In ballo la questione (tutt’altro che innocua e indolore) della leadership, oltre ai temi legati ai contenuti, alle alleanze e soprattutto al sistema elettorale. Il commento di Giuseppe De Tomaso

Si fa presto in Italia a dire che serve e va costruito un autentico partito liberale. Non già perché non sia utile una formazione politica dichiaratamente ispirata ai princìpi di libertà, compresa, ovviamente, quella economica, quanto perché la fabbricazione di questa compagine potrebbe rivelarsi più scivolosa di una scalata alpina con le scarpette di gomma piuma.

La questione liberale, ossia di come far crescere l’idea liberale nelle elezioni e nelle decisioni di governo, non è nata ieri. Era sul tavolo della politica nazionale addirittura quando era in vita un partito liberale che si chiamava proprio Partito liberale. La questione faceva discutere nell’Italia della Prima Repubblica perché quel partito liberale, caratterizzato per lunga pezza dalla segreteria di Giovanni Malagodi (1904-1991), peraltro contrastato da un partito cugino e rivale, il Pri di Ugo La Malfa (1903-1979), non oltrepassò mai il tetto del 7% dei voti (e questa cifra fu pure un miracolo). Troppo poco per poter ambire all’obiettivo di trasformare un Paese ancora corporativo in una comunità autenticamente liberale.

Sulle cause della mancata affermazione di una forza politica davvero liberale dopo l’epoca cavouriana e l’età giolittiana, hanno cercato di fare luce intere biblioteche. E comunque persino nei decenni dell’Italia dei notabili, successiva all’unificazione nazionale (1861), il liberalismo italiano non si è mai presentato con una sola anima. Il che, obiettivamente, se si fosse verificato, sarebbe stato in contraddizione con la stessa natura plurale, concorrenziale e non monopolistica, del liberalismo. Ma le divisioni nel liberalismo italico oltrepassavano la misura, il livello di guardia. Le famiglie liberali dello Stivale non erano rissose come l’attuale famiglia reale britannica, ma raramente studiavano e suonavano lo stesso spartito. Un conto, ad esempio, era il liberalismo “conservatore” di Antonio Salandra (1853-1931), un conto era il liberalismo “progressista” di Giovanni Giolitti (1842-1928). Persino Benedetto Croce (1866-1952) e Luigi Einaudi (1874-1961), ossia i due mostri sacri della cultura liberale nazionale, incroceranno le rispettive penne su una materia più incandescente del sole: la proprietà privata. Per Croce, uno stato avrebbe potuto rimanere liberale anche in presenza di un’economia totalmente pubblica. Per Einaudi una simile affermazione era più blasfema di una bestemmia davanti all’altare.

Il cammino del Partito liberale proseguirà così, tra alti e bassi, o meglio tra una lite e l’altra, per lustri e lustri, fino all’esplosione provocata dalla miccia di Mani Pulite. In ogni caso, faceva da sempre capolino, nel suo viaggio, la tesi secondo cui il liberalismo non ha bisogno di un partito che lo evochi nel nome. L’importante, a parere di questi pensatori, era che il liberalismo si radicasse in tutti i gruppi politici, perché più che un’ideologia il liberalismo è un metodo, un atteggiamento, un sistema culturale che ripudia il possesso delle verità rivelate e la tentazione di imporsi con gli Ipse dixit. Ovviamente a questa corrente di pensiero si contrapponeva lo scetticismo di coloro che giudicavano illusoria la penetrazione liberale in tutti i partiti di stanza in parlamento, visto che la rappresentanza politica nazionale era condizionata da due chiese: la cattolica e la marxista. Entrambe refrattarie alla religione del dubbio, che è la quintessenza del liberalismo. Il ping-pong dialettico proseguiva poi con il richiamo a figure tipo Alcide De Gasperi (1881-1954) e Luigi Sturzo (1871-1959), due cattolici imbevuti di liberalismo più di numerosi esponenti dei cosiddetti partiti laici. Ergo: se De Gasperi era più liberale di molti sedicenti liberali, ciò significava che il seme del liberalismo può produrre i suoi prelibati frutti anche in altri terreni partitici. Obiezione all’obiezione: ma la stagione degasperiana è durata poco, non può costituire un argomento a favore della rinuncia a realizzare un partito liberale-liberale, anche perché è bene, per scongiurare delusioni e spiacevoli sorprese, che i liberali stiano con i liberali e i non-liberali con i non-liberali.

Il duello, tra i sostenitori del liberalismo collocato stabilmente in un partito ad hoc e i tifosi del liberalismo sparso in tutti i partiti con il disegno di contaminarli tutti, è andato avanti all’infinito, tanto è vero che, sotto-sotto o sopra-sopra, la disputa è ancora in corso. E la scelta non è facile. Beati coloro che posseggono, in tasca, la soluzione giusta. Anche perché il liberalismo non sta mai fermo. Più che a destra o a sinistra, si ritrova sempre altrove, e in alcuni casi decisamente avanti. Il che scoraggia demagogie e intruppamenti vari. Non solo. Essendo basato, sempre il liberalismo, sul primato del singolo rispetto al collettivo, sulla prevalenza dell’individuo rispetto allo stato, il tasso di autonomia e di indipendenza di ogni iscritto o simpatizzante di una sigla dichiaratamente liberale, sfiora spesso condotte anarchiche, la qual cosa non giova alla solidità, alla compattezza di un soggetto politico, tanto da alimentare il paradosso che ogni tesserato può corrispondere a una corrente. Deriva che si è palesata in Italia, ma anche nel resto del mondo, proprio perché il liberalismo è riformismo, pragmatismo, empirismo, procedura di scoperta giorno dopo giorno, tutto l’opposto dei diktat, dei dogmi da seguire alla lettera, o dei testi ideologici da imparare a memoria.

Matteo Renzi, Carlo Calenda, Benedetto Della Vedova, Alessandro De Nicola, Sandro Gozi e altri protagonisti vogliono dare vita a un partito liberaldemocratico senza se e senza ma, chiamando a raccolta i liberali di centrodestra e di centrosinistra. Ottimo proposito, fatte salve le osservazioni di cui sopra che, se erano valide ieri, forse lo sono oggi e lo saranno domani. Osservazioni che tirano in ballo innanzitutto il tema della leadership (tutt’altro che innocuo o indolore), seguito dagli aspetti collaterali legati ai contenuti e alle alleanze. Oltre che al sistema elettorale (a ogni terzo polo si addice il proporzionale). Scogli in grado di far saltare anche la nave corsara più scafata, se non vengono affrontati preventivamente con l’entusiasmo e la coesione che oggi caratterizzano il Napoli di Luciano Spalletti. Non sarà una partita comoda per i liberali italiani, anche se mai come adesso si è concretizzata, per loro, l’occasione di andare a rete, grazie anche alle crepe difensive nel centrodestra e nel centrosinistra.

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