Il ministro ha più volte ribadito che non intende in alcun modo intervenire sulle intercettazioni relative a reati di mafia, terrorismo o altri “reati satellite”, tra cui rientra anche la corruzione. Ciò su cui Nordio ha dichiarato di voler intervenire è una cosa ben diversa… L’intervento di Guido Stampanoni Bassi, avvocato e direttore della Rivista Giurisprudenza Penale

Negli ultimi giorni si è scatenata una incredibile caccia all’uomo nei confronti del ministro della Giustizia Carlo Nordio, reo di aver ribadito la necessità di contrastare l’abuso delle intercettazioni e di aver affermato che il Parlamento non deve essere “supino” ed “acquiescente” alle posizioni dei Pubblici ministeri (non ha fatto altro, cioè, che ribadire il principio della separazione tra poteri dello Stato).

La campagna mediatica ha toccato il fondo con la raccolta di firme lanciata dal Fatto Quotidiano con la quale si chiedono le dimissioni del ministro, colpevole di aver “mentito più volte alle Camere, di aver polemizzato con i pm che hanno arrestato Messina Denaro e di aver minacciato riforme incostituzionali”.

La principale accusa mossa al ministro Nordio – su cui sono a più riprese intervenuti magistrati ed ex magistrati – sarebbe quella di essersi schierato “contro” (?) una parte della magistratura e di aver addirittura proposto di volere eliminare lo strumento delle intercettazioni. Tutto ciò – e questa sarebbe un’aggravante – proprio il giorno in cui si celebrava l’arresto di Matteo Messina Denaro.

Le posizioni del ministro – ha sostenuto Gianrico Carofiglio su La7 – si spiegherebbero con un non meglio precisato “rancore” che sembrerebbe animare le sue dichiarazioni, dovuto ad un altrettanto non meglio precisato risentimento dovuto al trattamento a lui riservato da una parte dei suoi ex colleghi. Sempre Gianrico Carofiglio – nel non certo aspro contraddittorio a lui riservato da Otto e Mezzo – ha ricordato, preannunciando i pericolosi scenari che ci aspettano con le “riforme Nordio”, come “la trama quotidiana di condotte illegali verrebbe destinata all’impunità rimuovendo lo strumento delle intercettazioni”. Mi chiedo se chi abbia acceso il proprio televisore su La7 abbia davvero pensato che il ministro Nordio voglia “rimuovere le intercettazioni”.

Ora, a meno di non voler credere che ai lettori e ai telespettatori possa essere propinato qualunque tipo di narrazione – ritenendoli, evidentemente, non in grado di distinguere l’utilità di uno strumento investigativo dal suo abuso – occorre mettere qualche punto fermo.

D’altronde – scriveva qualcuno – “le parole servono a comunicare e raccontare storie. Ma anche a produrre trasformazioni e cambiare la realtà. Quando se ne fa un uso sciatto e inconsapevole o se ne manipolano deliberatamente i significati, l’effetto è il logoramento e la perdita di senso. Se questo accade, è necessario sottoporre le parole a una manutenzione attenta, ripristinare la loro forza originaria, renderle di nuovo aderenti alle cose” (cit. Gianrico Carofiglio, La manomissione delle parole, Rizzoli, 2010).

Proviamo, allora, ad esercitarci in questo tipo di operazione.

Il ministro Nordio ha svolto, per decenni, le funzioni di procuratore e continuare a ribadire che lo stesso sarebbe contro lo strumento delle intercettazioni, nel suo complesso, al punto da volerle rimuovere significa fare un torto all’intelligenza del ministro e di chiunque si trovi ad ascoltare una tale affermazione.

Il ministro ha più volte ribadito che non intende in alcun modo intervenire sulle intercettazioni relative a reati di mafia, terrorismo o altri cd. “reati satellite” (testualmente ha affermato: “Lo ripeto un’altra volta, anche se ormai credo sia inutile dirlo. Non si è mai inteso toccare le intercettazioni che riguardano il terrorismo, la mafia e ovviamente quei reati che sono satelliti di questi fenomeni perniciosi”). Lo stesso ministro ha poi precisato che tra questi reati rientra anche la corruzione.

Ciò su cui il ministro ha dichiarato di voler intervenire è una cosa ben diversa: è il cd. “abuso” delle intercettazioni (testualmente ha affermato: “Se non interverremo radicalmente sugli abusi delle intercettazioni cadremo in una sorta di democrazia dimezzata. […] Qui, con riferimento alle intercettazioni ‘giudiziarie’, c’è il pasticcio colossale perché per fare la punta troppo aguzza, la punta si è spezzata. Perché transitando dal pm al gip, attraverso il deposito ai difensori e con il transito tra segreterie e cancellerie e nel contraddittorio delle perizie, le intercettazioni finiscono sotto osservazione, sotto il controllo e a conoscenza di decine di persone. E poiché tutti hanno il diritto di ascoltare tutte le intercettazioni – gran parte delle quali riguardano persone che non hanno niente a che vedere con i processi – ecco l’abuso su cui sicuramente interverremo. Perché si tratta di notizie che diffamano e vulnerano l’onore privato dei cittadini”).

Da ultimo, occorrerebbe anche far notare come non esista ancora alcun testo di alcuna riforma delle intercettazioni presentata dal ministro, motivo per cui viene da chiedersi sulla base di cosa – se non di un mero processo alle intenzioni – le stesse possano essere già state definite “incostituzionali”.

È facile comprendere come interventi quali quelli annunciati dal ministro possano non piacere affatto a quella parte dell’informazione che ha fatto della gogna mediatica e della pubblicazione delle intercettazioni il proprio core business. Lo comprendiamo e francamente non ci meraviglia.

L’abuso di cui parla il ministro – che non ambisce affatto a eliminare le intercettazioni – però esiste e deve essere affrontato. Ed è un abuso che ha una duplice connotazione, perché attiene tanto ad un ricorso smodato allo strumento delle intercettazioni (e, lo si ribadisce, non si sta parlando di inchieste di mafia o terrorismo), quanto alla loro incontrollata divulgazione sulla stampa.

Quanto al primo aspetto, si pensi alla prassi – su cui la giurisprudenza è più volte intervenuta – consistente, ad esempio, nella contestazione di un reato più grave di quello che emerge dalle indagini, al solo scopo di sottoporre l’indagato a intercettazioni per vedere poi quel che esce fuori. In questi casi – e lo dice la Cassazione – vi è proprio la necessità di «prevenire abusi da parte dell’organo requirente, che potrebbe preordinatamente servirsi di una qualificazione giuridica insostenibile al solo scopo di giustificare l’inizio delle captazioni». Per non parlare delle ipotesi – note a chi frequenta le aule di giustizia (e meno a chi frequenta i salotti televisivi) – in cui i provvedimenti con cui si autorizzano le intercettazioni altro non sono che il copia-incolla delle richieste presentate dai pubblici ministeri, senza alcuna vera valutazione su ciò che emerge dalle indagini.

Quanto al secondo aspetto, è all’ordine del giorno l’indegna prassi della pubblicazione, senza il minimo scrupolo, di qualunque tipo di intercettazione, incluse quelle prive di rilevanza penale o riguardanti persone che non sono neanche indagate.

Fingere che tali problemi non esistano – accusando chi ne parla di essere contro la lotta alla mafia o di voler garantire l’impunità a schiere di criminali – altro non è che, appunto, pura e semplice manomissione delle parole.

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