Mariolina Castellone, Vicepresidente del Senato, ha organizzato nella Sala Zuccari il secondo appuntamento del “Cantiere delle idee”, in cui ha coinvolto il demografo Alessandro Rosina, Stefano Patuanelli (ex ministro dello Sviluppo economico), Luca Ricolfi (docente di Analisi dei Dati e saggista), Anna Donati (Alleanza mobilità dolce), e la grecista Eva Cantarella. Pubblichiamo il suo intervento conclusivo sulle politiche di sostegno al lavoro giovanile e istruzione

Per chi è impegnato in politica sapersi confrontare con i giovani significa saper parlare la loro stessa lingua, usare gli stessi strumenti e soprattutto saper ascoltare ciò che hanno da dire.

Io sono orgogliosa di appartenere alla forza politica che ha fatto del confronto un valore fondante, al punto che quando su alcuni temi la nostra posizione nel tempo si è modificata siamo stati tacciati di incoerenza.

Anche in questo percorso che stiamo facendo come “Cantiere delle idee” l’obiettivo principale è riuscire a creare una rete con tutta la parte buona della nostra società, con la parte volenterosa del nostro Paese che vuole confrontarsi e lavorare insieme per costruire un progetto, che è quello di trasformare la nostra società in una società più giusta.

Mi è piaciuto molto l’intervento del professor Ricolfi, perché mi ha fatto guardare il tema delle disuguaglianze da una prospettiva nuova anche se quando diciamo che dopo la pandemia, con questa guerra, con la crisi energetica che ne è seguita, le disuguaglianze sono aumentate, lo facciamo basandoci sui dati e guardando i numeri, che ci dicono che quando un tessuto sociale si disgrega a pagare di più sono i soggetti più fragili e quindi nelle crisi le disuguaglianze aumentano sempre.

Infatti la quota di famiglie in povertà assoluta, guardando i dati dal 2005 al 2021, risulta raddoppiata. I dati dell’Istat ci dicono che il numero di poveri è in continuo aumento e purtroppo è un dato di fatto che, senza il Reddito di Cittadinanza, lo scenario è destinato solo a peggiorare.

Tornando al tema dei giovani, partendo dall’assunto che investire nei giovani significa investire nel futuro del nostro paese, riprendo gli spunti della professoressa Cantarella, che ci riportavano al mondo greco e che mi hanno suggerito una citazione di un filosofo del 400 a.C., Diogene, che diceva che le fondamenta di uno Stato sono l’istruzione dei suoi giovani. Ovvero l’istruzione riconosciuta come pilastro su cui costruire uno Stato; ma noi in realtà su questo pilastro abbiamo investito troppo poco.

Se pensiamo per esempio che l’Italia tra tutti i paesi europei è quello che investe di meno in istruzione, non raggiungendo il 4% del Pil, contro una media europea che supera il 5%. Per non parlare di tutto il campo della ricerca e sviluppo, che pure appartiene alla formazione professionale, in cui investiamo solo l’ 1,4% del Pil, che è per inciso la stessa quota destinata per esempio alle spese militari. Eppure istruzione e ricerca e sviluppo sono i settori con il più alto fattore di rendimento. E infatti negli anni della crisi economica che ha preceduto la pandemia, i paesi più lungimiranti, come per esempio la Germania, hanno investito proprio in questi settori sapendo che il ritorno economico per lo Stato sarebbe stato molto alto.

In Italia invece sono stati fatti tagli lineari e costanti a questi settori e, mi dispiace dirlo, questo governo sembra voler andare nuovamente nella direzione dei tagli all’istruzione, nonostante nella scorsa legislatura avevamo provato con i nostri governi ad invertire questa rotta ed avevamo rafforzato un pilastro importante come quello del diritto allo studio a cui accennava anche il professor Ricolfi.

Per esempio nel governo Conte II abbiamo portato la soglia al di sotto della quale non si pagano le tasse universitarie da 13.000 a 23.500 euro, perché una famiglia con un reddito lordo di 23.500 euro è una famiglia che non riesce a pagare le tasse universitarie.

E uno Stato giusto deve fare questo, cioè deve dare a tutti i suoi giovani gli stessi strumenti per realizzare il proprio sogno e per mettere a frutto il proprio talento.

Questo è un tema che a me sta particolarmente a cuore, perché sono stata uno di quei giovani che senza le borse di studio non avrebbe potuto coronare il suo sogno di diventare medico per poi andare in America e fare la ricercatrice; mio papà era un meccanico, mia mamma una casalinga, quindi certamente non avrebbero avuto la possibilità di sostenermi, se io non fossi stata aiutata anche dallo Stato in questo percorso.

Quando sento dire ai nostri giovani “Tutto sommato è colpa vostra se non lavorate, perché vi dovete accontentare di fare qualsiasi lavoro”, lo reputo un messaggio molto pericoloso, perché anche se noi tutti abbiamo fatto lavoretti per mantenerci durante gli studi, dovremmo comportarci con i nostri giovani come si comportano i genitori con i propri figli, cioè spronarli a mettere in campo tutte le armi che hanno per realizzare quel sogno, per raggiungere quell’obiettivo, per mettere a frutto il talento che gli è stato dato.

Quando parliamo di giovani, un primo pilastro fondamentale è dunque quello della formazione. Ma è evidente che ci sono dei divari anche in questo settore. Prima parlavamo di disuguaglianze e basta leggere i dati di Eurispes del 2020 per capire come, per esempio, gli investimenti che si fanno in istruzione e in cultura sul territorio nazionale sono totalmente disomogenei; perché sappiamo che vengono stanziate le risorse secondo il criterio della spesa storica.

Solo per fare un esempio basta paragonare Reggio Emilia e Reggio Calabria, che sono due città che spesso si confrontano perché hanno quasi lo stesso numero di abitanti.

A Reggio Emilia ogni anno vengono dati 21 milioni per la cultura e 28 per l’istruzione in base alla spesa storica, quindi 21 e 28, mentre a Reggio Calabria sono assegnati 4 miliardi per la cultura e 9 per l’istruzione.  Vi rendete conto che è meno di 1/3, e questo, è chiaro, crea divari e una diversità di erogazione di servizi che in questo caso sono rappresentati dalla scuola pubblica e dall’accesso alla cultura, ai musei e a tutti i percorsi di istruzione e di formazione.

Ecco perché in un momento come questo, in cui i numeri ci dicono che le disuguaglianze sono aumentate, tornare a parlare di autonomia differenziata, dicendo che tutto sommato, in attesa di definire i livelli essenziali di prestazione (LEP), si può utilizzare il criterio della spesa storica, significa cristallizzare il fatto che per gli stessi servizi, per lo stesso numero abitanti, venga erogata una quantità di denaro totalmente diversa in diverse aree del Paese.

Il secondo aspetto che dobbiamo considerare quando parliamo di giovani è l’ingresso nel mercato del lavoro.

Anche su questo devo dire che i numeri sono sconfortanti, perché il mercato del lavoro che doveva essere reso flessibile è stato invece reso solo più precario e questa precarizzazione selvaggia sta colpendo soprattutto i giovani.

Oggi i contratti precari sono oltre 3 milioni, il Ministero del Lavoro ci dice che il 13 % dei nuovi contratti dura un solo giorno e solo lo 0,5 supera un anno. Ad essere assunti con contratti così a breve termine sono soprattutto i giovani, così come sono soprattutto i giovani ad affollare quella platea di lavoratori poveri che oggi supera la soglia dei 4,5 milioni.

Esistono anche dati più specifici sui giovani, come per esempio quelli di Eures che dicono che in Italia il 43 % dei giovani under 35 guadagna meno di mille euro al mese e con mille euro al mese non è possibile immaginare né un futuro, né un’indipendenza economica, né creare una famiglia. A questo lavoro così precario e così povero si accompagna poi il fenomeno della perdita di tutto quel grande patrimonio di giovani talenti che ogni anno emigrano per non fare più ritorno nel nostro Paese.

Sono oltre 100.00 i giovani che noi ogni anno perdiamo. Si tratta spesso di giovani altamente formati e se pensiamo che per formare un dottore di ricerca spendiamo 400.000 euro capiamo che si tratta di investimenti che stiamo regalando agli altri paesi, che poi ospitano questi nostri giovani che nei paesi ospitanti riescono ad attrarre finanziamenti, a presentare progetti, a vincere bandi, e generare quindi altra ricchezza che noi potremmo utilizzare nel nostro Paese e invece stiamo regalando ad altri.

L’ultimo aspetto che dobbiamo analizzare, parlando di giovani è infine come rendere i nostri giovani indipendenti dalla famiglia di origine.

E anche questo tema rientra nella riflessione che facevamo prima. Noi in realtà avevamo individuato dei percorsi dedicati come per esempio gli incentivi per agevolare i giovani nell’acquisto della prima casa, o come la distribuzione omogenea dei servizi su tutto il territorio nazionale a cui è dedicata gran parte degli investimenti del Pnrr. Dico solo in breve che le risorse del Pnrr sono indirizzate proprio a rendere i servizi sempre più accessibili a tutti, soprattutto ai giovani e alle donne, per permettere loro, come diceva la Dottoressa Sattanino, di conciliare vita familiare e vita lavorativa.

È dunque fondamentale controllare che questo grande piano di investimenti pubblici che è il Pnrr sia investito per fare quelle riforme che il nostro Paese attende da decenni e non venga invece sperperato per fare altro pensando che tutto sommato quei divari, per i quali abbiamo avuto quel finanziamento, non debbano più essere colmati. Non voglio rubare altro tempo ma spero che al termine di questo nostro ciclo di incontri, riusciremo ad immaginare un progetto attraverso il quale possiamo costruire insieme una società più giusta, con la visione ed il coraggio di utilizzare nuovi modelli.

Il New York Times, ad esempio, parla di Yolo Economy. L’economia del “you only live once”, si vive una volta sola, che vede oggi tante persone abbandonare un lavoro stabile ma poco pagato o poco gratificante, per investire invece tutte le proprie risorse e le proprie energie per realizzare un progetto più grande, che a volte diventa un progetto di vita, oltre ad un progetto lavorativo; un progetto spesso anche condiviso con la comunità in cui si vive.

Perché siamo certamente in un mondo totalmente diverso rispetto a quello del pre pandemia, e infatti sono pienamente d’accordo con Stefano Patuanelli che prima diceva che non dobbiamo parlare solo di transizione ecologica digitale, ma anche proprio di transizione sociale e di transizione culturale. Io credo che noi in questa transizione dobbiamo davvero esserci, per lasciare un segno, per prendere tutti i frutti e tutto il buono che c’è, e per costruire insieme un futuro che sia davvero all’altezza di quello che i nostri giovani immaginano e sognano.

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