I passi compiuti fin qui da Meloni in ambito atlantico e comunitario rappresentano il tentativo, non sempre agevole, di smentire le previsioni apocalittiche che pure fuori dai confini nazionali ne avevano accompagnato l’ascesa, e danno il senso di una bussola orientata su precise direttrici di marcia. L’analisi di Andrea Spiri, dipartimento Scienze politiche, Università Luiss Guido Carli

Confesso di avere accolto con poco stupore i risultati del sondaggio della Morning Consult sul gradimento dei leader a livello mondiale, e nello specifico non mi meraviglia il lusinghiero quinto posto che nella classifica di popolarità e fiducia viene occupato dal presidente del Consiglio italiano Giorgia Meloni.

In questi anni di legislature segnate dai valzer delle alleanze, nel corso delle quali sono saltate le coordinate strategiche dei partiti (o di ciò che di essi rimane), la leader di Fratelli d’Italia si è mossa lungo il sentiero della coerenza e tutto ciò ha pagato, riflettendosi positivamente sul giudizio dei cittadini desiderosi di un appiglio stabile che facesse da contraltare al susseguirsi delle crisi, all’incertezza sul futuro, al nuovo disordine globale che impatta sulla vita quotidiana. Meloni dispone – quantomeno nel medio termine – di un capitale di fiducia garantito dalla vaghezza identitaria e programmatica delle attuali opposizioni, e soltanto l’indisciplina dei suoi alleati riottosi sembra al momento poterle procurare leggeri grattacapi. Ѐ abbastanza naturale, pur tenendo conto dei lineamenti fluidi del nostro sistema politico, delle incoronazioni rapide e delle altrettante repentine detronizzazioni, che la luna di miele con l’opinione pubblica stia reggendo, non fosse altro che per il poco tempo trascorso dalla celebrazione del vincolo.

La tenuta di consenso intorno all’operato del capo dell’esecutivo giova naturalmente al Paese in termini di proiezione sui dossier complessi che affollano l’agenda europea e internazionale, nel momento in cui è ormai evidente come il conflitto in Ucraina abbia segnato l’avvio di un processo di ridefinizione degli assetti e delle alleanze globali. I passi compiuti fin qui da Meloni in ambito atlantico e comunitario rappresentano il tentativo, non sempre agevole, di smentire le previsioni apocalittiche che pure fuori dai confini nazionali ne avevano accompagnato l’ascesa, e danno il senso di una bussola orientata su precise direttrici di marcia, oltre naturalmente a segnalare lo scarto fra enunciazioni tipiche dell’armamentario di una forza di opposizione e responsabilità connesse all’esercizio della funzione di governo.

Non scordiamoci, tuttavia, che nel settembre scorso gli italiani hanno fornito a Giorgia Meloni un’investitura certa (la più solida in termini elettorali dal 2011), ma comunque tiepida e minoritaria, conseguenza del fatto – sottolineavano allora le analisi politologiche – che la coalizione di destra-centro ha raccolto il 44 per cento dei consensi nell’appuntamento con il voto meno partecipato della storia repubblicana, essendosi recato alle urne il 63 per cento degli aventi diritto. Un “vizio d’origine” che rischia di rallentare il cammino del premier, che non può non essersi posto il problema di come favorire le dinamiche di scongelamento del quadro politico e quelle di tessitura di nuovi equilibri sulla cui definizione saper intercettare nuove istanze sociali. Il discorso investe il piano della strategia  politica, ma certamente anche quello dell’articolazione identitaria.

L’altra faccia della medaglia dell’analisi di Morning Consult è rappresentata dal fatto che il differenziale tra sentimenti di approvazione e impulsi alla disapprovazione nel caso di Meloni sia ridotto al minimo (48 vs 46 per cento), a segnalare un trend che le tabelle statistiche restituiscono nel loro significato negativo. Ѐ interessante notare, però, che il tasso di giudizi positivi si mantiene stabile sopra la soglia del 50 per cento dalla nascita del governo fino al 7 gennaio 2023, registrando un’inversione di tendenza a partire dal giorno successivo. Il brusco aumento del costo dei carburanti, conseguenza dello stop al taglio delle accise, sembra quindi aver proiettato la sua ombra sinistra su Palazzo Chigi. Resta da capire se si tratti di un’oscillazione fisiologica o del primo vero segnale di disaffezione nei confronti di Giorgia Meloni. La quale, da ultimo, ha l’ingrato compito di delineare prospettive di avvenire per un Paese stanco e sfiduciato, ben immortalato dalla fotografia di Morning Consult: per il 63 per cento dei nostri connazionali, le cose in Italia non vanno assolutamente nella direzione giusta.

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