Cosa aspettarsi, ora? Cosa sarà della lotta fra opposte fazioni di zeloti che contrapponevano i cosiddetti due papi, chi avrà la meglio? E Benedetto XVI sarà messo da parte e dimenticato o la sua figura, il suo magistero, continueranno a incidere nella Chiesa del prossimo futuro? Il commento di Benedetto Delle Site

Il ritorno alla casa del Padre di Benedetto XVI, l’ultimo giorno del 2022, sabato 31 dicembre, ha colto imperiti milioni di credenti, e anche molti non credenti, le cui vite sono state segnate da un pontefice, un cardinale, un teologo, un pensatore che ha caratterizzato in modo importante la nostra epoca.

Protagonista del Concilio Vaticano II, punto di riferimento teologico dello stesso Giovanni Paolo II nell’arco di un lungo pontificato durato un quarto di secolo, Joseph Ratzinger è stato poi il pontefice della condanna del relativismo (pastore tedesco, lo definì Il Manifesto) e del celebre discorso di Ratisbona, negli anni in cui nell’occidente e in Europa si è manifestata pienamente una crisi d’identità profonda, tanto per il fallimento del multiculturalismo, con l’assalto del terrorismo islamista fino al cuore delle nostre città, tanto per la fine dell’illusione globalista e tecnocratica, con la crisi finanziaria del 2007-2008 e lo sconquasso dell’economia globale, scenari in cui con sapienza Papa Benedetto ha riproposto l’attualità dei moniti della Chiesa all’economia e alla politica.

Ma soprattutto è stato il Papa della rinuncia del ministero petrino, dopo settecento anni dall’unico caso di Celestino V, e il primo Papa emerito della storia. Un atto sconcertante, un gesto senz’altro da leggere considerando quella grande umiltà d’animo che ricorda bene chi lo ha conosciuto da vicino (l’uomo più buono che abbia incontrato, ha ammesso ad Avvenire lo scrittore Vittorio Messori). Per questo il 31 dicembre 2022 è venuto meno l’unicum dei cosiddetti due papi, i due uomini vestiti di bianco.

L’uomo della Verità (senza tatticismi, proclamata denunciando la ‘dittatura del relativismo’ e i ‘venti di dottrina’ con la chiarezza cristallina di chi ha riattualizzato il grande insegnamento del Concilio Vaticano I sull’aspetto ragionevole della fede e la capacità della conoscenza razionale di raggiungere il vero) nella Carità (la legge di Dio è l’Amore, in questo Ratzinger ha rappresentato bene la Chiesa che, come disse il teologo domenicano Garrigou-Lagrange, è intransigente sui principi perché crede, ma è tollerante nella pratica perché ama), il grande confessore della fede e testimone del Cristianesimo nel XXI secolo, non è un mistero, ebbe ed ha molti avversari, palesi e non.

Non sono pochi a volere che la figura di Ratzinger sia messa da parte, e non sono pochi a temere che sia dimenticata. Combatté la Teologia della liberazione sudamericana, che usava Cristo come scusa e sovrastruttura per praticare la violenta rivoluzione marxista, combatté il Concilio dei media che ai testi del Vaticano II letti e compresi nella tradizione opponeva una ermeneutica della rottura con il passato e il preludio di un nuovo cristianesimo, più vero e autentico come nella vecchia tentazione ‘oltre la Chiesa’ e foriera di eresie di Gioacchino da Fiore.

Ma seppe anche opporsi al capitalismo tecnocratico e finanziarizzato, con la celebre lettera enciclica Caritas in Veritate (ritenuta da un uomo, non credente e di sinistra, come Stefano Fassina l’unica critica seria al modello di sviluppo dominante), in cui Benedetto ha invitato a coniugare la logica del profitto con la logica del dono e a trasformare la governance mondiale, oligarchica, in una governance poliarchica.

E anche a quel tradizionalismo, che riteneva la filosofia moderna inconciliabile con la fede se non al prezzo della fede stessa e che per questo rifiutava in toto il Concilio Vaticano II, Ratzinger lanciò la sfida, opponendo, con Wojtyla, Del Noce e Giussani un’altra modernità, curata dalle sue patologie.

Un uomo profondamente innamorato di Cristo, un teologo e uomo di pensiero, capace di ripresentare il Cristianesimo come qualcosa di interessante e di decisivo per la vita di noi moderni, un Papa che ci ha messo in guardia dal relativismo, dal nichilismo, dai pericoli per la nostra fede, sostenendo la ragionevolezza del credere, ma che ci ha anche mostrato un Dio vicino, amorevole, che ha a cuore la nostra vita, che nonostante miserie e tradimenti ha misericordia di noi e che proprio per questo ci ‘costringe’ alla carità fraterna verso tutti.

Con Giovanni Paolo II, Joseph Ratzinger ha ridato spessore e peso ad una Chiesa cattolica che tra post-concilio, teologia della liberazione e cattolicesimo ‘adulto’ appariva ignorante dei suoi grandi tesori e preda di un complesso d’inferiorità verso il secolo. Ha vitalizzato la dottrina sociale della Chiesa, come una bussola per non soccombere alla tecnocrazia e ai suoi orizzonti materialistici, per leggere la questione sociale e il problema ambientale guardando all’emergenza vera, di carattere antropologico e, in definitiva, ontologico, che minaccia la persona e la famiglia umana.

Un Papa legato all’Europa, di cui ha preso il nome del suo santo patrono, Benedetto da Norcia, perché consapevole che il fiorire del Cristianesimo in questa terra, l’incontro tra Roma, Atene e Gerusalemme non è stato un accidente ma un fatto della Provvidenza, e che proprio l’Europa è chiamata oggi ad una missione storica cui sono legate le sorti della vera pace nel mondo. E anche perché proprio nel monachesimo benedettino, nel ‘nulla anteporre a Cristo’ vi è l’unica via di risanamento delle membra della Chiesa.

Cosa aspettarsi, ora? Cosa sarà della lotta fra opposte fazioni di zeloti che contrapponevano i cosiddetti due papi, chi avrà la meglio? E Benedetto XVI sarà messo da parte e dimenticato o la sua figura, il suo magistero, continueranno a incidere nella Chiesa del prossimo futuro?

La risposta, dovrebbero sapere coloro che lo hanno amato e conosciuto (personalmente o attraverso il suo magistero), è in Ratzinger stesso. Nella sua concezione della vita che lo portava ad attendere la morte non preparandosi ad una fine, ma ad un incontro, perché la morte è la porta della vita. E nella sua concezione della Chiesa per la quale essa non è soggetta al formarsi di maggioranze perché la Chiesa, disse a Giancarlo Cesana, non è una democrazia.

“La Chiesa: essa non è soltanto il piccolo gruppo degli attivisti che si trovano insieme in un certo luogo per dare avvio ad una vita comunitaria. La Chiesa non è nemmeno semplicemente la grande schiera di coloro che alla domenica si radunano insieme per celebrare l’Eucarestia. E infine, la Chiesa è anche di più che Papa, vescovi e preti, di coloro che sono investiti del ministero sacramentale. Tutti costoro che abbiamo nominato fanno parte della Chiesa, ma il raggio della compagnia in cui entriamo mediante la fede, va più in là, va persino al di là della morte. Di essa fanno parte tutti i Santi, a partire da Abele e da Abramo e da tutti i testimoni della speranza di cui racconta l’Antico Testamento, passando attraverso Maria, la Madre del Signore, e i suoi apostoli, attraverso Thomas Becket e Tommaso Moro, per giungere fino a Massimiliano Kolbe, a Edith Stein, a Piergiorgio Frassati. Di essa fanno parte tutti gli sconosciuti e i non nominati, la cui fede nessuno conobbe tranne Dio; di essa fanno parte gli uomini di tutti i luoghi e tutti i tempi, il cui cuore si protende sperando e amando verso Cristo, l’autore e perfezionatore della fede, come lo chiama la lettera agli Ebrei (12,2). Non sono le maggioranze occasionali che si formano qui o là nella Chiesa a decidere il suo e il nostro cammino. Essi, i Santi, sono la vera, determinante maggioranza secondo la quale noi ci orientiamo. Ad essa noi ci atteniamo! Essi traducono il divino nell’umano, l’eterno nel tempo. Essi sono i nostri maestri di umanità, che non ci abbandonano nemmeno nel dolore e nella solitudine, anzi anche nell’ora della morte camminano al nostro fianco.” (cfr. Card. Joseph Ratzinger, “Una compagnia sempre riformanda”, Meeting di Rimini 1990).

Non sono, secondo Joseph Ratzinger, le maggioranze occasionali che si formano qui o là nella Chiesa a decidere il suo e il nostro cammino. I Santi sono la vera, determinante maggioranza secondo la quale ci orientiamo, i nostri maestri di umanità, che non ci abbandonano nemmeno nel dolore e nella solitudine, anzi anche nell’ora della morte camminano al nostro fianco.

Io distruggerò la vostra Chiesa, avrebbe detto Napoleone Bonaparte al Segretario di Stato di Pio VII. Maestà, sono venti secoli che noi stessi cerchiamo di fare questo e non ci siamo riusciti, avrebbe risposto il card. Consalvi.

Nella Comunione dei Santi, la Chiesa il 31 dicembre non ha perduto una guida bensì ha guadagnato un potente intercessore.

Benedetto XVI ha quindi lasciato le traiettorie per la Chiesa: centralità di Dio, che è la fonte dell’unico vero umanesimo, e capacità dei cristiani di tornare a essere minoranze creative, in grado di resistere al potere, nell’antichità come nelle nuove versioni totalitarie tipiche dell’epoca moderna, secondo una lezione che Ratzinger mutuò dal suo maestro Romano Guardini.

E ha fornito le traiettorie per l’azione dei laici, chiamati a rendere ragione della propria fede e ad animare cristianamente le molteplici realtà temporali, dalla politica all’economia alla cultura, confrontandosi con tutte le grandi sfide della modernità, compreso quel post-umanesimo che crede di manipolare senza limiti la stessa vita umana e che quindi calpesta valori non più negoziabili. Il suo è un magistero di cui la Chiesa continuerà a fare tesoro nei prossimi tempi, anni difficili in cui gli effetti della secolarizzazione continueranno a scuotere e interrogare la comunità dei credenti e i non credenti stessi.

Ha scritto una vita di Gesù di Nazaret, suo più grande sforzo letterario, contro i frutti velenosi e le banalizzazioni di un metodo storico-critico che vorrebbe contrapporre il Gesù della storia a quello della fede, che invece è il vero centro della storia e grazie al quale, ripeteva, non si è mai sentito solo.

Ha beatificato John Henry Newman per il suo elogio della coscienza, Antonio Rosmini perché non si confondesse la Chiesa con gli abusi del clero e Giuseppe Toniolo perché la vera socialità cattolica non è assorbimento nella temporalità ma recupero della frattura fra fede, morale, etica, economia, politica, società attraverso il pensiero e l’azione.

Nella Chiesa (e forse anche fuori di essa) Benedetto XVI ora è più forte (e ingombrante?) di prima.

 

 

 

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