Come si può mantenere la convinzione di un commercio più libero per un mondo più libero? È quanto dovrebbero chiedersi i leader di Usa e Ue prima che sia troppo tardi e si torni alla frammentazione dell’economia internazionale. Il commento di Giuseppe Pennisi

Ai tempi del grande negoziato sulla liberalizzazione degli scambi (il “Kennedy Round” della seconda metà degli anni Sessanta, una trattativa che riguardava principalmente gli Stati Uniti e l’Europa), a Villa Le Bocage, sede allora del segretariato del Gatt (“General Agreement on Tariffs and Trade”- l’accordo “provvisorio” che durò cinquanta anni e venne trasformato in Organizzazione mondiale del commercio, Omc), c’erano due certezze: a) alla fine delle lunghe notti ginevrine, sul Lago Lemano sorge sempre il sole e b) i negoziatori arrivano esausti, ma rinvigoriti da tanti bicchieri di brandy & soda, bevanda preferita dell’allora direttore generale del Gatt, sir Eric Wyndham White, alla quale si erano poco a poco abituati tutti gli altri. C’erano anche due principi di base che dovevano essere stella polare della trattativa: a) la non discriminazione (ossia la clausola della nazione più favorita) e b) la reciprocità.

Oggi 17 gennaio 2023, il Consiglio economico e finanziario dell’Unione europea (Ecofin) si riunisce e ha le relazioni inter-atlantiche come argomento di fondo, soprattutto cosa fare a fronte di norme Usa che ampliano a dismisura gli aiuti di Stato alle imprese nazionali. A Davos, questo è uno dei temi principali all’ordine del giorno. Ci sono anche riunioni tecniche tra delegazioni della Commissione europea e dell’amministrazione Usa. L’Omc resta sullo sfondo, poiché, priva dei suoi organi giurisdizionali, non ha denti per mordere e anche ove li avesse, ci vorrebbero anni prima che si giungesse a una sentenza in grado di farli usare.

Indubbiamente, una soluzione ai problemi sul tappeto si troverà anche perché, con una guerra su suolo europeo, nessuno si può permettere un conflitto commerciale, finanziario e industriale tra Stati Uniti ed Europa. Sarà probabilmente una soluzione macchinosa e rivolta ai problemi immediati o di breve periodo. O una serie di toppe che renderanno la regolazione del commercio mondiale (nonché degli investimenti internazionali) un “vestito d’Arlecchino”. Anche il marchingegno apparentemente più semplice – accordi tra “grandi mercati comuni/zone di libero scambio” diventa estremamente complicato se si arriva alla fine delle lunghe notti di Ginevra, con un’alba tremolante, senza brandy & soda, senza un paio di principi di base che diano corpo alla profonda convinzione che un commercio più libero ed investimenti più liberi sono essenziali per un mondo più libero.

Siamo – è vero – in un’epoca in cui il brandy & soda è passato di moda e si vogliono mettere pure alle bottiglie di vino etichette che ne scoraggino il consumo. Con cosa sostituiamo i principi della non discriminazione e della reciprocità e manteniamo la convinzione di un commercio più libero per un mondo più libero?

È quanto ci si deve chiedere, mentre si cercano soluzioni immediate necessariamente di breve periodo. Se lo dovrebbero chiedere i leader di Usa e Ue. Prima che sia troppo tardi e si torni alla frammentazione dell’economia internazionale.

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