scandalo dei preti pedofili, hanno provveduto ad una dura crocifissione mediatica e morale durata fino alle dimissioni annunciate l’11 febbraio 2013, Ratzinger ha sofferto e portato addosso lo stigma del Grande Inquisitore. Chiamato nel 1981 da Giovanni Paolo II alla guida della Congregazione per la Dottrina della Fede, l’ex Sant’Uffizio, ebbe modo di dire a Vittorio Messori: “Non siamo dei mostri”. No, non lo erano: ma, forse, la Chiesa cattolica latinoamericana dei primi anni ‘80, almeno a livello gerarchico e quindi ufficiale, giocava a tennis con i generali argentini (Pio Laghi, il nunzio papale a Buenos Aires, ne sapeva qualcosa) o conviveva con Augusto Pinochet in Cile. Mescolare Vangelo e marxismo, ribellarsi proponendo un’opzione preferenziale per i poveri rispetto ad una Chiesa “ufficiale” che veniva citata nei discorsi da Jorge Videla, significava creare una miscela esplosiva e pericolosa. Meglio troncare, sopire: anche perché politicizzare la religione non porta mai a risultati positivi.

CROCIFISSO DURAMENTE

È toccato a questo professore timido, incapace per sua stessa ammissione di raccontare barzellette quando si trovava in compagnia ma autore (si dice) di battute fulminanti, troncare e sopire. È stato allora che la cattiva fama di Ratzinger ha cominciato a stingere addosso al futuro Benedetto XVI: in questo aiutato anche da un ex collega e amico, Hans Kung, che già negli anni in cui Ratzinger insegnava teologia in Germania ebbe modo di contrapporsi e criticare pesantemente questo teologo che, pure, era stato un giovane perito del Concilio Vaticano II. Quest’eredità pesante, unita all’ancora più pesante figura del predecessore immediato, è finita addosso ad un uomo che sognava la pensione in Germania e che anzi, all’atto dell’elezione il 19 aprile 2005, aveva addosso una maglia a carne nera. No, non ci pensava neanche, il non ancora Benedetto, a quell’elezione. Ma gli era caduta addosso.

UN PESO PORTATO DA SOLO

Portare il peso del Papato è cosa da poter schiacciare un uomo. Lo spiegava bene un veterano dei Conclavi come il roccioso conservatore Giuseppe Siri, l’arcivescovo di Genova che trattava direttamente coi camalli quando c’erano scioperi e che aveva confidato di portarsi in Conclave una fiaschetta di whisky. Per almeno tre volte aveva dovuto servirlo ad altrettanti eletti. A Benedetto è caduto un peso enorme addosso, da schiantare come schiantò un altro Papa, completamente piovuto dal cielo a Roma come Giovanni Paolo I: che certo era uomo di carattere, ma le cui coronarie non ce la fecero a reggere a il gran manto per oltre 33 giorni (al netto di tesi più o meno fondate, più o meno cospirazioniste). Ratzinger, con efficienza teutonica, ha portato questo peso interamente da solo. Sempre fuori dai giochi della Curia, uomo super partes perché intento a curare il suo orticello e mai nei giri di potere, è stato eletto da una Chiesa che in fondo, dopo 27 anni di ciclone polacco, doveva prendere fiato. E poi per un altro motivo: la Chiesa di questi anni tormentati non ha saputo guardare avanti, tanto da eleggere dopo Paolo VI ben tre cardinali scelti da lui. Si dirà che Jorge Mario Bergoglio sia un cardinale wojtyliano, ma anche la sua formazione deve alla figura di Giovanni Battista Montini. Ed alla fine, nel 2013 è stato eletto un altro Papa anziano, quello che era arrivato secondo al Conclave precedente. Ognuno tragga le sue considerazioni.

CONSERVATORE, MA DI ROTTURA

Riassumere il pontificato di Benedetto XVI non è facile. Certamente è stato un Papato di conservazione, con un occhio molto attento ai contenuti ed alla catechesi. Il Papa teologo è stato un intellettuale, ma con un gran cuore: ed è stato capito da molti nel suo addio il 28 febbraio di quel drammatico 2013. Come Paolo VI si rivelò alla gente comune con la lettera ai brigatisti nel 1978, così Benedetto apparve come uomo, semplice e disarmante nella sua umanità, proprio nel lasciare. Ed al contempo ha compiuto il gesto più rivoluzionario mai visto dall’8 dicembre 1965, quando si chiuse il Concilio: ha detto che un Papa è anche un uomo e può non farcela più. E decidere di lasciare non perché sia un vigliacco, ma semplicemente perché la sua missione è esaurita. Benedetto, con le sue dimissioni, ci ha risparmiato anni penosi di malattia, debolezza, ingrigimento, nel corso ed al termine dei quali il Papa, al solito, non avrebbe potuto decidere alcunché e molte decisioni sarebbero state prese da altri. Bisogna essergli grati anche per questo, a patto che non diventi un modo per trasformare il Papato in una specie di “presidenza” della Chiesa cattolica. Un futuro di Papi emeriti non sarebbe facile da gestire.

EMERITO DISCRETO MA INCOMBENTE

Da emerito, la “non presenza” di Benedetto è stata pesante. Ha scelto di vivere in Vaticano: forse avrebbe dovuto lasciare Roma e ritirarsi in qualche monastero (è sempre stato affascinato dalla vita monastica), oppure tornare nella sua Germania. Francesco è stato molto intelligente a sapersi “appoggiare” a lui ed al suo enorme prestigio e peso morale ed intellettuale; ha posto un modello per eventuali Papi emeriti del futuro. Ma la domanda resta: what if… che cosa sarebbe successo se il Papa emerito avesse contestato apertamente il suo successore? Questa cosa, domani, potrebbe succedere: e se i due Papi fossero entrambi in Vaticano, la cosa non aiuterebbe né la Chiesa né i fedeli. Ma questo, per adesso, resta nella fantareligione.

NON SCOMPARIRÀ

Che cosa resta di Ratzinger, dunque? C’è un tesoro culturale e intellettuale rappresentato non solo dai documenti magisteriali ma anche dai libri (la bellissima serie su Gesù è l’esempio più lampante) che resteranno nel pensiero occidentale. C’è il gesto clamoroso delle dimissioni che ha desacralizzato la figura papale e indicato una via che Bergoglio sta percorrendo  volte con delle esagerazioni (ma nessuno è perfetto). Ratzinger entrerà in una specie di “tridente della fede” facendo trittico con il predecessore Karol Wojtyla che lo volle a Roma e di cui fu grande e intimo amico; e col successore Bergoglio, che necessariamente dovrà sempre fare i conti con l’ombra di Benedetto e viceversa. Ma non è una figura destinata a scomparire, anche se resterà schiacciata tra l’enorme popolarità del predecessore e quella del successore: c’è il rischio che venga rimpianta da tanti, pur non essendo stata capita da tutti.

LA SUA PROFEZIA

Facciamo nostra un previsione, datata 1969, del teologo Ratzinger: la Chiesa del futuro sarà perseguitata e subirà un enorme ridimensionamento, ma “sarà una Chiesa più spirituale, che non si arrogherà un mandato politico flirtando ora con la sinistra e ora con la destra. Essa farà questo con fatica. Il processo infatti della cristallizzazione e della chiarificazione la renderà povera, la farà diventare una Chiesa dei piccoli, il processo sarà lungo e faticoso… Ma dopo la prova di queste divisioni uscirà da una Chiesa interiorizzata e semplificata una grande forza”. E ancora: “Gli uomini che vivranno in un mondo totalmente programmato vivranno una solitudine indicibile. Se avranno perduto completamente il senso di Dio, sentiranno tutto l’orrore della loro povertà. Ed essi scopriranno allora la piccola comunità dei credenti come qualcosa di totalmente nuovo: lo scopriranno come una speranza per se stessi, la risposta che avevano sempre cercato in segreto…”. È quella Risposta che Joseph da Martkl am Inn aveva sempre cercato ed ha finalmente trovato, ora che cammina in un Altro che qui, insieme a noi, aveva immaginato simile alle strade e ai boschi della Germania della sua infanzia e adolescenza.

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