Se la cessione di sistemi di Difesa aerea all’Ucraina rischia di impoverire la protezione del sistema nazionale, c’è da sottolineare da un lato l’apporto positivo che tali sistemi potranno avere sulla difesa ucraina, e dall’altro il fatto che la dimensione della difesa aerea è da sempre delegata alla Nato, nella cui sede sarà opportuno discutere per programmare un potenziamento dell’intera architettura alleata di protezione dei cieli. Il punto del generale Leonardo Tricarico, presidente della Fondazione Icsa, già capo di Stato maggiore dell’Aeronautica militare

Nessuno avrebbe alcunché da eccepire se l’Italia dovesse cedere all’Ucraina sistemi missilistici di difesa aerea; sono gli unici che si prestano, come armi di sola difesa, alla classificazione cara all’onorevole Giuseppe Conte quando, mesi fa, si avventurò nella suddivisione del materiale di armamento in difensivo/offensivo. Inoltre, i sistemi di cui si parla (i Samp/T) andrebbero, perché moderni ed efficaci, a sostanziare significativamente il sacrosanto diritto alla difesa dell’Ucraina rispetto alla minaccia oggi più insidiosa dei droni e dei missili russi. Oltre che dei più facili bersagli costituiti da velivoli ed elicotteri con la stella rossa.

Il rovescio della medaglia, però, rischia di diventare il recto della stessa, ossia il problema principale, quello di dover impoverire in maniera significativa il sistema nazionale di difesa aerea, già ora afflitto da non poche fragilità. Ecco perché, ora più che nelle analoghe circostanze precedenti, un passaggio parlamentare, possibilmente non notarile, risulta necessario più che opportuno. E mi permetto di suggerire alle forze politiche presenti in Parlamento di affrontare l’auspicato dibattito dopo aver rispolverato i precedenti atti, quelli con i quali il ministero della Difesa ha messo al corrente il Parlamento della programmazione nel settore, e in particolare dell’esigenza di completare la dotazione di sistemi di difesa nazionali, di perfezionarne ulteriormente le caratteristiche e di approvare i relativi provvedimenti amministrativi e impegni di spesa.

In termini più semplici e sintetici, con i non pochi documenti programmatici inoltrati al Parlamento, la Difesa ha fatto stato della necessità di completare e migliorare le capacità nazionali di difendere il Paese, la Nato e i contingenti nazionali inviati in missione all’estero, indicando anche i tempi (non brevi) e i costi non irrilevanti. Se questa è la situazione (e lo è), la decisione di privarsi di sistemi che afferiscono direttamente alla sicurezza nazionale non è decisione da prendere a cuor leggero, soprattutto senza un dibattito aperto, accompagnato da una prospettazione mediatica ampia e responsabile volta a coinvolgere appieno anche l’opinione pubblica.

Per contro, va sottolineato con altrettanta chiarezza, che il nostro Paese non è chiamato a decidere in solitudine: la Difesa aerea è questione da sempre sotto comando Nato. Il Paese può sicuramente avocare a sé alcune decisioni, ma pare evidente che in questo caso sia necessaria una concertazione con gli alleati per spalmare su tutto il sistema alleato la fragilità provocata dal rafforzamento del fronte ucraino, così come per intervenire sulla riprogrammazione comune di un credibile e possibilmente migliorato sistema di difesa Nato.

Credo che, se è vero che il consigliere della difesa nazionale Jake Sullivan si è rivolto all’Italia perché cedesse all’Ucraina i propri sistemi, forse sarebbe stato non fuori luogo consigliargli di rendere partecipe della richiesta anche Bruxelles, suggerendo una doverosa concertazione tra alleati dove l’argomento potesse avere una trattazione comune, come sempre accaduto per questioni di difesa aerea, settore nel quale, come detto, i paesi membri hanno delegato a piene mani all’Alleanza la propria autorità, a eccezione di situazioni particolari (come per esempio il terrorismo).

Da ultimo, vale forse la pena precisare che, comunque vada, il nostro Paese, insieme a Francia e Gran Bretagna, ha totale autonomia e capacità di generare sistemi nuovi a ripianamento di eventuali carenze. In tempi naturalmente non brevi, ma certamente ampiamente comprimibili rispetto a quelli della normale programmazione degli Stati maggiori. Tempi comunque che, a prescindere dalla questione Ucraina, andrebbero riconsiderati con maggior urgenza perché attinenti a una questione, la difesa aerea, finora trascurata e che la guerra di oggi ha reso comprensibile anche ai non addetti ai lavori.

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