Il direttore del Mukhabarat è uno degli uomini più fidati e leali del presidente al-Sisi, impegnato a rafforzare l’influenza del Cairo sul piano geopolitico non solo nello scacchiere mediorientale, ma anche in quello africano. Il racconto di Antonio Teti, docente di Intelligence, cyber intelligence e cyber security all’Università “G. d’Annunzio” di Chieti-Pescara

Nella ristretta rete dei consiglieri del presidente egiziano Abdel Fattah al-Sisi c’è spazio solo per gli uomini più fidati e leali; tra loro spicca il più devoto e autorevole, ovvero il capo dei “falchi d’Egitto”, il generale Abbas Kamel.

Dal carattere riservato e schivo, concede ben poco ai media come confermato dalle poche notizie di dominio pubblico che lo riguardano. Come altri esponenti militari egiziani, sulla sua vita Kamel preferisce mantenere un alone di mistero e di riservatezza. Nasce nel 1957, anagraficamente di poco più giovane del presidente egiziano. Consegue la laurea al college militare nel 1978, diventando un ufficiale di un reparto corazzato dell’esercito. Si specializza in tecnologie degli armamenti frequentando uno specifico corso negli Stati Uniti. La sua particolare preparazione lo porta ad assumere la qualifica di docente in corsi di strategia militare per military attachés presso il Geneva Centre for Security Policy. Ma è la spiccata capacità nell’arte della mediazione, oltre a un’esperienza maturata nell’intelligence militare, a portarlo a assumere il ruolo di vice addetto militare presso l’ambasciata egiziana in Repubblica Ceca. Successivamente viene trasferito al Military Intelligence and Reconnaissance del Military Attaché Department, struttura dedicata allo spionaggio militare, che scalerà rapidamente fino ad assumerne il comando.

È durante questo periodo che conosce al-Sisi, con il quale stringe un’amicizia fraterna destinata a durare nel tempo, come afferma lo stesso presidente egiziano durante un’intervista rilasciata allo scrittore egiziano Belal Fadl e riferendosi all’amico Kamel: “Ci siamo impegnati a rimanere insieme fino alla fine della nostra carriera”. La genesi di questa unione indissolubile tra il presidente e il generale si celebra durante il colpo di Stato consumatosi in Egitto il 3 luglio del 2013 e che portò alla destituzione del presidente Mohamed Morsi. Secondo alcuni, Kamel avrebbe assunto il ruolo di uomo-ombra del golpe. Quasi per ironia della sorte, esattamente un anno prima del golpe, Kamel era stato nominato comandante supremo delle forze armate egiziane. Con al-Sisi al potere, la scalata di Kamel verso i vertici del governo del Paese diventa inarrestabile. Nel 2014 il presidente egiziano lo nomina capo di gabinetto, carica che lo pone indiscutibilmente ai vertici del governo. Nel 2018 assume il comando del General Intelligence Services (GIS), meglio noto con il termine di Mukhabarat.

Da Washington a Khartoum, fino a Tel Aviv e Gaza, il generale Kamel si muove tenacemente gestendo, quasi in completa autonomia, la politica estera egiziana. Ma al contrario dei suoi predecessori che hanno diretto l’intelligence egiziana, come Salah Nasr e Omar Suleiman, per Kamel il campo di azione va ben oltre i confini del suo Paese e della stessa politica estera condotta dal Cairo. È stato lui, per esempio, a supervisionare gli emendamenti costituzionali nel 2019 che hanno permesso a al-Sisi di rimanere in carica fino al 2030. È anche il regista della riorganizzazione della magistratura e dei media egiziani, questi ultimi completamente trasformati grazie all’eliminazione delle emittenti televisive private sostituite dalla United Media Services, ovvero lo strumento di riferimento nazionale per la divulgazione di informazioni. Kamel può contare persino su alcune ramificazioni di controllo di tipo familiare. Suo fratello, il generale Mohamed Kamel, è il capo della Egyptian Aviation Services, una società affiliata al Ministero dell’aviazione civile. Nel 2015 è sempre Kamel a guidare il cosiddetto comitato di esperti incaricato di esaminare le prove che hanno portato alla condanna all’ergastolo con l’accusa di spionaggio l’ex presidente Morsi. È sempre Kamel l’organizzatore della prima National Youth Conference, una conferenza nazionale finalizzata all’individuazione di giovani leali ad al-Sisi da inserire all’interno dei ranghi di governo. A maggio del 2021 il capo del GIS assume il ruolo di mediatore in una serie di incontri tra funzionari israeliani e palestinesi in seguito alla crisi israelo-palestinese acuitasi in quel periodo. Nell’agosto dello stesso anno Kamel riesce a convincere il primo ministro israeliano Naftali Bennet e il ministro della difesa Benny Gantz a desistere dalla conduzione di nuovi attacchi contro le milizie di Hamas. Ad aprile del 2022 è il governo di Tel Aviv a chiedere all’Egitto di esercitare delle pressioni sui gruppi palestinesi della Striscia di Gaza per evitare una nuova escalation militare in funzione delle nuove crescenti tensioni registrate. Ancora una volta è Kamel a interloquire con il capo dello staff della sicurezza nazionale, Eyal Holta, per discutere della situazione nei territori palestinesi. Una notizia diffusa stranamente dall’emittente televisiva israeliana KAN.

La pubblicizzazione di una nuova era di rapporti amichevoli con l’Egitto? Un messaggio per alcuni Paesi occidentali e mediorientali? Può darsi. È certo che dopo decenni di sguardi poco socievoli, grazie a Kamel, l’Egitto interloquisce quasi quotidianamente con Israele, come asserito dallo stesso capo dell’intelligence egiziana durante il vertice sul clima COP26 tenutosi a Glasgow. Ma le abilità di mediatore del maestro dello spionaggio egiziano hanno anche consentito all’Egitto di condurre una proficua azione di interlocuzione con la Turchia in merito alla spinosa questione dei Fratelli Musulmani, i cui membri sono esiliati proprio nel Paese turco.

A ottobre del 2021, esattamente il giorno successivo al colpo di stato che ha portato a capo del governo del Sudan il generale Abdel Fattah Abdelrahman al-Burhan, il primo esponente di un governo straniero a recarsi in visita a Khartoum è stato proprio il generale Kamel. Non è un segreto che il presidente del Consiglio di sovranità sudanese e il presidente egiziano al-Sisi abbiano stretto da tempo un legame particolarmente solido, senza considerare che lo stesso il primo ha completato una parte consistente del suo addestramento militare proprio in Egitto. Sia l’Egitto sia l’Arabia Saudita e gli Emirati Arabi Uniti mantengono uno stretto legame con il generale al-Burhan, soprattutto per il malcelato desiderio degli Stati Uniti di sostituire al generale sudanese un governo di transizione per Khartoum. Proprio per questo motivo, probabilmente la visita di Kamel in Sudan includeva anche la verifica della consistenza di questa possibilità: ovvero tentare di sondare il terreno con al-Burhan riguardo la possibilità di formare un nuovo governo, questa volta di larghe intese, che vada a sostituire quello attuale. A complicare questo scenario, si aggiunge il brusco aumento della tensione lungo il confine tra Etiopia e Sudan in funzione di alcune rivendicazioni territoriali avanzate da Khartoum, questione che potrebbe produrre uno scontro militare a breve termine.

Ma anche con l’Etiopia, l’Egitto sembrerebbe aver assunto un ruolo. Secondo alcune fonti, Il Cairo avrebbe appoggiato il tentato golpe verificatosi in Etiopia nel 2019. Non bisogna dimenticare che tra l’Egitto e l’Etiopia è in corso un conflitto decennale che affonda le sue radici sulla questione della costruzione della Grand Ethiopian Renaissance Dam, ossia la Grande Diga del Millennio, che consentirebbe la realizzazione della più grande centrale idroelettrica in Africa, nonché la settima al mondo per grandezza e su cui l’Egitto nutre serie preoccupazioni riguardo alcuni interessi che vorrebbe tutelare. Il 2 gennaio scorso, Kamel era nuovamente a Khartoum per proporre un piano di pacificazione tra le diverse fazioni militari sudanesi, ode porre fine alla crisi politica causata dal colpo di stato. Va evidenziato, altresì, che l’Egitto ha rifiutato la richiesta di Washington di aderire al Quad, un “quadrilatero” di Paesi composto da Regno dell’Arabia Saudita, gli Emirati Arabi Uniti, gli Stati Uniti d’America e il Regno Unito, istituito da Washington per esercitare una pressione sul governo di transizione sudanese affinché si possa ripristinare un governo democratico in Sudan.

Il rifiuto di adesione troverebbe spiegazione nel desiderio dell’astuto capo dell’intelligence egiziana di voler giocare da solo la partita del processo di democratizzazione del Sudan. Se riuscirà nell’intento, l’Egitto rafforzerebbe ulteriormente la sua già consistente influenza sul piano geopolitico non solo nello scacchiere mediorientale, ma anche in quello africano. E Kamel consoliderebbe il suo prestigio e il suo potere anche oltre i confini del suo Paese.

Antonio Teti è responsabile del settore Sistemi informativi e innovazione tecnologica dell’Università “G. d’Annunzio” di Chieti-Pescara e docente di intelligence, cyber intelligence e cyber security presso lo stesso ateneo e in altre università italiane.

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