La sfida per l’egemonia culturale. Nel Pantheon di una destra di governo non dovrebbero mancare anche i campioni del nostro Risorgimento, a iniziare dal tessitore dell’Unità nazionale: Cavour

Chi governa, non ha mai vita facile. Specie quando i conti pubblici sono quelli che sono e la combinata tra debito e inflazione fa più paura di un vulcano mai spento. Per Giorgia Meloni, poi, gli esami sono ancora più ossessivi e asfissianti perché pende sempre su di lei l’accusa di non aver completato il giudizio sul fascismo con una condanna definitiva, netta, senza se e senza ma. A dire il vero la presidente del Consiglio ha pronunciato più volte parole decisive, in particolare sulle leggi razziali, ma forse è mancata la svolta-svolta, quella ufficiale, la presa di distanza solenne e inequivocabile, l’unica in grado di rendere ininfluenti posture nostalgiche e collezioni domestiche (di busti duceschi) da parte di alcune autorità istituzionali e di certi maggiorenti politico-governativi.

Negli ultimi tempi si è attenuato il pressing teso ad ottenere dalla Meloni un’abiura assoluta sul Ventennio e sulla relativa eredità nell’Italia repubblicana. Ma, alla prima occasione, è inevitabile, riprenderà il marcamento ideologico a uomo (pardon, a donna). Senza tregue e senza sconti. 

C’è un solo modo per chiudere politicamente e culturalmente la querelle sul lascito del fascismo e sui suoi presunti eredi: dichiararsi antifascisti, esprimere la propria adesione ai valori dell’antifascismo. Meloni e i suoi colleghi di partito potrebbero obiettare, citando studiosi e revisionisti come Giampaolo Pansa (1935-2020), che non tutto l’antifascismo era democratico e che l’anima comunista dell’antifascismo sognava per l’Italia un futuro staliniano, non rooseveltiano. Vero. Però l’antifascismo europeo, e anche italiano, annoverava a destra personalità di provata fede liberaldemocratica, forse ancora più intransigenti di altri verso le dittature di Benito Mussolini (1883-1945) e Adolf Hitler (1889-1945). Nessuno più del conservatore Winston Churchill (1874-1965) si è battuto, in alcuni momenti in perfetta solitudine, per non arrendersi e per reagire da leone alla furia nazista che aveva assoggettato mezza Europa. Nessuno più del conservatore Charles De Gaulle (1890-1970) ha ridato forza e coraggio a un Paese, la Francia, il cui destino di tragica sottomissione al diavolo tedesco pareva più inesorabile della sorte di una zebra azzannata da un coccodrillo. 

L’antifascismo dei Churchill e dei De Gaulle, ossia della destra democratica europea, si è dimostrato fondamentale per la vittoria sul nazifascismo. Una leader come Giorgia Meloni dovrebbe ricordarlo a più non posso, proprio per rintuzzare sul nascere le perplessità di chi ritiene ancora parziale, non esaustiva, la sua linea di demarcazione su fascismo e postfascismo. Una leader come Giorgia Meloni dovrebbe ricordarlo con frequenza, anche perché già l’apripista Giuseppe Tatarella (1935-1999), vero artefice di Alleanza Nazionale e teorico di Oltre il Polo, aveva gettato il cuore oltre l’ostacolo, prefissando paletti privi di ambiguità. Testuale, Tatarella dixit: “Io sono un gollista, non un fascista”.

La presidente del Consiglio farebbe bene a non perdere l’occasione di ancorare stabilmente la sua destra alla destra antifascista europea che, nel secolo scorso, ha salvato le democrazie continentali e il mondo libero, anche perché lei, Meloni, non fa mistero di voler giocare la sua partita sul terreno culturale, contendendo, in materia, alla sinistra un’egemonia che, teorizzata da Antonio Gramsci (1890-1937), è stata via via costruita dai suoi epigoni, intellettuali sottili ed esecutori tenaci. A proposito: il primato dell’egemonia culturale è il traguardo che più sta a cuore alla Meloni, come lucidamente scrive Michele Cozzi nel libro “L’Italia di Giorgia” (146 pagine, Cacucci Editore, 16 euro).   

Ma nel Pantheon di una destra italiana occidentale non dovrebbero mancare soltanto i Churchill e i De Gaulle, icone dell’antifascismo più intrepido e valoroso. Non dovrebbero mancare innanzitutto i campioni della Destra Storica, ossia i principali protagonisti del nostro Risorgimento, a partire dal sublime tessitore dell’unità nazionale: Camillo Benso, conte di Cavour (1810-1861). 

Il cospicuo bilancio della Destra Storica non culminerà, infatti, solo nei conti pubblici in pareggio o nella ricucitura istituzionale (quella economica, ancora no) di una nazione per secoli ridotta a brandelli, per giunta suscettibili sempre di ulteriori strappi. Il retaggio della Destra Storica cavouriana risulterà essenziale anche su molti altri fronti: finanziario, amministrativo, giuridico, culturale. Ad esempio, il principio della Pubblica amministrazione imparziale, il concetto della neutralità statale a difesa di comunità e cittadini alle prese con l’invasione di campo di un primo assillante notabilato clientelare e predone: sono valori che nascono entrambi con la Destra Storica liberale, che sta al fascismo come il sole sta alla pioggia, cioè non ha nulla in comune. 

E dal momento che restano in sospeso parecchi interrogativi sulla tipologia futura della destra di governo guidata dalla presidente Meloni, la cui compagine dovrà misurarsi con un ventaglio politico-programmatico-culturale piuttosto largo e, a volte, caratterizzato da colori e tonalità assai differenti tra loro (destra thatcheriana o corporativa, destra europea o sovranista, destra moderna o strapaesana, destra liberale o dirigista eccetera), è opportuno che a queste domande siano date risposte cristalline, nitide, depurate da doppiezze decisionali e da cerchiobottismi dottrinari. Nella speranza che la scelta privilegi gli scaffali, i classici della Destra Storica (liberale) europea e italiana, quella non intrisa di statalismo, non malata di complottismo, non adusa al vittimismo e non predisposta al nostalgismo. 

Se ne gioverebbero tutti. La storia smetterebbe di essere sbandierata, utilizzata come mezzo di permanente battaglia politica contemporanea. E il lunghissimo dopoguerra italiano verrebbe finalmente consegnato alla lente di ingrandimento degli studiosi, non più alle quotidiane logomachie dei divisivi salotti politici tv.  

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