Pubblichiamo il racconto degli ultimi giorni di Franco Roccella, tra i fondatori del Partito Radicale, nell’estratto del volume “Una famiglia radicale”, edito da Rubbettino, scritto da sua figlia Eugenia, oggi ministro per la Famiglia, Natalità e Pari Opportunità

Chi fa il mestiere di storico sa che esistono uomini la cui importanza non è possibile rintracciare in nessun archivio, in nessun documento, e Franco è uno di questi. Ha lasciato pochissimi scritti, non ha mai raccolto i suoi discorsi e interventi. Chi cerca negli archivi di quella che più di ogni altra è stata la sua creatura, l’Ugi, resta sorpreso da quanto poco si trovi di lui e su di lui. Eppure se si parla con i protagonisti di quella stagione, persone di diverse generazioni, tutte riconoscono il proprio debito, dichiarano di essere state segnate dall’incontro con Franco, testimoniano come di quella esperienza lui fosse l’anima.

È stata forse proprio la forza strabordante della sua intelligenza che gli ha impedito di fissare in qualche pagina quello che ha prodotto culturalmente e politicamente; è stata forse proprio un’eccessiva vivacità intellettuale che gli ha impedito di raccogliere i frutti di quello che ha saputo dare. Ha vissuto sapendo che il luogo dove si scontrano le contraddizioni è la vita di ogni giorno, e che a queste non è possibile sottrarsi.

Negli ultimi anni è voluto tornare a fare politica a Riesi, e il legame così intenso con le sue radici non è solo una delle tante contraddizioni della sua esistenza, ma anche, per chi ha parlato con lui di quella scelta, un’intuizione profonda: che per cambiare davvero questo Paese non sono possibili scorciatoie, bisogna rimboccarsi le maniche e ricominciare dal punto di partenza.

Franco stava male da sei anni, ed era perfettamente consapevole e lucido sul suo male. Se si voleva capire il progredire della sua malattia bisognava parlare con lui, ancora prima che con i medici. Eppure questo non gli ha impedito nemmeno per un attimo di dismettere la sua intelligenza critica, di concedere nulla ai suoi interlocutori. Un’attitudine mentale che gli ha provocato spesso solitudine e anche sofferenza. Ma è stata la testimonianza del rigore di un’intelligenza alla quale fino all’ultimo giorno non ha abdicato.

Franco ha fatto progetti politici e di impegno civile fino a un mese dalla sua scomparsa. Sapeva bene che molti di quei progetti non si sarebbero mai realizzati, e a volte ci scherzava su. Ma sapeva anche che del suo progettare, dialogare, scontrarsi, con chiunque fosse il suo interlocutore, sarebbe rimasta una traccia, che si sarebbe concretizzata poi, in qualche forma, nella laica religione del fare.

Su Il Messaggero era uscito il necrologio di Marco: «Marco Pannella, con Mirella e Liliana, piange la morte di un fratello e amico indimenticabile e prezioso, accanto a Wanda, fortissima e tenerissima compagna, a Sarina ed Eugenia, Luigi, Francesco e Silvia, ricordando e raccogliendo della vita di Franco Roccella la forza e la limpidità straordinarie della parola, le illuminanti e suggestive intuizioni dell’intelligenza, l’autentica, tormentata ricerca di moralità e di impegno politico e civile, la drammatica fedeltà alle sue radici e alla sua Riesi, il coraggio e il dolore di vivere». Anche mia madre pubblicò un necrologio. Era molto breve. «È morto Franco Roccella, un uomo buono e generoso».

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