In Italia, Paese che ha avuto in passato una solida tradizione di partiti organizzati, le primarie sono in auge ad opera del Pd, a partire dalla fase “americana” di Walter Veltroni. Un paradosso: l’ultimo partito che un poco somiglia a quelli organizzati della prima Repubblica, è stato anche il primo ad adoperare gli strumenti di un’esperienza politica che non conosce i partiti organizzati, almeno come quelli nostri di una volta… La rubrica di Pino Pisicchio

Forse dovremmo smetterla tutti di dare buoni consigli al Pd. Un po’ per non somigliare alle comari di Fabrizio de Andrè che davano i buoni consigli perché non potevano più dare il cattivo esempio, ma anche perché i buoni consigli non li sente più nessuno, figurarsi un partito abbastanza provato dal voto degli elettori e per di più in mezzo al fuoco d’artificio delle primarie.

In aggiunta confesso di non essere mai stato un tifoso delle primarie, interessanti più per gli “effetti collaterali” che scatenano piuttosto che per la selezione del capo, quasi sempre poco contendibile. È il contorno, dunque, quello che suscita attenzione. Perché mai il candidato (o la candidata, siamo in area politically correct) X, che in tutta evidenza ha le stesse probabilità di essere scelto(a) che ho io di vincere il festival di Sanremo nella sezione dei giovani esordienti, si presenta ad un appuntamento così impegnativo con la certezza di fare un giro a vuoto? Ma ovvio: perché il suo sforzo non sarà affatto inutile. Il candidato(a) X sarà premiato(a) con una quota di potere interno, corrispondente più o meno al consenso che saprà raccogliere. Quel potere sarà spendibile negli incarichi di partito ma anche nelle quote eventualmente spettanti in caso di cariche di nomina politica perché anche le opposizioni hanno diritto a qualcosa in un regime parlamentare.

Poi per il governo non si sa mai: chi avrebbe mai scommesso in un ingresso del Pd in area governativa nella passata legislatura? Eppure è avvenuto e i ministri e sottosegretari sono stati assegnati in base ai “pesi” congressuali dei capi delle correnti interne. E infine, non va mai dimenticato che, in un tempo in cui la legge elettorale è fatta con le liste bloccate, gli eletti vengono cooptati dai partiti e nel Pd le cooptazioni seguiranno, in massima parte, i dosaggi imposti dalle correnti. Insomma, il paradosso dei paradossi: dopo anni di vilipendio al principio proporzionalistico da parte del Pd sul piano delle regole per eleggere, le primarie ripristinano una logica proporzionale mutuata direttamente dal manuale del dottor Cencelli, l’algoritmo distributivo della gloriosa Dc. E, per concludere sui prodotti secondari delle primarie, non dimentichiamo che il ricorso al popolo dei militanti resta sempre una risorsa rivitalizzante per un partito in crisi: poter registrare milioni di votanti significa dire alla politica “guardate, noi siamo in grado di mobilitare le masse e voi no”. Certo una cosa è muovere le gambe fino alle urne, una cosa è fare click sullo smartphone, alla maniera dei grillini old fashion. Pare, però, che abbiano trovato un compromesso per obbligare allo sgambettamento, salvo motivati impedimenti- certificati dalla Asl, presumo – che aprirebbero l’accesso al voto da remoto. Staremo a vedere.

Dunque, gli effetti collaterali della procedura hanno un loro che, anche se non sembra. Le primarie sono un’importazione: vengono dall’America, che le pratica dalla notte dei tempi per scegliere i candidati che poi rappresenteranno il popolo negli scranni del Parlamento o addirittura sul trono del Presidente. C’è un motivo per le primarie americane: lì non sono mai esistiti partiti organizzati come da noi nella Prima Repubblica, non c’è mai stata mediazione tra popolo sovrano e assemblee parlamentari e i partiti (due) hanno rappresentato solo dei comitati elettorali che si organizzano in occasione delle scadenze canoniche. Chi ha mai conosciuto il segretario del Partito Democratico o di quello Repubblicano? Nessuno. E giustamente, perché non ci sono figure di capi di partito come quelle note nelle democrazie europee, semplicemente perché non esiste il “partito organizzazione”, ma solo il “partito sentiment”. Ecco, dunque, che le primarie servono a colmare quel vuoto di politica consentendo un rapporto tra popolo e candidati e vengono regolate – con modalità differenti  tra Stato e Stato – in modo scrupoloso, distinguendo, peraltro, quelle “aperte”, in cui va a votare una platea che va oltre gli iscritti al partito, e “chiuse”, dove gli elettori, invece, sono solo i militanti. In Italia, Paese che ha avuto in passato una solida tradizione di partiti organizzati, sono in auge ad opera del Pd, a partire dalla fase “americana” di Walter Veltroni.

Un paradosso anche questo: l’ultimo partito che un poco somiglia a quelli organizzati della prima Repubblica, è stato anche il primo (e l’unico, almeno per l’adozione sistematica) ad adoperare gli strumenti di un’esperienza politica che non conosce i partiti organizzati, almeno come quelli nostri di una volta. Per quel che se ne comprende ha funzionato abbastanza per gli effetti collaterali. Per il resto un po’ meno. Ma oggi siamo in una nuova e incognita terra e tutto può succedere (?).

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