L’insurrezione di inizio anno, parallela a quella di Capitol Hill, conferma il copione ricorrente dei movimenti eversivi ed estremistico-violenti e tradisce la stessa contaminazione ideologica. L’analisi di Arije Antinori, professore di Criminologia e sociologia della devianza alla Sapienza ed esperto dell’Osservatorio europeo sull’odio online

Dopo l’attacco a Capitol Hill nel 2021 e i blocchi del Freedom Convoy ad Ottawa nel 2022, il mese di gennaio sembra divenire, anche in virtù della bagarre elettorale, l’occasione nel continente americano per trasformare l’inizio di un nuovo anno in una sorta di violenta cerimonia di apertura dei “giochi” del dissenso organizzato e della rabbia connettiva antisistemica.

L’assalto dell’8 gennaio a Brasilia, che ha visto la devastazione pressoché incontrollata dei palazzi del Parlamento, della Corte Suprema e della Presidenza della Repubblica brasiliana, ha riportato alla memoria quanto accaduto due anni fa negli Usa. In attesa di ulteriori riscontri investigativi, occorre operare un’analisi, seppur preliminare e sintetica, del contesto entro cui si inseriscono i fatti di Brasilia, già teatro della grande manifestazione bolsonarista anti-Covid-19.

In questi giorni le autorità stanno compiendo un’articolata attività investigativa al fine di ricostruire l’accaduto in relazione allo sventato attentato bomba dei giorni precedenti, che aveva come obiettivo impedire l’avvento del comunismo, in seguito alla sconfitta elettorale dell’ex presidente Jair Bolsonaro con il contestuale insediamento del suo successore Luiz Inacio Lula da Silva. Ciò al fine di identificare tutti i responsabili e comprendere l’eventuale presenza di mandanti, organizzatori, facilitatori, nonché possibili connivenze istituzionali. Da questo punto di vista, il rinvenimento nelle pertinenze dell’abitazione dell’ex-Ministro della Giustizia (fedelissimo di Bolsonaro) di un decreto di sospensione e revisione dell’esito elettorale con conseguente istituzione dello “stato di difesa” lascerebbe pensare a un concreto tentativo di golpe.

LA DINAMICA DELL’ATTACCO

Non si è trattato di un’azione lampo, condotta da un numero ristretto di soggetti militarmente organizzati che, contando sul fattore sorpresa, hanno operato per acquisire un preciso obiettivo tattico, bensì di un moto massiccio che ad oggi ha portato all’arresto di 1.500 soggetti. Sono stati utilizzati 40 bus per portare circa 4000 persone a ridosso di una caserma militare, in prossimità della quale era già presente dal giorno precedente un accampamento non autorizzato di circa 3000 sostenitori dell’ex presidente. Dopo una marcia di protesta di circa 7 km, i dimostranti scortati hanno raggiunto l’area istituzionale oltrepassando con facilità le barriere protettive, per poi dar vita alle devastazioni.

Da qui i dubbi sull’eventuale ruolo attivo, di favoreggiamento, non solo degli operatori della sicurezza presenti sul campo, ma in modo ben più strutturato degli staff del Gabinetto per la Sicurezza Istituzionale e del Dipartimento di Intelligence della Polizia Militare del Distretto Federale di Brasilia. Nel corso degli anni si è strutturato una sorta di corporativismo conservativo all’interno della polizia militare che, nella vasta diffusione dell’ideologia neo-autoritaria bolsonarista, ha determinato il consolidamento di uno (pseudo-)potere all’interno dello Stato. Senza dimenticare che il Brasile è il Paese non europeo che ha avuto il partito fascista più grande della storia e che la dittatura militare è finita soltanto cinquanta anni fa.

Ciò merita una profonda riflessione sui processi di contaminazione ideologica che negli ultimi anni hanno interessato gli apparati statali, tanto statunitensi quanto brasiliani, principalmente come risultato del mutamento, se non deriva, di alcune forme interpretative di populismo in “popolarizzazione” dell’estremismo conservatore. Tale scenario costituisce in prospettiva una seria minaccia per la reputazione, efficienza e terzietà istituzionale di importanti organi dell’architettura di sicurezza e giustizia dello Stato.

Per quanto concerne le azioni violente dell’8 gennaio, l’assenza di specifiche opportunità operative lascerebbe ritenere che il timing sia stato scelto per creare un ancoraggio quantomeno simbolico con quanto avvenuto due anni prima a Washington, probabilmente al fine di sfruttarne il rimbalzo mediatico a livello globale.

I molti video – tra cui quelli spontaneamente realizzati dagli insorti come espressione del selfismo, della volontà grottesca di autorappresentarsi, spesso con il trofeo tra le mani, nella storificazione individualizzata della rivolta, convinti di essere al centro della storia, anzi di essere loro stessi la Storia – riportano le gesta di un movimento connettivo disomogeneo, con all’interno la presenza di nuclei familiari, ancora un movimento “folks’n’fools”, in cui questa volta non si registra la presenza del clone sciamanico, contrariamente a quanto riportato nei social.

È l’apice di una lunga strategia di weaponizzazione della cittadinanza nella post-verità, di cui la mobilitazione distruttiva mette in luce l’intento di produrre una significativa interferenza interna alla vita democratica del Paese. Una strategia volta a sabotare e rallentare notevolmente l’attività di governo nel breve termine, a mantenere viva, nei cuori e nelle menti dei fedelissimi, l’eco della destabilizzazione, nonché la consapevolezza che ciò che si è fatto sia legittimo, rafforzando il consenso interno nel momento della sconfitta.

IDENTITÀ BOLSONARISTA E INFOSFERA ESTREMISTICO-VIOLENTA

I cosiddetti “bolsonaristas”, fedelissimi della destra estrema, che si riconosce nell’ideologizzazione della leadership dell’ex presidente, intenti ad immortalare e condividere online le proprie gesta, hanno preso parte a quella che può essere definita, non tanto un’insurrezione, in senso tradizionale, ma una sorta di “safari dell’odio connettivo” promossa dall’ala militante radicale che ha acquisito, durante la presidenza, sempre maggiore centralità e potere all’interno del movimento bolsonarista.

Secondo le dichiarazioni di molti dei fermati, che si autodefiniscono “patrioti brasiliani”, l’azione sarebbe stata legittimata dalla necessità di difendere la patria, la sacralità della bandiera, dall’imminente invasione comunista a seguito della vittoria di misura (50,90% delle preferenze) del neo presidente Lula. Alcuni di loro parlano addirittura di una “guerra santa” in nome di Dio contro il  demonio comunista lulista, il Male assoluto, da estirpare con la guerra. Nell’infosfera bolsonarista, la figura del leader viene celebrata, accanto a Donald Trump, Vladimir Putin e Xi Jinping, come esempio di un neo-autoritarismo globalizzato in grado di governare con la forza la complessità del mutamento dei processi politici, sociali e culturali in atto.

La stampa internazionale ha più volte definito Bolsonaro il “tropical Trump”. Ciò che accomuna la parabola discendente di Trump con quella di Bolsonaro, entrambi ritenuti illuminati da Dio nella propaganda online, è la militarizzazione della strategia politica che avviene da subito sul piano del linguaggio, per ovvie ragioni di costruzione identitaria e rafforzamento interno ideologizzato nella configurazione us-vs-them, noi contro di loro, attraverso l’uso ricorrente, talvolta ossessivo, di parole come soldato, esercito, patria, guerra, missione, battaglia, arma, nemico, codice, sacrificio, combattente, ed altre.

Particolarmente interessante in tal senso è la dinamica trifasica di uscita dalla competizione politica:

  1. a) delegittimazione dell’avversario – non riconoscimento della sconfitta e della contestuale vittoria dell’avversario, perché questi è e sarà sempre soltanto il Nemico;
  2. b) dimostrazione di forza – azione reazionaria violenta, come ultimo atto di compattazione sul campo e nell’immaginario collettivo, soprattutto digitale, del proprio “esercito di fedeli;
  3. c) ritirata oauto-allontanamento, rappresentato di fatto come una vera e propria ritirata strategica al fine di preparare un imminente e più forte attacco. Ciò consente di sfruttare la retorica di auto-vittimizzazione, particolarmente utilizzata dalle destre conservatrici, in cui si assiste sempre meno all’assunzione di responsabilità, anche verso il proprio elettorato, e riconoscimento della propria sconfitta politica. Le cause addotte, infatti, sono sempre i “poteri forti”, le lobby, i media ecc., saldamente nelle mani dei partiti di opposizione, etichettati semplicemente comunisti, che governano il sistema-mondo prima di tutto per mezzo della loro proclamata egemonia culturale. La sconfitta vi è soltanto a fronte del tradimento da parte del proprio elettorato.

Durante la Presidenza Bolsonaro, è avvenuta in Brasile l’importazione, non senza talvolta grotteschi adattamenti a livello microlocale, della (pseudo-)ideologia cospirazionistica QAnon che ha caratterizzato l’ondata misinformativa e disinformativa brasiliana, nel segno del forte anti-vaccinismo che tipico, sia a livello interno che internazionale, del mandato di Rambonaro, il presidente-marine. Diversi politici bolsonaristi hanno espresso pubblicamente il loro apprezzamento per QAnon e per il trumpismo, prendendo parte a dibattiti cospirazionistici rilanciati in particolare da Favelachan e Reddit, in un processo di familiarizzazione e normalizzazione del cospirazionismo in funzione filo-presidenziale. Come nell’originaria versione statunitense, anche qui il target primario sono gli esponenti della sinistra e il presunto sistema dei media governato da questa.

Un ruolo chiave nel bolsonarismo, così come nel trumpismo e nel QAnon, è costituito dai gruppi militanti conservatori dell’evangelismo, che in Brasile, grazie anche alla sua orizzontalità, ha ormai raggiunto quasi un terzo della popolazione. In tale contesto, occorre segnalare la centralità del Pentecostalismo che si è molto diffuso ai vertici della società brasiliana, consentendo la disseminazione di narrazioni antifemministe, antiabortiste e anti-LGBT+ che vengono poi remediate in modo cospirazionistico e violentemente orientato nell’infosfera bolsonarista. La polarizzazione politica bolsonarista è favorita dalle campagne disinformative che da mesi si susseguono, in cui si afferma che il demonio Lula avrebbe come obiettivo la chiusura dei luoghi di culto.

Da qui, fenomeni di fanatismo religioso e radicalizzazione. In tal senso, le prospettive conservatrici iper-religiose presidenzialiste trumpiana e bolsonarista hanno acquisito molto rapidamente il consenso popolare, soprattutto grazie ad un’imponente “coltivazione” delle infosfere estremistico-violente per mezzo di narrazioni tossiche, divisive e linguaggi di odio nei confronti delle minoranze e in generale dell’alterità. Occorre tuttavia riconoscere un certo interclassismo nel bolsonarismo, anche a fronte della diversa realtà sociale e demografia dell’elettorato brasiliano.

GUARDANDO AVANTI

A seguito dell’azione violenta si individuano tre distinte linee politiche all’interno del movimento bolsonarista. Ci sono quella più radicale e minoritaria, che conferma la legittimità ed efficacia dell’azione sovversiva golpista, e quella che vorrebbe la formale messa in stato di accusa di Lula per brogli elettorali, e al contempo la ricandidatura di Bolsonaro. Mentre l’ultima è quella degli uomini più vicini a Bolsonaro che seguono gli eventi con attendismo, al fine di elaborare la migliore strategia per il loro leader incriminato. Occorrerà vedere se i destini dei due presidenti sconfitti si incroceranno anche nell’epilogo della loro recente affermazione politica.

In ogni caso, l’esperienza delle due leadership evidenzia l’importanza di una profonda riflessione sul connubio tra presidenzialismo e conservatorismo iper-religioso, la cui degenerazione può produrre degli effetti pericolosi per la tenuta democratica del tessuto socio-culturale e politico delle democrazie occidentali. Nel medio termine si è assistito alla trasformazione del populismo nazionalista in “popolarizzazione” dell’estremismo violento. Infatti, dopo una fase “esplosiva” iniziale di tematizzazione e compattazione di tali populismi, per lo più in chiave reazional-popolare, si individua un progressivo effetto di disaderenza, in particolare delle interpretazioni più riduzionistiche rispetto alla reale complessità che caratterizza il sistema di relazioni interdipendenti del mondo globalizzato, innescando uno slittamento dal basso, più o meno indotto, sollecitato e/o sostenuto in direzione di una crescente militarizzazione del linguaggio politico. Tutto ciò trova terreno fertile nell’ecosistema dell’odio connettivo (cyber-)sociale, grazie anche a fenomeni distorsivi, come l’echo chamber, nella post-verità che favoriscono la diffusione orizzontalizzata di un profondo misoneismo, in cui la spiegazione razionale lascia il campo alla comunicazione emozionale.

Le percezioni vengono sollecitate e manipolate all’interno di una rappresentazione artefatta del reale, i discorsi si farciscono di paura, terrore, rabbia e odio. Da qui, il memetic warfare e la diffusione di campagne di violenza digitale in cui si possono avere fenomeni di radicalizzazione fino all’adozione di comportamenti violenti eterodiretti, nelle loro molteplici manifestazioni, da quella spontaneistica, a quella militante-organizzata, sino ai movimenti connettivi, in grado di coagulare al proprio interno le diverse tipologie.

In conclusione, l’attacco alla Capitale brasiliana rappresenta, ancora una volta, l’imprescindibile necessità di porre la massima attenzione sullo scenario di convergenza, interconnessione e sovrapposizione di fenomeni quali la mis-/disinformazione, ormai endemica, i cospirazionismi/neo-cospirazionismi e l’odio online, al fine di comprendere il profondo mutamento sociale connettivo che sta caratterizzando le società occidentali, al fine di poter prevenire, contrastare e anticipare la rapida e multiforme evoluzione della radicalizzazione, dell’estremismo violento e del terrorismo.

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