Qin Gang è stato descritto come un “guerriero lupo”, riprendendo la definizione di Xi Jinping. Ma l’ex ambasciatore a Washington che guiderà la diplomazia cinese negli ultimi mesi ha cercato di costruire un rapporto con i vertici dell’amministrazione americana. I canali su temi come cambiamenti climatici e pandemie sono aperti, il che è fondamentale ora che i casi Covid in Cina rischiano di alimentare una nuova ondata globale

Qin Gang, da poco nominato ministro degli Esteri cinese, è stato un wolf warrior, un “guerriero lupo” nella definizione della diplomazia cinese di Xi Jinping, ovvero un rappresentante di una Cina proiettata a grandi passi verso un futuro di grande potenza egemonica, che ha spesso mandato messaggi al vetriolo nei confronti di chi si metteva di traverso a questa cavalcata. Ma negli ultimi mesi da ambasciatore a Washington è riuscito anche a costruire dei rapporti con il tessuto americano. In particolare con la comunità economica, grazie allo stile pragmatico con cui è uso affrontare i problemi.

A differenza di altri inviati a Washington, Qin ha lanciato alcuni dei messaggi più moderati della Cina su alcuni temi. Ha sostenuto che Pechino avrebbe cercato di impedire alla Russia di invadere l’Ucraina se lo avesse saputo e ha minimizzato il rischio di una guerra con Taiwan.

Nativo di Tianjin, ha studiato all’Università delle Relazioni Internazionali di Pechino, una scuola con stretti legami sia con il ministero degli Esteri che con la principale agenzia di spionaggio cinese. Dopo un periodo presso la United Press International ha fatto carriera all’interno del ministero con ruoli a Pechino e a Londra. Questi elementi rafforzano la posizione di quanti ritengono che la sua nomina a ministro degli Esteri significhi che Xi stia cercando di tornare a una strategia diplomatica di basso profilo.

Il compito è arduo. La Repubblica Popolare è senza dubbio lo sfidante più credibile (probabilmente anche l’unico) all’ordine internazionale basato sulle regole in cui si riconoscono le democrazie occidentali. D’altra parte se un Paese vuole proporsi come leader globale deve proiettare un’immagine positiva di sé, e Pechino è alle prese con una crisi di immagine gigantesca, tra politiche commerciali aggressive e, soprattutto, la gestione del Covid-19.

Nel 2019-2020, il governo cinese ha tenuto nascosto al resto del mondo un’epidemia di cui conosceva perfettamente la gravità. La successiva politica dello zero Covid ha scatenato rivolte popolari con le sue regole draconiane per contenere i focolai. Oggi l’abbandono di quella linea per evitare sommosse sta per scatenare una nuova ondata pandemica globale, con la possibilità di favorire nuove varianti.

Sovviene dunque, ai fini di questo articolo, il tweet lanciato dall’attuale ministro degli esteri cinese quando era ancora ambasciatore negli Stati Uniti. A proposito dell’epidemia, Qin diceva: “E se i nostri Paesi lavorassero insieme per trovare soluzioni, ad esempio vaccini più efficaci?”. All’epoca Qin era occupato a parare le accuse di Donald Trump che chiamava il Covid-19 Cina-virus.

Ad oggi si può dire che Qin Gang sia diventato un punto di riferimento importante nel difficile dialogo sino-americano, e nelle ultime settimane nel suo incarico da ambasciatore ha incontrato sia Janet Yellen che Antony Blinken, con cui si è sentito al telefono poche ore fa. Di sicuro, su alcuni temi come le pandemie globali e il cambiamento climatico, i canali sono aperti.

Condividi tramite