Per circa vent’anni gli elettori hanno votato per le elezioni parlamentari sapendo di concorrere a votare anche per il capo dell’esecutivo. È stata la stagione del bipolarismo, con due schieramenti che si sono alternati al governo e con i rispettivi leader candidati alla presidenza del Consiglio. Un sistema che si è modellato su quello britannico, il cosiddetto “modello Westminster”. L’analisi del costituzionalista Tommaso Edoardo Frosini, ordinario all’Università Suor Orsola Benincasa

Nella conferenza stampa di fine anno, la presidente Giorgia Meloni è tornata sul tema del presidenzialismo, coerentemente con quanto aveva già detto nel discorso programmatico alle Camere sulla fiducia e, soprattutto, in campagna elettorale. Anche stavolta ha fatto un esplicito riferimento al semipresidenzialismo francese, quale possibile modello da emulare. È vero che questa ipotesi di riforma costituzionale aveva trovato in passato adesioni, anche da parte delle attuali opposizioni, e pure voti parlamentari, ma è altrettanto vero che non può essere garantito un funzionamento a la francese. Laddove cioè il Presidente della Repubblica è di fatto, ma non di diritto, capo del governo, a condizione di avere una maggioranza parlamentare espressione del partito di cui lui stesso è leader. Complice un sistema elettorale maggioritario e una Costituzione calibrata sul suo ruolo, come la volle De Gaulle quando la varò nel lontano 1958.

L’Italia ha conosciuto un’altra esperienza istituzionale di forma di governo cosiddetto del premierato. Per circa vent’anni gli elettori hanno votato per le elezioni parlamentari sapendo di concorrere a votare anche per il capo del governo. È stata la stagione del bipolarismo, con due schieramenti che si sono alternati al governo e con i rispettivi leader candidati alla presidenza del Consiglio. Un sistema che si è modellato su quello britannico, il cosiddetto “modello Westminster”, dove il leader del partito che vince le elezioni diventa primo ministro, salvo la possibilità, da parte dello stesso partito, di cambiarlo (come è accaduto, di recente, con Johnson e Truss).

La proposta che qui si vuole avanzare è quella di codificare in costituzione questo sistema attraverso l’elezione diretta del primo ministro. Un sistema che gli italiani conosco e apprezzano quando votano per il sindaco del proprio comune oppure per il presidente della propria regione. L’elezione a suffragio universale del primo ministro rafforzerebbe la figura e il ruolo del capo del governo, il quale sarebbe l’effettivo titolare dell’indirizzo politico, con alcune prerogative costituzionali, quali il potere di scioglimento anticipato delle Camere e la revoca dei ministri. E con un Presidente della Repubblica, immutato nel suo ruolo e nelle sue prerogative, quale potere neutro e garante della Costituzione.

Il capo del governo dovrebbe essere sostenuto da una maggioranza parlamentare, espressione di un sistema elettorale che premia, maggioritariamente, la lista o le coalizioni di liste che sostengono il candidato primo ministro. E con il meccanismo, già presente a livello locale e regionale, del cosiddetto simul stabunt simul cadent, e cioè che governo e Parlamento nascono e cadono insieme, e quindi se le Camere sfiduciano il governo si autosciolgono, in modo che si possa tornare alle urne per eleggere nuovamente governo e Parlamento, che sono legati e collegati l’uno all’altro.

Un governo scelto dal popolo per un governo di legislatura. Non è presidenzialismo ma neoparlamentarismo. Ovvero, un’evoluzione del sistema parlamentare, di cui conserva il rapporto fiduciario, che si sviluppa nel senso di garantire stabilità e restituire centralità alla sovranità popolare. Per avere governabilità senza comprimere la rappresentanza.

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