Per liberare i territori occupati dai russi i carri armati non sono l’unica via possibile, anzi, la via maestra è l’acquisizione della superiorità aerea. I mezzi migliori per liberarsi dei corazzati russi sono quelli aerei, come elicotteri, droni e cannoniere volanti. La riflessione del generale Leonardo Tricarico, presidente della Fondazione Icsa, già capo di Stato maggiore dell’Aeronautica militare

Tra le tante anomalie dottrinarie che il conflitto russo ucraino sta elargendo a piene mani, una in particolare sta mettendo radici diffuse che rischiano di divenire profonde, irreversibilmente: quello dei carri armati ad alta efficacia come unica soluzione per liberare i territori invasi dagli omologhi carri russi. Una valutazione questa quantomeno parziale se non proprio errata.

Ormai la peculiare situazione di scenario dovrebbe far comprendere che il bandolo della matassa sta nell’acquisizione della superiorità aerea. E che come al solito una confrontazione militare non può iniziare senza acquisire il controllo dei cieli; nel caso ucraino non pare un risultato complicato, stante l’improbabilità che i russi possano contare sul governo indisturbato degli spazi aerei annessi, come avvenuto per i territori sottostanti.

Se quindi, come è ragionevole pensare, Zelensky è ancora padrone dei propri spazi aerei o ne può acquisire il controllo con contenuto impegno, i mezzi migliori per liberarsi dai carri armati, i più efficaci e soprattutto più sicuri sono quelli aerei, come elicotteri da combattimento, droni e, qualora se ne potesse creare la disponibilità, le cannoniere volanti, vere e proprie armi micidiali in quei contesti contro bersagli mobili, i cosiddetti target di opportunità.

Con rispetto alle dovute differenze – ma solo dimensionali, non certo qualitative – nel conflitto dei Balcani del 1999, i carri serbi furono neutralizzati uno ad uno degli A10, dagli F16 e dai droni ancora agli albori dell’uso militare, che venivano appunto utilizzati per la ricerca e per “l’illuminazione laser” dei bersagli contro cui avrebbe fatto fuoco un velivolo in abbinamento cooperativo al drone. E nei Balcani i primi giorni (due o tre non di più, se non ricordo male) furono dedicati all’acquisizione della superiorità aerea, che fu poi agevole mantenere per tutta la durata del conflitto.

In altre parole, l’esercito ucraino dovrebbe neutralizzare, ammesso che ve ne siano, i sistemi di difesa aerea che i russi dovessero aver predisposto nell’area. Bonificata la quale, non comporterebbe rischi eccessivi il mettersi alla ricerca dei carri russi e di altri bersagli, facendo affidamento su una intelligence sul terreno che sicuramente non manca o su quella che i Paesi alleati stanno fornendo con continuità, puntualità e dovizia di dettagli.
Inoltre, da parte Ucraina, andrà fatta una scelta inevitabile a salvaguardia o meno degli equipaggi di volo: tener conto o trascurare la minaccia contraerea con i missili portatili all’infrarosso? Si tratta di sistemi di difficile individuazione e pertanto rischiosi per i piloti ucraini fino ad una quota di cinquemila metri circa. Si dovrà vietare ai piloti a volare sotto questa quota o si accetterà il rischio di scendere di quota di volta in volta e rischiare di incappare in un missile all’infrarosso?

Questa è la strada che mi sentirei di suggerire e di strutturare agli amici ucraini, con l’aiuto di tutti, magari a integrazione di un irrobustimento della componente terrestre e bypassando cosi il poco comprensibile e tanto meno condivisibile ostacolo tedesco.

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