Il nuovo ministro degli Esteri cinese si è fatto molto apprezzare dall’élite economica e politica statunitense quando era ambasciatore a Washington. La sua nomina a ministro accende le speranze per quanti ritengono possa spingere le due sponde del Pacifico verso la cooperazione, per il benessere e la sicurezza del mondo ma… L’opinione di Enrico Fardella, visiting scholar presso la John Cabot University e direttore del progetto ChinaMed.it

In un editoriale pubblicato sul Wahington Post, il neo-ministro degli Esteri cinese, Qin Gang, ha voluto salutare gli Stati Uniti d’America, dove ha vissuto come Ambasciatore della Repubblica Popolare, fino al 30 dicembre 2022.

Nell’articolo, Qin ricorda delle sue molteplici visite presso aziende agroalimentari dove ha visto con i suoi occhi cosa significhi cooperazione. Cooperazione tra le due sponde del Pacifico per una catena globale di approvvigionamento alimentare sicura. Parla con sincerità delle visite a stabilimenti industriali e fabbriche dove ha incontrato i lavoratori statunitensi, osservando i mutui benefici degli investimenti cinesi negli Usa. In ultimo, si sofferma sulla fitta interdipendenza tra Washington e Pechino, testimoniata dagli enormi container che lui stesso ha visto imbarcare nei porti di Boston e di Long Beach.

Nativo di Tianjin, ha studiato all’Università delle Relazioni Internazionali di Pechino, una scuola con stretti legami sia con il ministero degli Esteri che con la principale agenzia di spionaggio cinese. Dopo un periodo presso la United Press International ha fatto carriera all’interno del ministero con ruoli a Pechino e a Londra. Durante la permanenza come ambasciatore a Washington è riuscito a costruire proficui rapporti con il tessuto americano, in particolare con la comunità economica, grazie allo stile pragmatico con cui è uso affrontare i problemi.

A differenza di altri diplomatici a Washington, Qin ha lanciato alcuni dei messaggi più moderati della Cina sui temi di comune interesse. Ha sostenuto che Pechino avrebbe cercato di impedire alla Russia di invadere l’Ucraina se lo avesse saputo e ha minimizzato il rischio di una guerra con Taiwan. Non ha perso occasioni per ricordare come il decoupling, lo “sganciamento” delle catene di approvvigionamento, non sia nell’interesse di nessuno.

Tuttavia, nonostante le qualità del personaggio, c’è chi sostiene che la faglia tra Usa e Cina sia più profonda di quanto un singolo individuo possa sanare. “Qin Gang, per quanto autorevole non ha capacità di avviare una trasformazione nel rapporto tra Stati Uniti e Cina”, afferma il sinologo Enrico Fardella in una conversazione con Formiche.net.

E prosegue: “Il ministro degli esteri in Cina non ha un reale potere decisionale e viene di solito affidato a figure emergenti che in quanto tali non occupano ancora posizioni centrali nella gerarchia del partito. I rapporti tra Cina e Stati Uniti sono in crisi a causa di una divergenza strutturale tra gli orizzonti di queste due potenze. Solo una reale revisione di tali orizzonti, da una o entrambe le parti, potrebbe portare a una nuova sintonia nelle relazioni bilaterali”.

Alla domanda su quali scenari potrebbero spingere a rapporti più amichevoli, il professore è chiarissimo. “Ci sono due opzioni a mio parere. Un deciso cambio di rotta di Xi Jinping, simile a quello che fece Mao alla fine degli anni 60 con la chiusura della fase più cruenta della Rivoluzione Culturale e l’apertura verso gli Stati Uniti. Oppure una trasformazione al vertice del partito come quella che nel 1978 permise a Deng Xiaoping di sintonizzare le politiche economiche ed estere del paese con quelle di Washington”.

E conclude: “In mancanza di trasformazioni strutturali di questo calibro, le aperture di Qin Gang dovranno essere dunque interpretate sul piano tattico. Per poter gestire al meglio la profonda crisi economico-sociale che la Cina sta vivendo è necessario ammorbidire i toni e ampliare gli spazi di cooperazione per diluire la tensione internazionale e indebolire al contempo le fronde anticinesi in Occidente”.

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