I Popolari italiani possono tornare strategici ricostruendo la linea euro-mediterranea del popolarismo europeo che riannoda l’asse nord/sud oggi zoppicante e contribuendo a confermare il legame con la Dottrina Sociale della Chiesa che può essere richiamata. L’intervento di Giancarlo Chiapello, segreteria nazionale Popolari/Italia Popolare

Il popolarismo è riducibile a una sorta di “politica di centro”, a un “patto federativo” con forze politiche che gli attribuirebbero uno spazio, un ruolo? Queste in sintesi sono le domande che suscita la proposta avanzata da Giorgio Merlo su Formiche.net che ultimamente è tornato a parlare della tradizione popolare e che ha certamente un filo conduttore che va studiato e considerato con l’attenzione che merita: basta riprendere quello che ad esempio scriveva in “Democratici e Cattolici” con prefazione di Dario Franceschini, “abbiamo accettato di essere il ‘lievito’ e il ‘sale’ di una nuova fase politica, di una nuova stagione dell’impegno dei cristiani nei partiti e nella vita politica e istituzionale. Lo abbiamo fatto avvertendo la necessità di una ‘contaminazione’ con culture e sensibilità politiche diverse ma non per questo estranee e distanti… la tesi di coloro che attraversano il ricorrente ‘terzo polo’ e vogliono ricostruire la fortuna di un ‘centro autonomo’ e autosufficiente, inesorabilmente ripropongono un blocco trasformistico funzionale alla sola logica di governo che di volta in volta può orientare questo schieramento”.

Una tesi questa che recupera solo uno stile involgarito di una mediazione al ribasso tesa a un rilancio neoconsociativo della politica italiana…e nella Margherita i popolari hanno ancora oggi una responsabilità in più: e cioè quella di continuare a riconciliare i cattolici con il “bipolarismo” o nel suo libro “Pd, l’utopia possibile” con eguale autore introduttivo, “non trovo nulla di particolarmente scandaloso se un ‘partito plurale’ come il Pd registra un pluralismo di voci al suo interno” o a fine 2017 diceva relativamente a “Liberi e Uguali” come soggetto plurale o la proposta di una sorta di costituente di centro/Margherita 2.0 da presidente nazionale di “Noi di Centro”.

Il timore è che semplicemente lo schema perseguito per vent’anni a sinistra con i post comunisti, venga solo spostato nel Terzo Polo, aderente a Renew Europe (in cui si trova anche Più Europa), o i post-missini in Fratelli d’Italia che annovera la presidente Meloni a capo dei Conservatori europei, per fare una semplificazione dell’attuale mercato politico. Tale schema, in sostanza, ridurrebbe proprio il popolarismo da dottrina quale è, che comporta un’identità, a un metodo, nascondendo, di fatto, un centrismo ad aggettivazione solo formale o un mero moderatismo. Abbandonando, dunque, tale linea, che, per chi ha vissuto una resistenza popolare, come i Popolari/Italia Popolare, per non far venire meno, negli anni delle lezioni supponenti sulla bontà dei partiti unici, la voce e la presenza autonoma del popolarismo, è stata analizzata, tra botanica, trattini tra parole, contaminazioni, federazioni, ecc…, ma avversata, serve probabilmente fare una scelta precisa, tra provincialismo o europeismo, che non lega semplicemente una tradizione politica solo a salvezze individuali di vecchi eletti e tra richiamo formale o faticosa ricolleganza con l’arcipelago cattolico oggi afono e abbandonato ad un mal interpretato pluralismo che ha permesso l’infiltrazione di ideologie che hanno determinato fratture (sfruttate da chi ha sostenuto la polarizzazione politica) che urge superare. Per questo secondo aspetto, confermando le radici popolari nell’ispirazione cristiana si possono richiamare le parole di Benedetto XVI, che spazzano via d’un colpo conservatori e progressisti: “È nel Vangelo che i cristiani trovano ispirazione per la vita quotidiana e per il loro coinvolgimento negli affari del mondo – sia che ciò avvenga nel Parlamento o nella Borsa. I cristiani non dovrebbero sfuggire il mondo; al contrario, dovrebbero impegnarsi in esso. Ma il loro coinvolgimento nella politica e nell’economia dovrebbe trascendere ogni forma di ideologia” (“Tempo di impegno nel mondo per i cristiani”, Financial Times, 21 dicembre 2012).

La scelta di una strategia europeista del popolarismo è stata ben abbozzata nell’intervista di Federico Di Bisceglie a Paolo Alli che, guardando all’Europa, parla dell’orizzonte strategico delle elezioni del 2024: la sfida è ridare una dimensione solida al popolarismo ricordando, come fa il presidente di Alternativa Popolare che “tra conservatorismo e popolarismo ci sono distanze notevoli. Il conservatorismo è una posizione che ha caratteristiche centraliste, il popolarismo ha un approccio liberale. Non sono filosofie facilmente conciliabili, per cui non penso che sia all’orizzonte la costruzione di un partito unico in Europa tanto meno in Italia”. Con questo sguardo si riporta nella dimensione provinciale, politicista e non strategica ogni idea centrista rendendo, però, non rinviabile una riorganizzazione popolare collegata al Ppe che, pur aprendosi a schemi nuovi di alleanze, non può liquefare la propria identità in una semplice ricorsa della destra o, in Italia, dipendenza da essa e che non può che risultare ostico a chi ad esempio determinò l’errore dell’uscita del Ppi da esso diventando per un decennio, senza particolari sussulti, socialista. I Popolari italiani così possono tornare strategici ricostruendo la linea euro-mediterranea del popolarismo europeo che riannoda l’asse nord/sud oggi zoppicante e contribuendo a confermare il legame con la Dottrina Sociale della Chiesa che può essere richiamata, pensando alle esortazioni di papa Francesco, usando le parole di un democratico cristiano, Igino Giordani: “I laici sono gli apostoli più diretti d’un compito oggi vitale per la Chiesa e per la società: se essi vivono la carità generano la pace nelle famiglie, nei partiti, negli Stati, nel mondo; perché la pace si fa: si costruisce e ricostruisce attimo per attimo”.

 

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